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Dossier GROENLANDIA: dati shock! Il ghiaccio rimonta! (Grafico all'interno)

Un nome completamente sballato, una storia e una geografia mutevoli, una manciata di uomini ai confini dello spazio e del tempo, dove le bussole non funzionano e il vento non si ferma mai. L’isola più grande del mondo, abitata fin dal Paleolitico, è piena di misteri ancora da svelare.

In primo piano - 17 Maggio 2017, ore 08.48

Il Polo Sud è lì, sotto il mappamondo, ben definito dall’Antartide che quasi lo centra in pieno. Ma il Polo Nord!? Nel mappamondo c’è solo mare, con qualche linea indecisa che racchiude un’area opaca, una pellicola di ghiaccio, che prova a ricoprire l’oceano artico, un po’ di più in inverno, sempre meno in estate.

Ma guardando più in basso, tra la Scandinavia e il Canada, un’enorme macchia bianca, a forma di mandorla, emerge in mezzo all’Oceano Atlantico, alla stessa latitudine dove ci si aspetterebbe una terra ben definita, magari con qualche laghetto di origine glaciale come in Finlandia, e perché no, coperta di boschi o di brughiere come in Labrador o in Alaska. D’altronde il suo nome è da sempre: Groenlandia – letteralmente “terra verde”!

Ed eccolo il primo mistero: perché chiamare terra verde, una terra che è ricoperta per oltre il 90% della superficie da ghiacci perenni!? Si dice che il fuggiasco Erik il Rosso, che la scopri in un imprecisato mese dell’anno del Signore 998, la definì tale solo per attirare qualche altro ribelle d’Islanda, la terra da cui lui stesso proveniva.

Già, proprio l’Islanda, un’isola decisamente più piccola, ma che di ghiacciai conserva molto meno, nonostante sia più a nord e più esposta alle grandi tempeste di neve oceaniche. Non dimentichiamoci però che l’Islanda è punteggiata di vulcani, attraversata nientedimeno che dalla dorsale medio-atlantica, una delle zone vulcaniche più attive del pianeta, capace di sciogliere qualsiasi calotta, come dimostrato dalle recenti eruzioni. L’Islanda è per questo un’isola molto giovane.

Altra storia, anzi altra geologia, quella della Groenlandia, dove per l’appunto sono state scoperte le rocce più antiche di tutto il pianeta, una sorta di prefazione della storia geologica della terra. Ma i suoi ghiacci sono molto, ma molto più recenti, come tutte le glaciazioni quaternarie; solo che, secondo mistero, dopo aver ricoperto buona parte delle terre emerse del nord, dal Canada alla Siberia, passando per la Scandinavia, sono scomparsi ovunque tranne che qui, in Groenlandia.

Eppure qualche timido periodo di scioglimento c’è stato, ma solo qualche punto percentuale di ghiaccio in meno rispetto all’esistente, come al tempo di Erik il Rosso e giù di lì, fin verso il XIV secolo. Poca roba, una striscia di terra di qualche km, per lo più lungo la costa occidentale, abitabile, ma con grande difficoltà. All’interno invece troneggiava, allora come oggi, la grande calotta glaciale, che, come si evince dai racconti dell’epoca, stupiva i naviganti, abbagliandoli dall’alto dei suoi 3 km si spessore, quando ancora erano a decine di km di distanza in pieno oceano.

Da dove viene tutto questo ghiaccio!? I carotaggi più recenti parlano di ghiaccio fossile, ovvero di centinaia di migliaia di anni fa, forse milioni, un po’ come accaduto in Antartide. Periodi glaciali e interglaciali si sono alternati negli ultimi 3 milioni di anni, ma i ghiacci non hanno fatto altro che accumularsi continuamente, specie nelle zone più interne, concedendo qualche minima perdita lungo le coste meridionali e sui fronti glaciali più esposti.

Ancora oggi, altro mistero, sebbene si denuncino distacchi di enormi masse glaciali galleggianti e un ampliamento a chiazze delle aree di scioglimento estivo, non si nota una diminuzione apprezzabile della massa glaciale complessiva, anzi negli ultimi anni si registra addirittura un aumento, e anche abbastanza diffuso. Paradossalmente nei periodi più freddi le calotte glaciali tendono a stabilizzarsi nelle aree centrali e a crescere in quelle periferiche, mentre nei periodi più caldi sono le aree centrali a registrare i maggiori accumuli nevosi.

Accumuli maggiori tendono ad alimentare i ghiacciai che scendono verso il mare, innescando poi distacchi sempre più frequenti e la sensazione che tutta la calotta sia in procinto di sciogliersi. Le recenti immagini satellitari documentano fenomeni mastodontici, con effetti visibili e realmente preoccupanti, ma probabilmente di portata inferiore a quanto accadeva ai tempi dell’optimum climatico medievale, nel periodo della colonizzazione vichinga.

