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CAMBIA il CLIMA: quali le conseguenze?

Il problema del cambio climatico, è oramai uno di più dibattuti ed anche, purtroppo, dei meno risolti. Queste poche note sono mirate ad informare della complessità della questione, anche se sono ben lungi dall’essere esaustive. Vediamo di focalizzare meglio il problema.

In primo piano - 17 Novembre 2006, ore 09.13

Introduzione Per chi vive alle medie latitudini, forse più che per altri, fa parte della naturale esperienza di vita che si abbia un anno con inverno freddo e secco seguito dall’analoga stagione dell’anno successivo con magari caratteristiche climatiche opposte. L’avvicendamento climatico, alle nostre latitudini, si può dire che faccia parte del soma dell’individuo e quindi risulta abbastanza logico che a periodi siccitosi ne succedano altri piovosi. Anche la climatologia si è sempre sforzata di interpretare le variazioni in termini di ciclicità, in modo che su di un lungo periodo, gli effetti sommati fra di loro portassero ad invarianza (cioè il clima scegliendo opportuni periodi, non cambia). Il modello che si sta invece ipotizzando attualmente, è qualcosa di diverso. La capacità tecnologica, o meglio gli effetti secondari e non voluti del progresso tecnologico, si vanno sommando, in termini assoluti, alla naturale variazione climatica (in particolare originando un costante aumento delle temperature). Proprio per distinguere i due fenomeni, suggerirei l’uso del termine di alterazione climatica per designare l’incidenza dell’intervento antropico. La variazione climatica Le cause della variazione climatica sono essenzialmente due: astronomica, divisa in primaria (genesi dell’ecosistema terrestre, spostamento dei poli, deriva dei continenti), e secondaria (variazione della insolazione dovuta ai moti terrestri o a fenomeni tipo macchie solari), antropica (inquinamento, distruzione di vaste aree forestali, altre interferenze). La stabilità di composizione della atmosfera (grazie ad alcune evidenze geologiche) si può far risalire al periodo Cretaceo (circa 60 milioni di anni fa), mentre poco o nulla si può dire circa il periodo in cui può essere databile il sistema circolatorio attuale. Le composizioni delle rocce dei diversi periodi geologici, attestano altresì variazioni climatiche, anche intense, soprattutto nel senso della temperatura. L’avvicendamento climatico è dunque un fenomeno naturale sufficientemente documentato per i tempi lunghi dalla geologia, mentre per quelli medi si può far ricorso ad una ricca documentazione storica. Sia per tempi lunghi (la comparsa dei primi ominidi è databile intorno ai 3 milioni di anni fa) come per quelli medi, si deve considerare nulla o poco rilevante al capacità umana di variare l’ambiente in modo tale da incidere sul clima. Nei tempi brevi invece, di pari passo con l’aumentata capacità tecnologica, l’uomo sta diventando sempre più capace di mutare l’ambiente, inizialmente solo a scala locale, ora FORSE parzialmente anche a scala più larga, oseremmo dire planetaria. A partire dalla rivoluzione industriale, ed a ritmo crescente, l’uomo ha immesso, soprattutto attraverso processi combustivi, sostanze quali anidride carbonica, alterandone il contenuto naturale (il vapore acqueo e l’anidride carbonica sono i principali componenti dei gas vulcanici). Altre immissioni poi, derivando da prodotti di sintesi chimica (principalmente dal petrolio) sono sostanze che non erano presenti in natura. Inoltre altre azioni antropiche hanno alterato profondamente la geografia terrestre, fra le principali possiamo ricordare: il progressivo ingrandimento delle aree abitate (città), la creazione di estesi bacini artificiali e di intense canalizzazioni, le deforestazioni massicce soprattutto nei paesi in via di sviluppo (Brasile, Indonesia, Malesia), l’aumento vertiginoso del numero dei voli aerei, etc. Siccome il sistema circolatorio terrestre è globale, così intense perturbazioni all’ecosistema terrestre si sono ripercosse in modo imprevedibile su tutto il pianeta generando effetti in modo crescente. L’alterazione del naturale ciclo climatico si sta manifestando sotto vari aspetti. I più riconducibili al costante aumento della temperatura per "effetto serra" (diminuzione dello spessore delle calotte polari e dei ghiacci continentali con conseguente aumento del livello dei mari, PROBABILE aumento dei fenomeni estremi), altri alla diminuzione della fascia dell’ozono (aumento della radiazione ultravioletta al suolo). Vediamo di analizzare semplicemente tali fenomeni esaminando possibili conseguenze. Come è noto alcuni gas, definiti gas serra (l’anidride carbonica in testa ma anche i clorofluorocarburi) hanno la proprietà di essere permeabili a determinate lunghezze d’onda ed impermeabili ad altre. E’ ciò che avviene per l’atmosfera dove penetra la radiazione solare, onde corte, dirigendosi verso il suolo. Invece la controradiazione terrestre, onde lunghe, diretta verso lo spazio è riflessa dai gas serra verso il suolo e comunque tende a rimanere confinata all’interno dell’atmosfera. E’ questo l’effetto serra. Bisogna a questo punto far presente come il problema dell’aumento della temperatura planetario debba essere addebitato alle quantità crescenti di immissione dei gas serra (alcune stime calcolano l’aumento del 25% dell’anidride carbonica dal 1890 ad oggi). Infatti l’effetto serra "naturale" ha permesso il mantenimento di una temperatura media intorno ai 13,5°C con conseguente notevole proliferazione della vita sulla terra (si calcola che senza l’effetto serra la media planetaria avrebbe potuto abbassarsi fino a raggiungere