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Considerazioni sul cambiamento climatico

Un interessante articolo inviato da un nostro fedele lettore

In primo piano - 24 Agosto 2003, ore 16.23

Sono un ricercatore di Paleontologia dell'Università di Firenze, appassionato di climatologia e meteorologia; mi occupo della grande estinzione delle faune al passaggio Pleistocene-Olocene (12.000-10.000 anni fa) e al contemporaneo cambiamento climatico in concomitanza della fine dell'ultima glaciazione. Seguo appassionatamente la vostra rivista da quando è stata creata e i suoi miglioramenti sono sempre tangibili. Ho letto con grande curiosità le e-mails da voi pubblicate in relazione all'effetto serra e ai cambiamenti climatici. Noto con personale rammarico il clima di ansioso contrasto e notevole rivalità fra schieramenti diversi di chi, appassionati e studiosi dedicano un po' della loro giornata all'osservazione dei fenomeni climatico-meteorologici. Vado al dunque attraverso due premesse che possono sembrare superflue, ma che ci devono aiutare a capire con che cosa abbiamo a che fare. La prima è che nel corso della sua storia (protostoria, preistoria e storia più o meno recente) l'umanità ha conosciuto e subìto, suo malgrado, numerosi e radicali cambiamenti climatici più o meno testimoniati e documentati dai nostri antenati (ad esempio i graffiti di scene di caccia in riva al lago nel cuore del Sahara, i sentieri di passaggio e attraversamento delle Alpi dove oggi ci sono i ghiacciai perenni, ecc.). I cambiamenti climatici si sviluppano e realizzano attraverso secoli di piccole oscillazioni ed hanno, in sostanza, effetti visibili non indifferenti. La seconda è che oggi stiamo vivendo un periodo interglaciale, ossia intermedio fra due glaciazioni consecutive. È solo l'ultima parte di un trend di raffreddamento che va avanti da oltre due milioni e mezzo di anni e decine fra glaciazioni e pseudoglaciazioni, intervallate da periodi relativamente più caldi come quello che stiamo vivendo. In genere una glaciazione, così come un periodo interglaciale, hanno una durata di circa 70-100.000 anni. Non c'è ragione perché questo trend cambi in un tempo ridicolmente breve come questo secolo. Tutto questo rapportato alla scala delle nostre trasmissioni televisive diventa un argomento intrattabile e non strumentalizzabile, come invece accade per certi numeri o per certi fenomeni. Di recente ho visto strumentalizzare le ondate di caldo al fine di trovare una giustificazione al consumo supplementare di energia elettrica; mi sembra, e non sono il solo a dirlo, che sia un'ottima scusa per dare il via alla costruzione di nuove centrali elettriche e nuovi elettrodotti. Mi fermo per questione di spazio e di tempo. Possiamo fare un elenco di fenomeni estremi e record termici degli ultimi due secoli e i cosiddetti "freddisti" potrebbero controbattere ogni volta i "serristi" e viceversa, semplicemente perché due secoli sono troppo pochi per apprezzare oscillazioni importanti del clima. L'umanità ha poco più di 5000 anni di storia e mi auguro che davanti ne abbia molti di più altrimenti non arriveremo a vedere la prossima glaciazione che, secondo una media degli ultimi periodi interglaciali, dovrebbe cominciare fra circa 45-50.000 anni. Stiamo vivendo un breve periodo di leggero riscaldamento globale? Poco male se la terra si sta riscaldando, d'altronde 1/3 della sua superficie (esclusi i poli) è pressoché inospitale perché troppo fredda! Se un riscaldamento ci sarà non potrà che beneficiare questi territori, mentre noi abbandoneremo altri che nel frattempo si riscalderanno (non è detto che si trasformeranno in aridi e desolati deserti; all'equatore fa molto più caldo ma mi sembra che non soffrano molto la siccità). D'altronde più caldo, significa anche più evaporazione, più nuvole, più pioggia, meno sole, meno caldo; ovviamente a scala locale, ma oggi non siamo ancora in grado nemmeno di sospettare quello che ci aspetta fra 1 mese o due. In Italia abbiamo avuto un Agosto "rovente"? In Spagna un Agosto così "freddo" e piovoso non l'avevano mai visto! I veri cambiamenti in realtà sono lenti, non assisteremo mai a grossi esodi biblici; con i cambiamenti climatici si convive così come si fa con i cambiamenti delle stagioni o i cambiamenti del tempo meteorologico nel corso di una giornata; la differenza è solo nella scala di tempo considerata. Riguardo ai fenomeni estremi il rischio è aumentato non per via dell'aumento della pericolosità o del numero di certi fenomeni (nubifragi, trombe d'aria, siccità ecc.), ma per via dell'aumento della vulnerabilità delle opere umane e del numero delle persone in situazione di rischio. Facciamo un calcolo degli anziani morti per il caldo, poi dividiamo quelli che vivevano in città da quelli che vivevano nelle zone rurali, e confrontiamo le due cifre. (no comment). Le città in cui viviamo sono sempre più a rischio, man mano che si espandono e si artificializzano (chi si sarebbe mai sognato 1000 anni fa di costruire una città alla foce di una fiumara? Gran parte della moderna città di Genova e dintorni sorge sui letti di vecchie fiumare. E comunque permettete che una volta ogni tanto ci sia un evento eccezionale). Le piante soffrono e seccano per la siccità? Non sono le piante in generale, ma le nostre colture più o meno artificiali (non seccano certo o soffrono la siccità le ass! ociazioni vegetali spontanee e selvatiche). In definitiva è l'ambiente antropizzato a soffrire e con esso l'uomo strettamente ed intimamente vincolato. Concludo con un messaggio rivolto ai lettori e a voi della rivista. agite e parlate in funzione di un riavvicinamento alla natura, ai suoi cicli e alle sue manifestazioni violente e/o meravigliose. L'umanità vivrà sempre meglio nella misura in cui si adagerà e si incanalerà nel corso indipendente della natura a cui in sostanza appartiene.

Autore : Giuseppe Tito

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