Secondo le cronache dei naviganti dell’epoca, sulla rotta verso la Groenlandia, ma già a distanze notevoli, ovvero di qualche giorno di navigazione, si potevano osservare non di rado enormi ondate alte diversi metri che abbracciavano tutto l’orizzonte, e che molto spesso risparmiavano solo pochi fortunati. Veri e propri tsunami o maremoti, ma lungi dall’essere generati da fenomeni sismici, pressoché sconosciuti in questa parte del pianeta.

Un ennesimo mistero che potrebbe trovare una spiegazione solo nel distacco di porzioni di ghiacciai, in parte semi-galleggianti sulle acque, di proporzioni ciclopiche, ovvero dell’ordine delle decine, forse centinaia di kmq, in un periodo caratterizzato appunto da un generale riscaldamento climatico. Oggi sarebbe un disastro per le rotte navali tra Nord America e Nord Europa, ma a quanto pare, per il momento, non si è mai verificato nulla di simile.

I discendenti di Erik il Rosso, ed altri suoi connazionali provenienti dall’Islanda e dalla Norvegia, popolarono per oltre 4 secoli i fiordi della costa occidentale dell’isola, fino a latitudini superiori al Circolo Polare Artico, costruendo fattorie ed estendendo i pascoli fino a ridosso della calotta glaciale interna. Si nutrivano prevalentemente di pesce, latte, carne e derivati, mentre il grano era per lo più importato dall’Europa, così come buona parte del legname e i metalli.

Dalle cronache di allora si evince tra l’altro che, sia in primavera, quando iniziavano ad essere percorse le rotte commerciali con l’Islanda e la Norvegia, sia in autunno, quando invece terminavano, non si registravano se non raramente ghiacci alla deriva, né lungo la costa orientale, né lungo quella occidentale, dove oggi spadroneggia la fredda corrente del Labrador, la stessa che trascina iceberg fin quasi sulle coste degli USA, come quello che poco più di un secolo fa mandò a picco il Titanic.

Nonostante tutto il commercio del merluzzo, delle pelli e del grasso di cetacei e pinnipedi, rese floride e ricche queste terre, fino a consentirgli di raggiungere una popolazione stimata di circa 20 mila individui, distribuiti su oltre 3 mila insediamenti, con una diocesi e ben 16 parrocchie.

Un numero paragonabile a quello attuale, solo che allora la popolazione mondiale era 50 volte meno quella odierna. Alcune fattorie vennero costruite nelle vicinanze di fiordi oggi completamente bloccati dai ghiacci, anche in estate. Le stalle erano numerose e molto grandi, segno che vi erano molti animali da pascolo, per lo più bovini e ovini, che approfittavano di un’estensione di pascoli molto maggiore e più duratura di quella odierna.

Gli ultimi collegamenti stabili con la madrepatria, la Norvegia, cessarono agli inizi del XV secolo. L’ultimo Vescovo di Gardar, l’insediamento sede della diocesi più lontana del mondo, nominato nell’anno 1385 non arrivò mai in Groenlandia. I crudi inverni che seguirono decimarono il bestiame e la popolazione. La pressione degli Inuit, spinti verso sud dalle migrazioni degli animali, a loro volta pressati dal freddo insistente, portò a scontri cruenti e a malattie diffuse, fino a quando delle colonie groenlandesi non si seppe più nulla per decenni.

Oggi la Groenlandia è una colonia appartenente alla Corona di Danimarca, ma è soprattutto una delle zone di ricerca sull’artico più frequentate in assoluto. Sorvegliata speciale per le sorti climatiche del pianeta, come indicatore di cambiamento sostanziale, sta invece producendo negli ultimi anni segnali contrastanti: a distacchi di enormi porzioni glaciali, fanno da contraltare un costante incremento della massa nevosa, specie nelle zone più orientali e meridionali.

Il bilancio di massa glaciale è ampiamente positivo, e sopra la media degli ultimi 35-36 anni, ovvero dal 1981, da quando si registrano via satellite tali dati. Ancora un mistero di non facile interpretazione, specie in un momento in cui si mette l’accento sul caldo in aumento nelle regioni artiche. Ebbene una spiegazione potrebbe derivare proprio da queste temperature sopra la media che favorirebbero maggiori quantitativi di precipitazioni, ovviamente nevose. D’altronde, come risaputo negli ambienti scientifici di geologia e geo-morfologia del Quaternario, i periodi glaciali sono letteralmente figli del caldo!

La Groenlandia continuerà a giganteggiare in mezzo al nord atlantico, e la sua calotta a ricordare che, nonostante tutto, il clima del nostro pianeta è capace di cambiamenti radicali e talvolta anche molto rapidi e catastrofici, e questo non è mai stato un mistero. 
 


Autore : Giuseppe Tito

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