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Differenze tra NEVICATE da global warming e NEVICATE normali...

Considerazioni razionali in un mondo scientifico confuso.

In primo piano - 27 Ottobre 2014, ore 12.24

Abbiamo trascorso molto più di metà degli ultimi 40 anni sotto la protezione degli anticicloni, i mesi invernali spesso filavano via nel totale anonimato, con le Alpi nere, mentre gli eventi estremi nelle altre stagioni indubbiamente seguitavano a manifestarsi, figli certamente di un mare più caldo, che ha partorito autentici mostri temporaleschi, di contrasti più netti ma limitati nel tempo ad una manciata di giorni.
 
Nella stagione fredda invece, tolta qualche breve ondata di gelo, eccezionalmente anche severa, non è che il riscaldamento globale abbia favorito chissà quali sconquassi nevosi, se ci eccettua il febbraio del 2012.

La nevicata da global warming di cui tanto si parla (ammesso ma non concesso che esista) non ha quasi mai regalato all'arco alpino gli accumuli nevosi di cui avrebbero bisogno i ghiacciai per innescare una qualsiasi azione di feedback; si evidenzia è vero una maggiore tendenza alle nevicate invernali sulle zone pianeggianti del nord, limitatamente agli ultimi 12 anni e rispetto agli anni 90, ma si tratta solo di "frammenti" storici, che ancora non possono rappresentare un nuovo corso climatico.

C'era chi prevedeva che entro il 2010 non avrebbe più nevicato sulle zone pianeggianti delle basse latitudini e che addirittura il limite delle nevicate si sarebbe alzato a 1500m, così come quello dell'innevamento continuo invernale, visto in salita oltre i 1800m, anche questa è risultata francamente una pesante esagerazione, considerato quanto continua ad accadere.

La nevicata da global warming o da global colding probabilmente non è catalogabile, le tempeste di neve resteranno sempre tempeste, qualcuna risulterà estrema, qualcun altra un po' meno.

Quello che NON si può e non si deve negare è la grande difficoltà per l'aria fredda di farsi largo verso le medio-basse latitudini in Europa, e soprattutto di permanervici per un periodo sufficientemente lungo, così come avveniva invece negli anni 70,80 e in parte anche negli anni 90, quando indubbiamente arrivavano da est e da nord grossi apporti gelidi, anche se non necessariamente si traducevano in "neve".

Il problema è duplice: il core del vortice polare è sbilanciato verso il Canada e, Corrente del Golfo a parte, di apporti di gelo dal Polo verso il Vecchio Continente ne arrivano ben pochi, perchè probabilmente di gelo se ne accumula molto meno di prima, anche per via dello stato drammatico in cui si trova il pack.

La buona notizia è che, rispetto agli anni 90, non dominano più per mesi gli anticicloni subtropicali (e non) che spadroneggiavano anche per 3 mesi, questo rende l'inverno più dinamico, anche se non necessariamente nevoso per tutti.

Certo, si ripetessero ogni anno le grandi nevicate alpine del 2008-2009, del 2013-2014 e quelle appenniniche del 2012, allora probabilmente i ghiacciai starebbero meglio, ma questa, come ben sapete, non è certo la norma per il nostro Paese.

Per la severità degli inverni invece, ribadisco che le sorti termiche del Polo saranno determinanti, ma è impossibile stabilire se il freddo di un vortice polare eventualmente meno forte, si disperda con maggiore efficacia verso sud e soprattutto verso di noi, anzi sembrerebbe più vero il contrario. 


Autore : Alessio Grosso

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