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Tornado in Brianza: cala un vergognoso silenzio

Meteorologia e Protezione Civile

Editoriali - 19 Luglio 2001, ore 07.17

Introduzione Quello che più mi ha stupito, dopo l’evento del 7 luglio è stato il silenzio totale da parte della “scienza”. Alle varie televisioni si sono alternati carabinieri, industriali, agricoltori o singoli abitanti delle zone colpite ma tecnici della Protezione Civile o esperti di meteorologia, neanche l’ombra (*). La previsione Come ho più volte affermato in varie circostanze, la previsione meteorologica non può essere uguale per ogni applicazione. Forse quella relativa alla Protezione Civile è la più difficile da stilare ma sicuramente dovrebbe essere quella a cui si dedicano le migliori risorse, visto l’elevato costo sociale ed economico che gli eventi estremi spesso comportano. L’affermazione precedente, introduce già una importante discriminazione: le condizioni meteorologiche “normali”, ai fini della Protezione Civile, generalmente non interessano. Il fulcro della attività previsionale si concentra perciò sull’evento estremo: sua variabilità spaziale e temporale, intensità, tempo di ritorno, etc. Solo nel caso di previsione come attività di supporto alla protezione civile (incidenti industriali, incendi boschivi, altro) e non come causa interessano le normali previsioni del tempo. In tutti gli altri casi bisogna prevedere tutti i giorni per poter scegliere le condizioni di effettivo pericolo. Quanto detto precedentemente introduce e giustifica una triste constatazione: se ci sono pochi esperti in previsioni applicate, ce ne sono sicuramente molto meno che si sono specializzati nella Protezione Civile, eccettuato il settore nivometeorologico che ne conta un buon numero. Oltre a questo, a costo di ripetermi, bisogna considerare che la possibilità di prevedere un fenomeno è funzione del modello che si applica. Ci sono eventi il cui areale è sufficientemente vasto da permettere di usare modelli a scala europea (onde termiche negative o positive), ma la maggior parte degli eventi estremi necessitano di un modello a scala locale (inesistente in Italia) o addirittura di modelli diffusivi, con nodi dell’ordine del km. o meno, che si innestano su quelli a scala italiana (utili per incendi boschivi, incidenti industriali, altro). In mancanza di questi ultimi due, ci si arrangia alla meno peggio. Ma se nel caso di previsione generale, ha senso parlare di possibile attività grandinigena durante i temporali o di precipitazioni intense sui rilievi, non ha nessun significato in funzione di protezione civile. Anche l’utilizzo di tabelle di frequenza di un evento estremo è da valutare con cautela. Altri elementi da considerare sono poi l’utilizzo della strumentazione di nuova concezione (soprattutto i vari tipi di radar) e legati a questi, ma non solo, lo sviluppo di progetti specifici che consentano di aumentare la conoscenza attraverso lo studio dei meccanismi degli eventi estremi. Ma la previsione per la Protezione Civile non si fa solo con cospicui investimenti finanziari, la si può fare anche utilizzando al meglio la strumentazione presente sul territorio, le immagini da satellite (polare e geostazionario), i radiosondaggi, etc. La previsione a breve termine (massimo 12 ore) può essere sufficiente a scongiurare situazioni di pericolo, almeno per le persone. La situazione La prima considerazione che bisogna fare è che, anche in questo contesto, la meteorologia risulta la cenerentola delle scienze. Infatti basta collegarsi con il sito della Protezione Civile per rendersi conto come, nonostante in numerose occasioni gli eventi atmosferici siano stati la causa principale di danni a cose e persone, i progetti legati a sismologia e vulcanologia la facciano da padrone rispetto alla meteorologia. L’investimento in nuova tecnologia è poi assolutamente deficitario e non deve meravigliare il fatto che oggi sia più facile prevedere l’impatto di meteoriti sulla terra che non una precipitazione intensa sulla Lombardia. Ad esempio, alcuni radar meteorologici sono presenti sul territorio italiano ma non sono in rete fra di loro. Inoltre, come al solito, il pressappochismo, lo scarso coordinamento e la burocrazia dominano il panorama. Basta un solo esempio: l’intensa precipitazione del 19/06/1996 che ha causato morti tra le province di Lucca e Pisa, come mai non è stata prevista, almeno in tempo utile per allertare la popolazione, visto che a Pisa è installato un radar meteorologico? Si diceva più sopra della previsione a breve termine ma il discorso si potrebbe estendere anche ad altri tipi di previsione con diversa validità temporale. A differenza di alcuni anni addietro, i modelli meteorologici restituiscono prodotti vari e differenziati. Che abilità avrà mai un meteorologo a confermare i nuclei di precipitazione massima previsti dal modello? Se non a segnalare ed a capire gli errori che commette il modello in certe situazioni o ad aggiungere una propria elaborazione, a cosa serve il meteorologo? Provocatoriamente si potrebbe affermare che sia sufficiente l’ausilio di un modello efficiente a scala locale (ad es. quello tedesco) ed una buona conoscenza delle carte meteorologiche e