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DA NON PERDERE: stress climatico e civiltà

“Lo stress climatico, quando non porta al collasso completo, agisce spesso come uno sprone alla riorganizzazione sociale e all’innovazione tecnologica.” (Fagan B., La lunga estate, ed. radice).

In primo piano - 12 Agosto 2005, ore 09.32

“Potremmo allora scrivere che il clima ha ‘contribuito a modellare la civiltà, ma forse sarebbe più corretto dire che il clima ha ‘spinto’ la civiltà a modellarsi.” (Fagan B., La lunga estate, ed. radice). Il rapporto clima e storia finalmente è diventato oggetto di studi sempre più numerosi e approfonditi. Sempre più ci si rende conto di quanto possa influire il clima nella storia della civiltà umana. E non si tratta più di quella visione semplicistica e ingenua, per cui senza un inverno terribile Napoleone avrebbe conquistato la Russia, o senza una terribile tempesta atlantica l’Invincibile Armada avrebbe sconfitto gli inglesi. Si tratta invece di studiare il difficile rapporto tra il clima e le sue continue mutazioni e il modo in cui l’uomo ha cercato di adattarsi e spesso di progredire sulla strada della civilizzazione. Perché appunto il clima ha spinto, più che contribuito, la civiltà a modellarsi. Così infatti sostiene Fagan nel suo ultimo e bellissimo libro, La lunga estate: un saggio avvincente e documentatissimo di come le dinamiche climatiche abbiano influenzato la civilizzazione. Uno studio in cui si fondono archeologia, storiografia e climatologia. Una delle cose che più colpiscono il lettore, è il fatto che spesso l’uomo ha scelto luoghi veramente inospitali per vivere e paradossalmente è stato proprio in questi luoghi che sono nate le grandi civiltà dell’antichità. In effetti la Mesopotamia e l’Egitto antichi non erano certo luoghi facili: terre semidesertiche, circondate da deserti aridissimi e sempre sottoposte al rischio siccità. Dimentichiamoci delle immagini del deserto del Sahara come una grande foresta o savana: è vero che vi furono periodi in cui più umido e piovoso, ma più paragonabile al Sahel attuale che non alla feritile Savana. Quando l’ultima grande glaciazione (Wurm) iniziò a dare segni di cedimento, intorno al 18.000-16.000 a.C., il clima iniziò velocemente a riscaldarsi e le correnti occidentali portarono piogge abbondanti in Europa, i Monsoni resero più umido il territorio della Mezzaluna Fertile. Fu allora, tra il 15.000 e i 12.000 a.C. che gli uomini decisero di stabilirsi sulle rive dei fiumi o dei laghi, per poter sfruttare meglio ciò che la terra offriva in quel periodo fortunato: selvaggina e numerose piante spontanee e selvatiche commestibili. E così nacquero i primi villaggi antichissimi abitati da raccoglitori-cacciatori. Ma intorno all’ 11.000 a.C. improvvisamente il clima si fece più freddo e soprattutto più secco. Il grande lago Agassiz era esondato nell’Oceano Atlantico e aveva provocato il blocco della Corrente del Golfo: fase della Younger Dryas. Gli abitanti degli umili villaggi neolitici non ebbero scelta: tornare al nomadismo oppure sviluppare una tecnologia che gli permettesse di superare il periodo avverso. Molti fuggirono in cerca di terre migliori, ma alcuni iniziarono a sfruttare in misura maggiore i vantaggi dell’irrigazione dei campi, in modo tale da poter utilizzare la poca acqua in modo più efficiente. Ed ecco che nacque la prima forma di agricoltura: le piante intanto erano state selezionate e addomesticate dai predecessori raccoglitori affinché rendessero di più. Ma era pur sempre un’agricoltura rozza e adatta solo alla sussistenza. Intanto le correnti atlantiche dopo 10 secoli tornarono a scorrere e ritornarono le piogge. Per circa 4 millenni i villaggi della Mezzaluna Fertile prosperarono e si diffusero, finchè un nuovo evento catastrofico, sembra sempre collegato allo scioglimento dei grandi ghiacciai della Laurentide nel Canada, causò un nuovo blocco della Corrente del Golfo: episodio della Mini Era Glaciale tra il 6.200 e il 5.8000 a.C. Ancora una volta le piogge diminuirono molto e ancora si dovette scegliere: lasciare i villaggi o cercare nuove forme di sopravvivenza. E così nacque le città. Si capì che per poter reagire ai capricci del tempo si doveva essere in molti, lavorando gli uni per gli altri, in una rete di villaggi sempre più collegati che alla fine divenne città. In più era più facile fare fronte ai periodi di breve siccità o avversità climatica. Più la fase siccitosa e arida colpiva la Mezzaluna Fertile, e maggiormente le città crescevano e si sviluppavano: e si chiamarono Ur, Eridu, Uruk. Ma in più si era anche più vulnerabili ai periodi di lunga siccità. Fine prima parte

Autore : Aldo Meschiari

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