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Orizzonti vastissimi - Capodanno a Guadagnolo

La splendida cornice meteorologica del primo giorno dell'anno vissuta in una corsa verso l'alto contro il tempo per ammirare la bellezza di un indicibile tramonto invernale. Dalla "balconata" di Castel San Pietro Romano alle nevi di Guadagnolo, lo sguardo incrocia rilievi lontanissimi, come l'Amiata, ad oltre 150 chilometri di distanza! Emanuele Latini, alias "Arbolle", riesce a filtrare la rara emozione di quei momenti.

I vostri articoli - 3 Gennaio 2002, ore 13.40

Nel vedere, al tardo risveglio, un simile spettacolo della natura, con un'atmosfera che più tersa e trasparente di così non la ricordavo forse da sempre, non ho saputo resistere alla tentazione di mettermi in viaggio a caccia di un tramonto da incorniciare nei ricordi migliori di questo neonato 2002. Parto da San Cesareo - mio paese di residenza, ndr - intorno alle 16, dopo il consueto pranzo di Capodanno, quando il sole, già al tramonto, dipingeva verso est di un suggestivo bagliore arancio la plastica catena dei Monti Prenestini. Una visione mai così netta, precisa, pulita, evidente, vincente e vicina. Intorno un'aria fredda, ma tersa e limpida, che permetteva allo sguardo di godere di inediti orizzonti e di inusitate montuose sagome. Scaldo i motori della mia Ford Focus ed inizio la rincorsa verso l'alto, in una lotta continua contro l'incalzante linea dell'oscurità che marca il confine tra il giorno e la notte. Arrivo a Palestrina, l'antichissima Praeneste, alle falde dei "Monti desiderati". Dietro di me, San Cesareo, ai piedi dei Colli Albani, è già sotto il crepuscolo. La linea della notte risale i rilievi, ed io pigio l'acceleratore dell'auto per rubarle la forte emozione del primo tramonto dell'anno, forse subito il più bello. Castel San Pietro Romano, 752 metri slm, il balcone sulla provincia di Roma: qui consumo la prima tappa del mio breve tour. Il sole sembra volermi concedere ancora un po' di tempo; io ne approfitto per rubare qualche fotogramma all'incredibile panorama che mi si para innanzi con l'ausilio della mia fotocamera. Con lo sguardo abbraccio migliaia di chilometri quadrati: sotto di me la verde distesa dell'Agro Romano, i paesi che si accendono, le luci del Grande Raccordo Anulare che si illuminano e che circoscrivono la Capitale in uno sfavillare di colori! Gli ultimi raggi del sole filtrano tra le alture dei Colli Albani, dominate dal Maschio delle Faete, dal Monte Cavo e dall'Artemisio. A destra e a sinistra del sistema vulcanico, l'argentea striscia del Mar Tirreno, immenso, azzurro, di fronte. Seguo l'immenso andare della piatta distesa fino ad incontrare dolci colline a nord-ovest: sono i Monti della Tolfa, che con i Cimini chiudono la cornice settentrionale di una Roma che così bella, dall'alto, non l'avevo mai vista! E verso nord ecco svettare il Soratte, torre di avvistamento della Bassa Tiberina, ultimo avamposto prima dell'entroterra sabino. Ma prima di essere rapìto dalla sovrana maestà del Monte Gennaro, dalla nobile corte dei Lucretili, e dai sudditi Cornicolani, leggo a fatica tra le righe di un orizzonte mai così generoso il timido affacciarsi di un regale lontanissimo rilievo: faccio presto a capire, cartina alla mano, che quel dolce cono boscoso in direzione NNW altro non può essere che il signore dei vulcani tirrenici: l'Amiata, sogno proibito di un panorama indimenticabile, addirittura ad oltre 150 chilometri di distanza! Un miracolo della natura, un'onirica visione del reale! Non mi do pace; non credo ai miei occhi, mentre i flash della mia macchina fotografica si susseguono tra lo stupore di qualche turista infreddolito. Carico d'energia, riprendo il cammino deciso a puntare più in alto; intanto, verso Capranica; poi. chissà! Non c'è tornante che freni la mia corsa verso il pittoresco borgo medievale, seconda tappa dell'affascinante itinerario. Capranica Prenestina, poche centinaia di abitanti, 915 metri slm. Da lì, il panorama si apre anche verso est, con la maestosa presenza del Viglio, il Signore Bianco, a dominare l'imbiancato scenario appenninico assieme alle notevoli vette del Cotento e del Tarino. Monte Livata, l'Autore, le Cime di Vallevona e tutti i Simbruini tessono alla perfezione il confine orientale della profonda Valle dell'Aniene, cinta al di qua da Ruffi, Affilani e Scalambra. Ancora qualche flash, poi via verso l'alto, verso Guadagnolo, il paese più alto della provincia di Roma. Lungo la stretta strada, che corre incrociando le irregolari alture sommitali della catena prenestina, seguo con lo sguardo l'ultimo sole al tramonto. Un disco infuocato, un cielo variopinto; e un esaltante rapimento mistico mi pervade. Qua e là, salendo in quota, i resti congelati delle nevicate dei giorni scorsi e i segni di un gelo avvenente. Inizia la scalata alla rocca sommitale: il disco solare va volgendo sotto il confine dell'orizzonte, ed io mi fermo ad immortalare quel momento senza tempo. Poi percorro gli ultimi due chilometri che mi separano dal paesino arroccato a 1218 metri. Con mio grande stupore, sul versante esposto a settentrione della rocca e nel centro del borgo, trovo tra i 5 e i 10 centimetri di neve, a creare un fiabesco presepe vivente. La neve, caduta tra il 26 ed il 28 dicembre, si è mantenuta nonostante le continue pioviggini dell'ultimo week-end, e copre ancora magicamente di bianco i tetti e i comignoli delle sparute abitazioni del borgo. I -5° C registrati alle ore 16.30 contribuiscono a renderla compatta e ghiacciata come piace tanto a me. Il freddo punge come non mai, il ghiaccio ricopre l'asfalto della piazzetta, e sul Belvedere del Redentore la vista può spaziare dovunque. Il cielo si tinge di mille colori, e tutto l'intorno è una poesia che ben conosco, ma che sa rinnovarsi ogniqualvolta conquisto quella vetta bramata. Gli ultimi scampoli di luce mi regalano nuove emozioni, a completare un disegno mai immaginato prima. Le strette gole del Velino si incastrano a perfezione tra le rupestri pareti del Terminillo e dei Monti della Laga. Più a est, i Simbruini dirimpettai non riescono a superare le retrostanti cime agguerrite del Corno Grande e del Velino-Cafornia, nonché la dolce sagoma del Sirente; e quando, verso meridione, trova spazio l'adagiata conca frusinate, stesa come un tappeto di storia e di colline tra Érnici, Cáiro ed Ausoni, riesco con difficoltà a decifrare il profilo di ombre che si perdono nella notte che avanza: sono i monti del Matese, tra Campania e Molise, a sud-est, che chiudono all'estremo lo spazio del visibile, e nella mia esperienza quotidiana una giornata memorabile tra le montagne che ogni mattino sfido con lo sguardo del risveglio, alla ricerca di un sempre nuovo perché. Dedicato alla persona che mi ha accompagnato durante la strabiliante traversata, e che spero m'accompagni anche nei giorni della vita che verrà.

Autore : Emanuele Latini, "arbolle" nel forum

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