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Scienza e clima: "il più o meno" è l'ineliminabile limite conoscitivo

A volte, in determinati contesti scientifici e non solo, può essere di maggiore utilità riuscire a cogliere la sostanza, piuttosto che il dettaglio.

Editoriali - 8 Aprile 2015, ore 08.23

Noi tutti viviamo in un mondo reale altamente complesso e, per questo, anche difficile da decifrare. Questo grado di complessità, peraltro, è in continuo aumento, e segue da vicino la traiettoria evolutiva della nostra società.

Da circa quattrocento anni, però, in seguito anche all’importante contributo di Galileo, l’essere umano ha acquisito la consapevolezza che il migliore strumento a sua disposizione per cercare di conoscere e comprendere la complessità dei fenomeni, consiste nell’applicazione del metodo scientifico, un procedimento cognitivo semplice ed efficace, che, nel tempo, ha avuto modo di poter essere ampiamente collaudato con indiscutibile successo.

In questi ultimi decenni poi, la scienza stessa si è ulteriormente affinata nei metodi analitici, e soprattutto, ha spostato sempre di più il suo campo di applicazione dallo studio dei sistemi fisici classici (meccanica, termodinamica, elettromagnetismo) allo studio dei sistemi complessi (ecosistemi, sistemi biologici, clima), passando prima, per la grande rivoluzione einsteiniana della fisica o meccanica quantistica.

La peculiarità fondamentale dei sistemi complessi, è quella di evolvere in maniera non lineare; questo significa che gli elementi del sistema non sono più chiaramente correlati tra di loro da rapporti ben definiti e proporzionali tra causa ed effetto. La dinamica di un sistema complesso, pertanto, spesso complicata anche dall’instaurarsi di processi di retroazione, non è più definibile in termini di certezza matematica, ma soltanto in termini di probabilità, ed è per questo, che nell’approccio allo studio di questi sistemi, dobbiamo necessariamente abituarci ad acquisire dimestichezza con i concetti di incertezza, approssimazione, indeterminazione, stima.

Per esempio, non possiamo sapere con precisione se il nostro cervello è costituito da 79 oppure da 81 miliardi di neuroni, o se una medicina funziona sul 70% o il 72% dei pazienti, o se uno stile di vita adeguato influisce sulla prevenzione del rischio cardiovascolare ed oncologico per una quota pari al 40% o al 38%, rispetto alla componente genetica, o se all’interno dell’ecosistema terrestre vivono 7,3 o 7,4 miliardi di esseri umani.

Il punto importante però, è che questa incertezza, di solito, non è così determinante da precludere il progredire della conoscenza del sistema nel suo complesso, allo stesso modo per cui il fatto di non conoscere l’esatto valore del Pi greco, non costituisce un limite alla comprensione della geometria.
 
Lo stesso discorso vale naturalmente anche quando si parla di clima e cambiamenti climatici. Spesso ci si intestardisce sui dati. Prendiamo ad esempio le temperature globali. Oggi i principali dataset internazionali parlano di barre di errore pari a circa 0,1°C per le misurazioni strumentali tradizionali e di circa 0,15°C per le misurazioni satellitari della bassa troposfera.

Ma allora, a questo punto, può essere di maggiore utilità riuscire a cogliere l’essenza di un trend in atto a diverse scale temporali, tenendo conto dell’errore di misura, o discutere se l’anno 2014 è risultato più caldo del 2010 per due centesimi di grado o viceversa?

Per non parlare poi delle ricostruzioni delle temperature del passato ricavate da incerti dati di prossimità o da soggettive testimonianze storiche, per le quali le barre di errore inevitabilmente crescono a dismisura, trattandosi di metodologie investigative complesse, disomogenee, difficilmente calibrabili, e soprattutto, limitate nel tempo e nello spazio. Sappiamo che nell’ultimo milione di anni si sono succedute sul nostro pianeta lunghe ere glaciali, intervallate da più brevi periodi interglaciali, per esempio.

Sappiamo inoltre di un periodo caldo medioevale, con temperature probabilmente superiori alle attuali, più o meno, così come di una PEG (Piccola Età Glaciale) verificatasi grossomodo nel periodo 1400-1850 d.C., almeno nell’emisfero boreale, ma sempre più o meno.

Ecco qual è il punto fondamentale, il “più o meno”, un ineliminabile limite conoscitivo di natura quantitativa e di consistenza variabile, con il quale, purtroppo, dobbiamo costantemente confrontarci, nonostante le apparenze.

Anche molti altri ambiti della scienza soffrono delle stesse problematiche, si pensi ad esempio alla ricostruzione della filogenesi evolutiva (successione della comparsa delle varie specie animali e vegetali sulla Terra), basata principalmente sullo studio dei rari reperti fossili disponibili. La fossilizzazione, infatti, è un processo fisico-biologico che in natura si verifica soltanto in condizioni ambientali eccezionali.

Bisogna quindi fare molta attenzione ogniqualvolta si vogliano valutare dati o tipologie di dati, e chiedersi sempre, come prima cosa, quale possa essere la loro barra di errore e quindi la loro reale significatività. In un qualsiasi sistema complesso, infatti, biologico, economico o climatico che sia, esistono sempre dei limiti conoscitivi (teorici e sperimentali) che inevitabilmente poi ne condizionano anche il grado di predicibilità.

Ecco perché anche nella scienza, così come nella vita, a volte può essere più saggio guardare alla sostanza, piuttosto che ad un illusorio, ingannevole, inafferrabile dettaglio.


Autore : Fabio Vomiero

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