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Aumento della CO2, riscaldamento globale e riduzionismo scientifico

Lo studio dei sistemi complessi richiede necessariamente approcci investigativi multidisciplinari, dove la fisica non rappresenta più il paradigma della scienza.

In primo piano - 29 Dicembre 2010, ore 11.49

 
 
Sarebbe in effetti fin troppo semplice fare due più due, le concentrazioni di CO2 e di altri gas serra aumentano si dice quasi sicuramente a causa delle emissioni antropiche, parallelamente le temperature medie globali si innalzano e il gioco è fatto.
“Elementare Watson”, anche se di sicuro l’acuto Sherlock Holmes non si sarebbe lasciato troppo convincere da questi pochi ed effimeri indizi.
 
Purtroppo o per fortuna infatti le cose non stanno proprio così, un semplice rapporto di contemporaneità, peraltro approssimativa, non costituisce certo una prova convincente, le cose possono accadere più o meno nello stesso momento senza per questo dover necessariamente avere un rapporto di causalità.

Tralasciando momentaneamente gli spinosi problemi già più volte discussi e legati alla legittima opinabilità dei sistemi di misurazione della temperatura globale, alla notevole approssimazione e frammentarietà delle ricostruzioni paleo-climatiche e all’estrema precarietà e soggettività della climatologia storica, c’è da chiarire subito una cosa: un conto è occuparsi di fenomeni fisici controllati in laboratorio, un conto invece è occuparsi di sistemi altamente complessi e non lineari.
 
Si pensi ad esempio ad un’analoga situazione che si presenta spesso in medicina (ad es. in studi farmacologici) o in biologia, un conto sono gli esperimenti “in vitro”, un conto sono le applicazioni “in vivo”, il che significa che se anche molte cose funzionano in teoria, non è detto che poi funzionino anche in pratica.
 
Per capire questa fondamentale differenza però è necessario ampliare la nostra prospettiva ben oltre la visione un po’ meccanicistica o riduzionista con la quale oggi mi sembra si stia tentando un approccio al delicato tema dei cambiamenti climatici.
 
Quando si analizza un sistema complesso come nella fattispecie il sistema climatico, occorre inevitabilmente una visione olistica del sistema, ben sapendo che le proprietà che avrà il sistema nella sua interezza non potranno mai essere previste dallo studio delle sue singole componenti (proprietà emergenti).
 
Oggi la scienza, chiaramente anch’essa figlia di una determinata evoluzione socio-politica ed economica, buona o cattiva che sia, è inoltre sempre di più caratterizzata da una forte tendenza alla iperspecializzazione. Questo se da un lato può essere sicuramente considerato un fattore di crescita culturale e di ricchezza in quanto molto più rispondente alle esigenze di mercato (che in fondo purtroppo costituisce sempre il vero arbitro delle situazioni), soprattutto in certi ambiti scientifici specialistici come ad esempio le biotecnologie, la genetica, la fisica classica, la fisiologia ecc., dall’altro può invece costituire un limite quando l’oggetto di studio è costituito da un sistema altamente complesso e dove di conseguenza l’unica via di indagine conoscitiva non può che essere la multidisciplinarità.
 
È qui che le cose si complicano. Se la climatologia è la scienza che studia il clima, chi sono invece i climatologi? Per la maggioranza laureati in fisica, eh già, la fisica, in questo caso la fisica dell’atmosfera, ecco forse perché ci si accanisce così tanto con questa molecola di CO2 in più ogni diecimila molecole di aria (è questo il dato quantitativo), anche se poi le molecole di vapore acqueo di origine naturale (il più potente gas serra) sono presenti mediamente in concentrazioni cento volte superiori.
 
Torniamo alla fisica e al riduzionismo. Questo era l’approccio scientifico in voga con la prima rivoluzione scientifica del 1600 quando la fisica costituiva il paradigma della scienza.
Oggi siamo ben consapevoli che la fisica applicata ai sistemi altamente complessi, non può più costituire il fondamento conoscitivo più appropriato. Gli elementi ad esempio che costituiscono il clima e contribuiscono alle sue fluttuazioni anche sul breve termine sono innumerevoli, sia esogeni al sistema terra, come le variazioni di attività dell’energia solare e dei raggi cosmici, sia endogeni, come le variazioni più o meno periodiche delle circolazioni atmosferiche e oceaniche, l’estensione dei ghiacci, l’evoluzione e gli adattamenti della biosfera, le modificazioni naturali e artificiali dei territori, la composizione complessiva dell’atmosfera (non solo CO2, ma anche e soprattutto aerosol di varia natura e formazioni nuvolose), geotermia e altro ancora.
 
Ogni componente di questo sistema è direttamente o indirettamente interconnessa a qualunque altra in una rete di continui scambi di energia e di materia e dove i fenomeni di retroazione o feedback, dove cioè un effetto prodotto contribuisce a rafforzare o a diminuire le cause stesse che l’hanno determinato, sono innumerevoli.
 
Quindi attenzione, perché la vera realtà delle cose è che siamo ancora ben lontani dall’aver capito tutto come spesso qualcuno si ostina a credere e a farci credere.
 
C’è poi una cosa fondamentale da tenere sempre bene a mente: quando si va a studiare un sistema complesso, sia esso il funzionamento di un essere biologico, un ecosistema o il clima come in questo caso, i risultati degli studi che a volte non a caso si contraddicono tra di loro, suggeriscono soltanto delle presunte spiegazioni del fenomeno, non enunciano sentenze, non stabiliscono certezze.
 
Forse allora, in attesa di chiarirci meglio le idee, faremo bene a guardarci alle spalle dai veri killer del nostro tempo, numerosi e silenziosi, spesso conosciuti anche fin troppo bene, ma chissà perché, dei quali si fa molta più fatica a parlarne rispetto a quella solita, maledetta molecola di CO2.

Autore : Fabio Vomiero

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