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Cambiamenti graduali o salti improvvisi?

L'eterno dilemma nell'interpretazione dei fenomeni naturali: il caso del clima.

In primo piano - 5 Gennaio 2005, ore 15.03

Per chi studia la natura, da qualunque punto di vista lo faccia, si è sempre scontrato e continua a scontrarsi con un eterno dilemma: l'esistenza della continuità delle cose e dei meccanismi che le governano. Da tempi immemorabili l'uomo ha sempre ritenuto continue quelle cose che sfuggivano alla sua esperienza diretta, perché troppo piccole o troppo grandi, troppo lente o troppo veloci e così via. Grazie ai progressi della Scienza (quella con la "S" maiuscola, oggi piuttosto latitante) di alcune di queste cose oggi ne conosciamo i segreti più intimi, i limiti e le caratteristiche. Ad esempio sappiamo che la luce non è una realtà continua, ma fatta a "pallini" e che la sua velocità non è infinita. Altre realtà purtroppo ci restano oscure sia nei meccanismi che nei loro artefici. Alcuni processi sono così complessi che non se ne conoscono per intero gli attori coinvolti o questi sono troppi per seguirli contemporaneamente in tutto quello che fanno. Una di queste realtà è il meccanismo con il quale si originano nuove specie di esseri viventi a partire da specie già esistenti. Più di ogni altra cosa ci è ancora completamente ignota la velocità con la quale avviene il passaggio da una specie all'altra. L'esempio del processo di "speciazione" può essere considerato come una sorta di modello standard per molti altri processi naturali non ciclici, né tantomeno prevedibili e all'apparenza casuali. Uno di questi per eccellenza è l'evoluzione climatica del nostro pianeta; assolutamente non ciclica, né ripetibile, né tantomeno prevedibile. Grazie soprattutto ai progressi tecnologici (meno a quelli scientifici, dal momento che si tratta prevalentemente di problemi di calcolo), oggi viviamo la magra consolazione di poter prevedere l'evoluzione del tempo a scala continentale o sub-continentale e solo per pochissime ore (più o meno una cinquantina). Si tratta di progressi enormi, se paragonati alle conoscenze di 50 anni fa; progressi paragonabili a quelli della medicina e forse anche di più. Purtroppo quando si tratta di indagare i cambiamenti del clima le cose sono profondamente diverse. Una grande conquista del secolo XIX è stata la consapevolezza dei mutamenti del clima nel corso della storia della terra e non solo della storia umana (di quest'ultima anche la gente comune ne fa esperienza nel corso della sua vita). Oggi parlare di cambiamento climatico è più che altro un fatto mediatico, troppo spesso strumentalizzato (politicamente ed economicamente), affrontato in maniera caotica anche da un punto di vista scientifico; troppo spesso si giunge a conclusioni e risultati opposti. È come se stessimo discutendo del problema della rotazione terrestre e ci stessimo chiedendo chi gira intorno a chi e in che verso. La verità scientifica è ovviamente una sola, ma le ipotesi, le teorie e le discussioni sono praticamente infinite; questo perché siamo molto, ma molto lontani dalla verità e dall'aver capito realmente qualcosa in merito. Mi rivolgo a chi seriamente e scientificamente si vuole avvicinare al problema, a chi vuole capire di più e soprattutto capire quante cose ancora bisogna indagare e scoprire prima di poter affermare con certezza cosa sta succedendo e soprattutto cosa succederà. Una delle problematiche più urgenti da affrontare è cercare di capire è se i cambiamenti avvengono in maniera graduale o improvvisamente. Lo scenario previsionale ovviamente cambierebbe radicalmente e con esso tutti i nostri possibili interventi di tamponamento e/o adattamento. da quanto detto in precedenza pare che i cambiamenti improvvisi siano una regola diffusa in natura; il problema quindi si traspone sul "quanto tempo" è questo "improvvisamente". Del passato recente (ultimi duemila anni) abbiamo molte informazioni, sempre più precise e dettagliate, man mano che ci avviciniamo ai nostri giorni. Tutte queste informazioni ci parlano di piccole oscillazioni (termiche e climatiche in generale) intorno ad un punto di equilibrio; più grandi di quelle che stiamo osservando negli ultimi decenni, ma molto più piccole di quelle che si sono verificate per esempio alla fine dell'ultima glaciazione quaternaria (tra 18.000 e 11.000 anni fa). Ci sono voluti più o meno 7000 anni per passare da un'era glaciale (durata più di 70.000 anni) ad una interglaciale come quella che stiamo vivendo; ma il passaggio non è stato per niente graduale, né tantomeno uniforme. In soli settemila anni la temperatura media della terra ha oscillato rapidamente, ad intervalli di pochi secoli tra valori di 6-7 gradi inferiori ad oggi e 3-4 superiori. Alcune fasi molto più fredde di oggi, note come "Dryas" (dal nome di una pianta erbacea avvezza al clima della tundra che, durante queste fasi fredde, estendeva il suo areale sino al Mediterraneo), alternandosi a fasi molto più calde di oggi, hanno completamente stravolto il pianeta, più volte (almeno 8) in soli 7000 anni. Ciò che ancora ci sfugge è il dettaglio di questi intervalli, in quanto tempo insomma si passava da una fase calda ad una fredda. Le modalità del passaggio nascondono ahinoi i tempi dello stesso; conoscere le prime per avere un'idea dei secondi, questa è la frontiera scientifica dei prossimi decenni, in campo climatico. Ciò che oggi possiamo dire con ragionevole certezza è che quando il sistema entra in crisi e la posizione di equilibrio è prossima ad un cambiamento radicale, fenomeni estremi, così come record termici diametralmente opposti, si inseguono a distanza molto ravvicinata.

Autore : Giuseppe Tito

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