delle immagini da satellite per consentire di fare la previsione. E’ così per tanti appassionati di meteorologia. Ma come si è detto la previsione per la Protezione Civile dovrebbe rappresentare il massimo livello di professionalità. Invece la maggior parte dei meteorologi pensano che basti cambiare la dizione (previsione per i trasporti, per l’agricoltura, per il tempo libero) per cambiare una previsione generale in una applicata. Così si assiste a previsioni che sono sempre la stessa minestra. Perché oltretutto si ha una insoddisfacente conoscenza dei bisogni dell’utenza. A parte fenomeni intrinsecamente difficili o impossibili da prevedere (trombe d’aria), anche a quelli prevedibili non viene data la necessaria importanza. Ad esempio le nevicate di inizio Dicembre sull’Appennino Tosco-emiliano sono spesso previste, questo però non toglie il fatto che sull’Autostrada del Sole più di una volte gli automobilisti siano stati intrappolati. Essere meteorologi non comporta necessariamente il fatto di poter operare al meglio nell’ambito della Protezione Civile. Così come quando si approntano previsioni si deve fare mente locale alla possibilità di determinate condizioni stagionali (ad es. nebbia, caldo afoso, etc.), od al carattere di una precipitazione (acquea, nevosa, grandinigena, mista) anche per la Protezione Civile devono necessariamente scattare meccanismi di allerta nella testa del previsore. Non tutto è fortunatamente negativo. Soprattutto a livello dei trasporti qualcosa è stato fatto. Infatti dopo anni di incidenti più o meno gravi, ci si è accorti che spesso ci sono venti forti sul Ponente Ligure, che la nebbia si addensa o costituisce banchi nelle zone topograficamente depresse come nel mantovano o nella pianura veneta. Ma come si diceva prima, il risultato della previsione deve avere dei contenuti fortemente applicativi che oggi non ha. Cosa fare Come si avrà capito, anche se l’esposizione degli argomenti è dovuta essere sommaria, le cose da fare sono molte. Necessariamente dovrò elencare solo alcuni interventi ed in modo schematico. Prima di tutto, e non mi sembra che sia stata fatta, bisogna scegliere se la Protezione Civile deve essere una assistenza puntuale alla popolazione oppure deve essere intesa come intervento a fronte di pericolo molto grave. Personalmente penso che se si fanno campagne pubblicitarie a fronte di rischi minori, non si capisce allora perchè la Protezione Civile debba intervenire solo in caso di prevista tragedia. Vi sono poi campi di intervento di possibile conflitto con altri settori (soprattutto medicina) che andrebbero assegnati alla Protezione Civile. Nessuno nega il ruolo centrale della medicina nella ricerca e nell’individuare condizioni di rischio per la popolazione in condizioni meteorologiche specifiche (caldo afoso, periodi di parossismo di allergeni, esposizione ai raggi ultravioletti, altro) tuttavia il concorso di altri esperti quali meteorologi, botanici e altri, nella previsione del possibile evento scatenante e la necessità di un unico ente allertante dovrebbe indurre a lasciar perdere i personalismi affidando la comunicazione alla protezione civile. Un modo semplice di approcciare il discorso applicativo è definire l’entità del rischio in base a valori numerici crescenti. Così si potrebbero costruire, con il concorso di vari esperti, scale di valori rispetto alla singola applicazione (come ad es. è l’indice di Thom per l’afosità del clima). Dire ad esempio che il vento sarà moderato, a livello di applicazione, serve a poco. Più interessante è fornire un range di valori (ad es. tra i 30 ed i 40 kmh), ma meglio ancora sarebbe utile una scala, o più, di valori che definisse il rischio potenziale per surfisti, per le funivie, per i lavori edili all’aperto, per capire la velocità di propagazione di un incendio, per determinare l’entità di diffusione e di dispersione degli inquinanti, etc. Inoltre si potrebbero parametrare gli indici di instabilità atmosferica (il più conosciuto è quello di Whiting) in modo da fornire l’entità del rischio di fenomeni temporaleschi o peggio (tipo trombe d’aria). Ma tutto questo servirebbe a poco se non è possibile dotarsi della strumentazione più moderna che ci consente la tecnologia. In altri campi tecnologici o scientifici, senza determinata strumentazione non si comincia neanche a lavorare. Non si capisce allora perché un meteorologo a cui la società civile conferisce un mandato sociale non indifferente, debba lavorare con mezzi insufficienti. Ma il discorso sarebbe lungo, affondando, fra l’altro, nella scarsa considerazione che i politici hanno delle esigenze dei cittadini rappresentati. Inoltre vi è scarsa conoscenza della possibilità previsionali della meteorologia. Così il meteorologo è fatto segno di battute e lo si considera una specie di stregone (la collocazione di rubriche meteo vicino all’oroscopo non è proprio casuale). Antonio Ghezzi (*) Mi è stata segnalata il giorno 16/7 la presenza, in qualità di esperto, del prof. Maracchi alla trasmissione mattutina di Rai1. Il prof. Maracchi è direttore dell’Istituto di Agrometeorologia del CNR. Ogni commento è superfluo.

Autore : Antonio Ghezzi, climatologo

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