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Ricerca SHOCK: l'isola di calore si "mangia" gran parte del global warming!

Da un confronto con le medie della prima metà del XX secolo emerge che nelle grandi città italiane, gran parte dell’odierno riscaldamento climatico, si può spiegare molto bene con l’effetto isola di calore. Quando tale effetto è mitigato, si può addirittura osservare nelle medie di lungo periodo un moderato calo termico.

Editoriali - 27 Giugno 2018, ore 11.27

Premesso che è in atto un generale riscaldamento in sede mediterranea che, medie alla mano, non si può negare, né tantomeno nascondere, sorge qualche dubbio sulle sue reali dimensioni, soprattutto se si fa riferimento, come già altre volte accennato, alle raccolte di dati effettuate all’interno dei grandi centri urbani.

Le titubanze e le incertezze si accrescono nel momento in cui scorrono fra le mani le medie termiche di alcune città italiane relative ai primi decenni del XX secolo. La meticolosa raccolta delle temperature e la costante osservazione del cielo, affidata all’esperienza e alla sensibilità di eminenti studiosi del passato, ci restituisce un quadro tutt’altro che differente da quello attuale.

Per dare una risposta a queste sorprendenti incongruenze, abbiamo condotto una ricerca personale sulle medie termiche degli ultimi 80 anni, a partire dai dati pubblici della meteorologia istituzionale. Abbiamo considerato le medie trentennali come punti di riferimento e confronto che, secondo un parere piuttosto condiviso, costituiscono intervalli ragionevoli per ottenere un quadro più “medio” possibile. Non ci siamo però limitati al confronto tra le medie annuali, sempre piatte e povere di informazioni; specie in un clima molto stagionalizzato come il nostro. Pertanto abbiamo allargato l’analisi alle medie mensili su base trentennale; in modo da poter evidenziare proprio i comportamenti stagionali.

Da un confronto tra le medie 1961-1990 e 1971-2000, emerge un diffuso e generalizzato aumento in tutte le città campione, salvo qualche rara eccezione. Fin qui niente di nuovo. Se però il confronto delle medie più recenti, viene condotto con quelle del 1931-1960, allora tutti i nodi vengono al pettine.

Le diverse città, prese in considerazione come campione (Milano, Torino, Bologna, Bari, Palermo e Cagliari), si comportano ovviamente in modo abbastanza differente, con casistiche diverse, ma ampiamente spiegabili dalle condizioni climatiche regionali. Guardando più a fondo emerge però che sussistono alcuni elementi in comune, più o meno celati dalle situazioni locali:
1) In tutte le città campione, eccetto Cagliari, gli inverni attuali risultano sempre più caldi di quelli del passato. Quelli degli anni ’31-’60, specie nelle grandi città del nord, ma anche a Palermo, risultano anche più freddi di quelli della media ’61-’90.

2) In tutte le città campione le estati attuali risultano più calde, specie nei mesi di luglio e agosto; ma qui cominciano le incongruenze, dato che ciò è vero solo rispetto alle medie ’61-’90. Se invece ci si riferisce alle medie ’31-’60, in quegli anni le estati erano decisamente più calde di oggi: soprattutto nelle grandi città del nord. Per Bari erano bollenti soprattutto i periodi di fine estate. Cagliari e Palermo invece, mostrano un’estrema controtendenza.

3) Un altro dato comune a pressoché tutte le città, sono le primavere e gli autunni attuali, entrambi un po' più freschi rispetto al passato. In molti casi, specie nelle città isolane, la media ’71-‘2000 è più bassa anche di quella ’61-’90!

Si può ragionevolmente concludere che le stagioni in cui si osservano le anomalie positive preponderanti, se non addirittura totali, corrispondono alle stagioni in cui l’effetto “isola di calore” è più importante ed intenso: estate ed inverno.

Scarsa ventilazione e forti escursioni termiche sono tipici di queste stagioni e sono i principali elementi che esaltano la grande capacità termica delle superfici edificate, nonché l’accumulo di calore prodotto dalle attività antropiche. Le stagioni invece di passaggio, notoriamente anche le più ventose, pertanto caratterizzate da un effetto “isola di calore” decisamente più contenuto; vedono anomalie per lo più negative, in opposizione a quanto sostiene la teoria del riscaldamento climatico generale.

Nella maggior parte dei casi inoltre, le anomalie negative coincidono anche con le stagioni più piovose dell’anno (con opportune differenze di distribuzione per le singole città campione); specie quelle che si riferiscono al contrasto fra la media più recente e quella del ’31-’60. Altre situazioni particolari, come ad esempio le infuocate estati sarde o i freddi autunni pugliesi, sarebbero da imputare per lo più a cambiamenti generali, con amplificazioni locali, della circolazione atmosferica degli ultimi decenni (il vero cambiamento climatico in atto).

Un ultimo appunto sull’effetto “isola di calore” riguarda l’aumento della popolazione e della diffusa cementificazione proprio negli anni ’60, specie nelle città de nord. Sono proprio questi gli anni in cui anche gli inverni risultano più caldi che negli anni ’30-‘40. Il risultato si traduce in un minor numero di giorni con gelo, nebbia e neve al suolo. Diverso il discorso per il numero delle nevicate e la rispettiva quantità di neve, fenomeni più imputabili a fattori legati ai cambiamenti di circolazione, piuttosto che al solo elemento della temperatura.

L’uomo, in conclusione, appare responsabile di sostanziali cambiamenti climatici, ma per lo più a livello locale dove la sua presenza è più massiva e costante nel tempo (grandi aree urbane). Questi cambiamenti vengono esaltati nelle stagioni estreme del freddo e del caldo, con un risultato univoco: il riscaldamento generale.

L’impressione generale quindi, tra l’altro di facile attecchimento pubblico, è quella di un surriscaldamento del clima a tutti i livelli, in altre parole globale; ma soprattutto senza precedenti e direttamente collegato all’esasperato sviluppo delle attività umane.

Tutto ciò viene invece smentito anche in area italiana, da un semplice confronto con le medie di lungo periodo. A questo si aggiunge il ben più basso impatto antropico degli inizi del XX secolo, che da solo non può spiegare le elevate temperature degli anni ’30-’40. Altra cosa, ci teniamo a ribadirlo, è la lotta agli agenti realmente inquinanti che intossicano e avvelenano il nostro ambiente urbano, in continua crescita, così come le patologie a questi direttamente collegate.


Autore : Prof. Giuseppe Tito, adattamento Alessio Grosso

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