i –25° C). Gli effetti dell’aumento della temperatura sono molteplici: vediamone alcuni già documentati ed altri ipotizzabili, fornendo degli esempi. L’innalzamento del livello dei mari tra i 10 ed i 30 cm. porterebbe ad es. per l’Italia ad una invasione marina su una superficie costiera stimata in circa 4500 kmq., alla infiltrazione di acque saline nelle falde di acqua dolce, oltre al probabile allagamento di una città come Venezia. L’aumento della temperatura STIMATO per l’area mediterranea di 3-6°C (ipotizzato per il 2035) quantunque forse ESAGERATO, causerebbe come maggiori conseguenze la modificazione del regime delle piogge e l’aumento dell’erosività del clima (dissesto idrogeologico), la diminuzione della redditività dei suoli agricoli, l’emergenza, soprattutto per le aree urbane, delle malattie connesse ai colpi di calore oltre alla ricomparsa, non solo in Italia, di malattie infettive considerate debellate (ad es. la malaria). Come detto precedentemente, un altro motivo di preoccupazione è legato all’aumento dei fenomeni estremi (di cui la modificazione del regime pluviale ne è un aspetto). Sempre considerando l’Italia si può affermare che la "tropicalizzazione" (fenomeno già in atto) del clima aumenterebbe l’intensità delle precipitazioni al centronord mentre allungherebbe la durata media delle siccità al sud. (anche se questo punto le opinioni divergono N.d.R) Negli Stati Uniti, oltre ai tornado, e nei paesi caraibici sono aumentati in numero i cicloni tropicali e secondo alcuni esperti è aumentata anche l’intensità di tali fenomeni. Altri fenomeni estremi riscontrati riguardano: -le basse e le alte temperature -la quantità di neve -la persistenza della siccità -oltre al verificarsi di fenomeni mai verificati in determinati siti (es. nevicate sulle Cicladi nel 1997). Per spiegare questo squilibrio climatico, si è fatto ricorso alla maggiore quantità di energia che sarebbe disponibile all’atmosfera, derivante dall’aumento della temperatura. Il riequilibrio è quindi più violento e si esprime in fenomeni più intensi e più frequenti. L’aumento dei fenomeni meteorologici estremi ha portato come conseguenza economica diretta il costante incremento dei risarcimenti delle compagnie assicuratrici per danno meteorologico (valutabile per ad es. per gli Stati Uniti in circa il 10% annuo). Alcuni studiosi ipotizzano oltre all’aumento della temperatura dell’atmosfera anche quella dei mari. Oltre al mutamento radicale della vita marina, le principali conseguenze riguarderebbero la minore capacità di assorbimento dell’anidride carbonica (oltre al mare anche gli organismi marini assorbono l’anidride carbonica) ed il metano presente nei fondali marini. La presenza del metano sui fondali marini deriva dalla decomposizione naturale di organismi vegetali. La sua attuale posizione è mantenuta da un delicato equilibrio di pressioni. L’alterazione di questo equilibrio potrebbe portare alla risalienza del metano che andrebbe ad incrementare il suo contenuto naturale in atmosfera (anche il metano è un gas serra). Da ultimo parliamo della diminuzione della fascia dell’ozono. Responsabili dell’assottigliamento della fascia dell’ozono sono i clorofluorocarburi (prodotti abbandonati solo da alcuni Paesi). L’ozono è un efficace filtro posto negli strati alti dell’atmosfera (ozonosfera) che consente il passaggio dei raggi infrarossi, mentre trattiene gran parte di quelli ultravioletti. Anche questo fatto è stato determinante per lo sviluppo della vita sulla terra. Infatti una maggiore quantità di raggi ultravioletti comporta l’aumento di malattie mutagene della pelle (ad es. il melanoma) oltre a provocare danni all’occhio (retina). Questo è particolarmente importante nella fascia tropicale dove la radiazione è più intensa (per ragioni astronomiche e per la ridotta copertura nuvolosa) ed inoltre, a causa delle elevate temperature, la popolazione tende ad essere poco vestita esponendosi direttamente alle radiazioni ultraviolette. Questi aspetti preoccupanti sono già stati messi in luce dall’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) che da parecchi anni avverte del progressivo aumento delle malattie mutagene della pelle, sopratutto nelle aree delle basse latitudini. Come si è visto, sono stati trattati gli argomenti diciamo “più alla moda” del cambio climatico, altri parimenti importanti, sono stati solo accennati. Tra le numerose conclusioni che si possono trarre ne vorrei evidenziare due: una sociale e l’altra meteorologica. Se sposassimo l'ipotesi pessimista dovremmo abituarci a convivere sempre più spesso con gli eventi estremi e con fenomeni la cui prevedibilità, con l’attuale stato delle conoscenze, sarà sempre più scarsa. Quella meteorologica non è una conclusione ma una problematica strettamente connessa a quanto si diceva precedentemente. E se l’azione antropica è stata in grado o sarà in grado di cambiare la circolazione meteorologica a scala planetaria? Alcuni dei presupposti su cui si sono basate le scienze dell’atmosfera verrebbero a cadere. La conoscenza delle realtà artificiali (in quanto create dall’uomo stesso) è molto più approfondita di quelle naturali (in quanto non create dall’uomo). Siamo sicuri di conoscere così bene il sistema metoclimatico da permetterci di cambiarlo? Altrimenti, prendendo a prestito il titolo di un romanzo di H. Fallada: “E adesso pover’uomo?” (*) (*) A parte un velocissimo accenno, mi sono astenuto dall’analizzare le implicazioni economiche del cambio climatico. Tale argomento meriterebbe un articolo a se stante.

Autore : Antonio Ghezzi, climatologo

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