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Aumento della temperatura globale. I dati sono sufficienti?

Oggi con troppa facilità si parla di effetto serra correlandolo a scenari catastrofici. Ma dobbiamo crederci? Come si arriva a formulare certe ipotesi? Ci sono certezze scientifiche a riguardo? Alcuni spunti di critica sull'insufficienza di dati da elaborare e sui limiti dei modelli fisico-matematici. Probabilmente al punto in cui è oggi la ricerca in climatologia, è troppo presto per avere risposte certe.

I vostri articoli - 31 Dicembre 2003, ore 15.01

Invito chiunque a prendere in mano un qualsiasi planisfero o mappamondo e ad osservarlo attentamente. Ovviamente i nostri occhi cadranno innanzi tutto su quel grande stivale chiamato Italia, anzi piccolo, a guardarlo bene è proprio piccolissimo. Intorno ad esso c'è l'Europa, ci accorgiamo che anch'essa è piccola, più ad est ecco il primo grande continente, l'Asia, questo si che è grande, ci sono zone molto popolate, vedi Cina, India, Giappone, ma c'e almeno una zona, grande più dell'Europa che è quasi disabitata, la Siberia. Più a sud c'è l'immensa Africa, anche qui una zona sconfinata, praticamente disabitata, il deserto del Sahara, ci chiediamo quante italie ci starebbero dentro. Anche il deserto australiano sarà grande come tutta l'Europa centrale. Guardando le Americhe ci colpisce l'estensione della grande foresta amazzonica e infine ci sorprendono due immense terre bianche perché costantemente ricoperte dai ghiacci, anch'esse praticamente disabitate, la Groenlandia e l'Antartide, una distesa enorme paragonabile per superficie a tutta l'Australia. Infine c'è una superficie, la cui estensione è almeno doppia rispetto a tutte le terre emerse, ricoperta dagli oceani. Ci si accorge, guardando semplicemente un planisfero, che la maggior parte della superficie del nostro pianeta non è abitata. Da questa semplice considerazione ci si potrebbe a ragione chiedere: quando parliamo di cambiamenti climatici globali, siamo sicuri che i dati in nostro possesso, che sono comunque tanti, siano effettivamente sufficienti? In tutte quelle sconfinate zone disabitate, esiste un monitoraggio adeguato? E per quanto riguarda gli oceani, per i quali le variazioni di temperatura sappiamo essere determinanti (senza conoscerne esattamente i meccanismi) per il sistema accoppiato atmosfera-oceani, qual è l'infinitesima percentuale di superficie monitorata? Credo che questo sia un problema che vada tenuto in considerazione, anche se almeno teoricamente migliorabile. L'alternativa sono le rilevazioni satellitari peraltro in discordanza con i dati superficiali e molto più limitati nel tempo perché disponibili soltanto da una ventina d'anni. E se già i dati di oggi, se vogliamo, possono essere ancora criticabili, cosa dire di quelli del passato? Margini di errore di tutt'altra grandezza rispetto ai decimi o centesimi di grado con cui siamo abituati a ragionare oggi. Ritengo non sia possibile, se non a grandi linee, confrontare dati ottenuti con tecnologie o sistemi del tutto diversi tra loro (mi riferisco ad esempio anche ai dati ricavati da tecniche di paleoclimatologia). Tutto diventa più sfocato man mano che si indietreggia nel tempo, solo le grandi variazioni climatiche risultano chiare come le glaciazioni e gli optimum climatici. Nessuno può sapere con certezza se anche nel passato non si siano già verificati casi di modificazioni climatiche paragonabili a quella che sembra stiamo vivendo oggi. L'unica cosa certa è che il clima sulla Terra è in continua evoluzione e che le cause, i modi e i tempi con cui lo fa restano in gran parte sconosciuti. È per tutto questo che guardo con sospetto e perplessità a tutti quei modelli fisico-matematici cosiddetti globali, che hanno la presunzione di prevedere il clima mondiale del futuro con certezza matematica, proprio perché essi si basano sui dati e questi almeno per il momento, non sono sufficienti. Inoltre, un altro limite intrinseco ai modelli è il fatto che l'atmosfera è un sistema deterministico caotico non lineare e perciò regolato da equazioni non lineari di difficile risoluzione, dove il verificarsi non previsto di una piccolissima perturbazione nello stato iniziale, può determinare situazioni finali molto diverse, per un effetto cosiddetto "feedback" o a cascata, già peraltro scoperto e sperimentato da Lorentz nel 1963. Il modello inoltre è per definizione una semplificazione della realtà, dove per supplire alla carenza di dati e conoscenze, molte possibili variabili vengono parametrizzate e dove non vengono tenuti in considerazione molti possibili meccanismi di feedback positivi o negativi riguardanti, ad esempio, l'interazione atmosfera-biosfera, perchè tuttora non ancora ben conosciuti. Se poi i nostri dati riguardano solamente o soprattutto la porzione di pianeta troppo densamente popolata, potremmo trovarci davanti ad almeno due problemi: primo di credere che quei dati così limitati nel tempo e nello spazio costituiscano un campione idoneo e sufficiente e quindi statisticamente valido; secondo, il fatto che quei dati, proprio perché riguardanti zone sovrappopolate, non siano in qualche modo troppo "disturbati" e quindi poco significativi (vedi fenomeni di micro o macro isole di calore). E per quanto riguarda la CO2? Sembra che la concentrazione atmosferica sia in aumento esponenziale da circa il 1860-1880 d.C., passando da circa 280 ppm alle attuali 360 ppm circa. Se il parametro è così determinante per l'aumento dell'effetto serra, perché la temperatura non ha subito la stessa dinamica di crescita, ma addirittura, a cavallo degli anni cinquanta-settanta, ha mostrato per circa 35 anni un trend negativo, tanto che molti climatologi del tempo cercavano addirittura di dimostrare che si stava andando verso una nuova era glaciale? Questi sono solo alcuni normali dubbi forse più provocatori che altro, ma sono comunque un tentativo di dimostrare che probabilmente al punto in cui è oggi la ricerca nel campo della climatologia, scienza così complessa e multidisciplinare e nello stesso tempo nuova, non è assolutamente giustificabile l'atteggiamento da parte dei media, ma anche di tanti "addetti ai lavori" che con disarmante sicurezza parlano di scenari catastrofici e di un futuro inquietante già segnato per l'umanità. No, questo non è fare scienza, si alla prudenza e al principio di precauzione. C'è un fondato allarme di cambiamenti climatici in atto ed un presunto colpevole, l'aumento dei gas serra. Non ci resta che rimboccarci le maniche ed investire in ricerca pura, non c'è assolutamente bisogno di terrorizzare prematuramente l'opinione pubblica con catastrofismi gratuiti privi di certezze scientifiche.

Autore : Fabio Vomiero

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