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I terremoti: come si formano? C’è qualche relazione con le condizioni atmosferiche?

Cerchiamo di capire che cosa scatena il fenomeno forse più distruttivo che la natura può vantare.

Geologia - 21 Maggio 2003, ore 10.30

In molte aree del nostro Pianeta, compresa purtroppo anche l’Italia, si convive con un “rischio sismico” più o meno marcato. Questo significa che, in queste zone, la terra è soggetta periodicamente ad oscillazioni e fratture che danno origine ai terremoti. Per riuscire a capire come può originarsi un terremoto, bisogna esaminare la Terra al suo interno. Lo strato superficiale, che ha spessore variabile a seconda della presenza o meno di catene montuose, è chiamato “crosta terrestre”. La sua copertura è piuttosto uniforme, ma in alcuni punti sono presenti anche delle fratture che delimitano autentiche “porzioni” di crosta, chiamate placche. Al di sotto della croste terrestre è presente il “mantello”, formato da roccia fusa e magma. Le placche che delimitano la crosta, avendo una densità assai minore del mantello, tendono a “galleggiarci” sopra, esattamente come delle gigantesche zattere. Infine, al centro del nostro Pianeta, abbiamo un nucleo solido, circondato da metallo fuso in continuo movimento. Da questa analisi molto semplicistica, si può già dedurre che la Terra non è un pianeta inerte, ma risente di periodici movimenti dovuti al galleggiamento delle placche sul mantello. Tra una placca e l’altra esistono, come già accennato, delle fratture che vengono chiamate “faglie”, principali responsabili dei terremoti sul nostro Pianeta. Come si originano le onde sismiche? Nel corso degli ultimi anni è stata proposta una teoria, che ancora oggi è la più valida. Si tratta della teoria dello “slittamento dei filamenti”. In poche parole due placche, che si muovono in direzioni contrarie, tendono ad accumulare un notevole quantitativo di energia potenziale che si crea dall’attrito che tali placche devono compiere per potersi muovere. Praticamente più l’attrito è maggiore, più aumenta lo sforzo per il movimento e più aumenta l’energia potenziale accumulata. Lo “sforzo” può durare anche parecchi anni, se non decenni. Successivamente si arriva al momento x in cui tale energia non può più essere sopportata e da qualche parte si crea una frattura. In questo modo tutta la tensione accumulata nel corso del tempo si libera improvvisamente, facendo letteralmente scuotere il terreno. Ecco il terremoto! Di conseguenza lunghi periodi di inattività sismica in zone ad alto rischio, può voler dire che le faglie stanno accumulando tensione che in un primo tempo non viene dispersa, ma che può disperdersi in un secondo tempo con un terremoto particolarmente distruttivo. I due esempi classici in Italia sono il terremoto dell’Irpinia e quello che ha colpito l’Umbria e le Marche. Nel primo caso ci fu la liberazione di tutta la tensione accumulata con un’unica scossa particolarmente distruttiva. Nel caso del terremoto in Umbria, invece, le tensioni presenti nelle faglie si sono liberate poco a poco, con una serie di scosse più deboli, ma con una sequenza che è durata mesi. Si possono prevedere i terremoti? Sicuramente si può ipotizzare, in una zona ad alto rischio sismico, che prima o poi un altro terremoto colpirà quel settore, ma non si potranno mai conoscere l’esatto momento e l’intensità del sisma. Ci sono relazioni tra le condizioni del tempo e i terremoti? Non esiste, per ora, una correlazione scientifica tra i terremoti e lo stato del tempo. Quindi l’affermazione “ tempo da terremoto”, non sembra avere alcun riscontro logico.

Autore : Paolo Bonino

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