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ROMA: c'è ancora un filo di speranza

La Capitale non perde la speranza.

I vostri articoli - 18 Febbraio 2009, ore 15.23

Siamo alle solite. Il tam tam iniziato più di 10 giorni fa si è rivelato come volevasi dimostrare. E dico 10 giorni per non dire anche un mese e mezzo ma si entrerebbe nel ridicolo e allora eccoci qui a fare i canguri da un sito all’altro alla vana e perduta ricerca di un qualcosa che possa portare anche qui da noi un bianco sogno e non alludo a mistificazioni allucinogene o roba varia. Parliamo di neve, parliamo di questo incubo ricorrente di noi romani che appena leggono recensioni, articoli, cartine mirabolanti cromaticamente disegnate a forti tinte blu, cominciano a perdere il lume della ragione e a sognare una gara di discesa libera con partenza dalla cupola di S.Pietro e traguardo al ristorante “Da Giggetto ar molo” a Fiumicino. Il sogno di una coltre bianca alta metri e metri, una coltre da sogno per chi vuole nascondere e non pensare anche solo per un giorno alle brutture che succedono nei nostri parchi cittadini o nelle buie vie periferiche di una città che ormai è sempre più preda di una vita maniacale, disordinata e senza alcuna etica morale. Sono romano ma mi piange il cuore a vedere Roma Caput Mundi alla mercè di un progresso che non paga dazio ma che anzi lo pretende. Voi direte: ma con la neve che attinenza ha? Non c’entra niente, è vero ma per chi non ha mai visto la neve a Roma probabilmente questo discorso può sembrare anacronistico e invece non è così. Io la neve a Roma me la ricordo, ho vissuto quella del 63 fino a quella dei giorni nostri e non posso dimenticare nel 63 il vociare enfatico di centinaia di bambini con appena un paio di scarpe decenti, tre o quattro paia di calzettoni per piede, il giaccone di nonno (quello pesante) sopra due maglioni di lana pesantissimi fatti coi ferri della lana (e averne due era già un miracolo), e come me anche senza guanti ne zuccotto. Era il 1963, sempre di febbraio, quanti ricordi, quanta felicità in noi bambini. Quegli stessi bambini li ho ritrovati nella nevicata del 71, del 85, del 86 e nelle successive misere riedizioni, ormai grandi e vestiti con un abbigliamento adeguato. Non più miseri e sbrindellati maglioni di lana sotto i cappottini fino al ginocchio ma tute e giacche a vento dal peso quasi nullo e con una protezione mille volte superiore. Non più scarponi anche di tre, quattro numeri più grandi, stretti ai piedi con dei legacci ma soffici calzature nelle quali non entra neanche una goccia d’acqua. E mille altre cose come berreti, guanti, ecc. Ho rivisto me in quei giovani fanciulli e ho rivisto la stessa eccitante allegria della mia infanzia. Passano gli anni, le mode ma il piacere di camminare sulla neve, di tirarsi quelle polpette bianche sulla schiena e quant’altro, è rimasto lo stesso di sempre. In quei giorni ormai lontani ho rivisto sorrisi e la voglia di stare a divertirsi tutti insieme. Già…tutti insieme… Fa uno strano effetto dirlo, perché oggi i bambini non si radunano più tutti insieme come una volta. Giochi elettronici, palestre, piscine, scuole pomeridiane, dove sarà finito il piacere di radunarsi tutti insieme per GIOCARE tutti insieme? Non è la sede ne il momento adatto per incanalarsi in un discorso del genere e soprattutto forse sarà un discorso anche superato ma ogni volta che si prospetta una situazione meterologica “bianca”, a me romano so che alla fine forse resteranno solo le briciole e forse neanche quelle. Mi sono copiato e tenuto da parte editti meteo che pronosticavano neve a Roma come se niente fosse per poi essere ritrattati dopo neanche 36 ore. E’ stato come rubare la cioccolata dalle mani di un bambino. Oggi molti di quei bambini ormai sono grandi e per chi ne mastica un po’ credo di immaginaree che molti avessero capito che anche questa volta non ci sarebbe stato niente da fare e, malgrado la speranza sia l’ultima a morire, anche stavolta è stato così. Da bambini grandi non possiamo nasconderci dal pensare al danno che procurerebbe la neve a Roma, per tutta quella popolazione che vive nel sottobosco della mia città, alle persone indigenti, ai senzatetto, alle persone anziane e sole…certo sarebbe un dramma! Ma mi piace pensare anche solo per un attimo a Villa Borghese, Villa Sciarra, Villa Lazzaroni, al Parco della Caffarella (noto ultimamente per situazioni sgradevoli) e chi più ne ha più ne metta, completamente imbiancati con centinaia di bambini a divertirsi. Mi piacerebbe risentire quelle grida di gioia, quelle bocche fumanti, rincorrersi e cadere col viso sul soffice manto bianco nevoso, rialzarsi e continuare a correre mentre sputi nell’aria la neve che ti è entrata in bocca e a ridere, ridere, ridere…forse è questo che ci manca: tornare a vedere i nostri figli correre liberi ridendo all’impazzata. Ecco perché vorrei rivedere la neve a Roma anche se, come diceva J.Prevert,: “quando ci rivedremo sarai più bella tu o il tuo ricordo?” Aspetto, Dio volendo, la prossima nevicata invidiando non poco gli adriatici e poi vi faccio sapere.

Autore : Roberto Maccelli

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