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Dopo il Foehn la neve? Come, dove quando e perchè?

Nella stagione invernale a volte l'avvidendarsi di correnti favoniche e di successivi scorrimenti umidi è all'origine di fenomeni nevosi anche in pianura. Analizziamo il fenomeno e inquadriamo le zone ove con maggior probabilità riesce a realizzarsi.

In primo piano - 27 Novembre 2009, ore 12.30

Foehn e nevicate. Cosa lega questi due fenomeni apparentemente opposti? Molto e le cause sono da ricercarsi sia nei processi meteorologici a scala sinottica, sia nei più piccoli meandri nella microfisica. Durante la stagione invernale, quando sullo scacchiere euro-atlantico sfilano con rapidità le onde atmosferiche in seno alle correnti occidentali, il nostro Paese può venire interessato da flussi opposti che si alternano valicando la catena alpina talora da nord e tal altra da sud. Tali svalicamenti modellano il microclima del nostro Paese, risultando ovviamente più incisivi e diretti su quelle settentrionali. Una massa di aria polare marittima, o meglio artica marittima, che sopraggiunga da nord-ovest attraverso la Francia lungo il bordo occidentale di una saccatura in allontanamento, solitamente si accompagna a notevoli spessori verticali. In tal modo i flussi in questione non hanno grandi difficoltà a scavalcare la barriera alpina (in caso di flussi lamellari invece si avrebbe il fenomeno dell'aggiramento) e riescono a rimescolare l'aria presente in val Padana determinando in classico fenomeno del Foehn da nord. L'aria si scalda e si secca per motivi adiabatici, ossia a causa della compressione forzata determinata alla "caduta" del vento dalle creste. Ma perchè l'aria "cade" dalle creste e non le sorvola semplicemente? Perchè in origine la massa d'aria è fredda. Orbene, se trattasi di aria fredda allora dobbiamo aspettarci che, una volta esaurita l'azione dinamica riscaldante della compressione, essa si riveli realmente per quello che è. Ma abbiamo detto che le onde atmosferiche in inverno sfilano con rapidità. Ecco dunque che velocemente subentra una seconda onda in avvicinamento; questa volta però ci troveremo lungo il bordo orientale della stessa, quello dove scorrono i flussi umidi e miti meridionali. Questi ultimi, trovando aria fredda e secca deposta precedentemente al suolo, tendono a scorrervi sopra ponendo le premesse per lo sviluppo di precipitazioni. Nel caso la temperatura al suolo sia pari o inferiore agli zero gradi centigradi tale precipitazione arriverà a terra sotto forma di neve. E se i termometri sono qualche grado sopra lo zero, diciamo fin verso i 3 o i 4 gradi? Qui subentra ancora una volta la microfisica; durante la sua caduta il fiocco di neve attraverserà strati di aria più caldi finchè giungerà alla soglia fatidica degli zero gradi, poi dovrebbe sciolgliersi e trasformarsi in pioggia, ma non lo fa perchè? Perchè il cuscino d'aria deposto al suolo è secco dunque il nostro fiocco di neve per fondere, necessita di maggiore energia. Questa energia viene sottratta all'aria circostante, la quale abbassa pertanto la sua temperatura. Ma se la temperatura si abbassa allora anche lo zero scende di quota e tende a portarsi fino in prossimità del suolo. Ecco che, anzichè pioggia pur in ambiente sopra lo zero potremo avere la neve anche in pianura. Dove accade con maggior frequenza questo fenomeno? Tecnicamente è possibile ovunque vi sia la sequenza dei processi descritti. La pianura Padana, in particolare i settori centrali e occidentali riparati ulteriormente dall'arco appennino ligure, risultano però quelli dove i concetti espressi si manifestano con maggiore frequenza e con evidenti conseguenze nevose, ivi comprese quelle destinate anche a città come Torino e Milano.

Autore : Luca Angelini

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