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Trombe e tornadi: parla il nostro climatologo

Una colpevole carenza strumentale.

Editoriali - 11 Luglio 2001, ore 11.21

Chi è abituato per professione o per passione, a consultare i siti statunitensi pubblici di meteorologia, ha chiaro il concetto di cosa voglia dire pubblico per gli anglosassoni: quantità impressionante di informazioni gratuite, disponibilità estrema al dialogo ed all’insegnamento, tempestività nelle risposte, etc. Il tutto in chiaro senza tanti fronzoli in nome della privacy (quella vera). Il perché un individuo (od un gruppo di persone) voglia accedere ad una determinata informazione è un fatto personale che non deve minimamente interessare all’ente pubblico (la meteorologia ha smesso da tempo di essere, nella vecchia accezione, un prodotto strategico). Il fatto Come un normale cittadino, la sera del 7 luglio, mi sono collegato al sito della regione per avere documentazioni tecniche, soprattutto velocità del vento, nei luoghi dove è avvenuto l’evento catastrofico. Mi sono trovato davanti un format che mi richiedeva nome cognome, e-mail, ente di appartenenza. Ovviamente nessun dato in linea, ma la promessa dell’invio dei dati degli ultimi 90 giorni però con l’avvertimento che tali informazioni avrebbero potuto essere anche errate poiché non ancora sottoposte a validazione (sic). Tutta questa lunga premessa, per far notare, ancora una volta, come funziona la meteorologia in Italia. Penso di essermi abbastanza informato, ma nonostante tutto non ho sentito riportare neanche una misura di velocità del vento (secondo censimento in zona dovrebbero esserci anemometri). In compenso in molti si sono scatenati a classificare l’evento, su quali basi? Si ha il sospetto che la classificazione sia stata fatta in base ai danni. Come i geologi sanno, vi è una differenza sostanziale fra la scala Mercalli e la Richter. La prima misura gli effetti provocati da un terremoto, la seconda, molto più attendibile, rileva l’energia liberata dal sisma. Se le scale empiriche, tipo Mercalli, hanno una importante applicazione per le aree disabitate o per i paesi poveri, purtroppo per certi stati anche quello strumentale può risultare un costo insostenibile, non ha senso che non si possa disporre di misure in un area ricca portata ad esempio come una delle più produttive d’Europa (o forse le misure non vengono diffuse perchè poco attendibili?). Il fenomeno e la sua distribuzione areale Tromba d’aria è un termine generico con cui si indicano vortici di aria ad asse prevalentemente verticale dotati di notevole forza centrifuga in grado di garantire elevati minimi depressionari. La causa dei fenomeni, tipo tromba d’aria, è da attribuirsi alla violenta azione dell'instabilità verticale che provoca un'aspirazione vorticosa dell'aria dai bassi strati. L'instabilità è dovuta all'arrivo di aria fredda dall'alto (aria proveniente da nord nel caso dell’Italia settentrionale) che si incunea al di sotto dell'aria calda e umida della pianura. La sua azione distruttiva è determinata, oltre che dalla particolare intensità dei venti, dal violento sbalzo di pressione causato dall’avvicinarsi dal fenomeno stesso. Anche se non si dispone di documentazione precisa, stante la solita latitanza strumentale, ci sono fenomeni tipo trombe d’aria, in media, almeno due volte all’anno (relativamente alla Pianura Padana ed a quella veneto-emiliana). Le aree più colpite risultano l’alto milanese, l’area ad ovest del lago d’Iseo, la laguna veneta e la pianura bolognese. Il fenomeno più intenso segnalato fu a Venezia e provocò, oltre a numerosi danni, il ribaltamento di un traghetto con la morte di dieci persone. Previsione e protezione civile Ultimamente è uscito un saggio dedicato alla scarsa autostima, come popolo, degli italiani. Come uomo di scienza devo riconoscere che la scarsa autostima ha ben ragione di essere. La mentalità statunitense valuta le cose da fare con cinico pragmatismo economico (è conveniente, non è conveniente), ma una volta riconosciutane la validità, le cose si fanno. In Italia invece si perde tempo in oziose discussioni, atte a considerare tutte le implicazioni, anche filosofiche, ma le cose dopo anni si fanno in modo insoddisfacente. Così, visti i danni meteorologici, gli Stati Uniti si sono attrezzati con vari centri di previsione per le catastrofi, mentre in Italia esiste una protezione civile che fa acqua, nel vero senso della parola, da tutte le parti. A parte il fatto che è profondamente sbagliato che uno stesso ente coesistano previsione e soccorso, la mentalità prevalente è poi quella del soccorso. Così se si prevedono venti forti non ci preoccupa di fermare le funivie e mezzi simili, non si allertano gli aeroporti privati, i surfisti, etc. Alla domenica scorrono incessantemente, su televisioni nazionali o locali, i risultati calcistici, le classifiche dei gran premi automobilistici, etc. ma non è stata mai diffusa un messaggio della protezione civile, anche nel caso di eventi di notevole rilevanza. La previsione di fenomeni tipo trombe d’aria è quanto mai compessa ed a tuttoggi, di quasi impossibile determinazione. Ma possiamo vantare tentativi in tal senso? La protezione civile si è mai posta il problema? Con i prodotti meteorologici disponibili, modelli a 60 km ogni nodo, come è possibile studiare eventi da qualche decina o centinaio di metri di raggio? Da ultimo la protezione civile è a conoscenza di organismi previsionali quali il FEMA od il Disaster Center? Una ultima notazione: al cambiamento climatico o ci si crede o è meglio lasciar perdere. Le implicazioni del cambio climatico prevedono, fra l’altro, un aumento degli eventi estremi e quindi di fenomeni tipo trombe d’aria (con possibile evoluzione in tornado). E’ cosciente il mondo politico italiano o come al solito ci faremo travolgere dagli eventi? P.S. Non ho affrontato parecchi spunti suggeriti dal collega Alessio Grosso, spero che ci sia l’occasione di riprendere il discorso e tutto non cada nell’oblio dei brutti ricordi.

Autore : Antonio Ghezzi

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