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No al lavaggio del cervello sull'ambiente

Considerazioni sul riscaldamento globale.

Editoriali - 1 Settembre 2005, ore 14.39

Lo spettro del riscaldamento globale aleggia sul pianeta, la Terra ha la febbre, il clima è impazzito, si scioglieranno i ghiacciai, fonderà la calotta artica, finiremo tutti sott’acqua. Quante volte abbiamo ascoltato queste frasi passivamente, forse troppe. Nessuno può negare che gli ambientalisti abbiano avuto il grande merito di sensibilizzare l’uomo sulle tematiche ambientali: il rispetto della natura, lo sviluppo sostenibile, lo smaltimento dei rifiuti, la ricerca spasmodica (o quasi) di energie alternative da opporre allo sfruttamento intensivo dei combustibili fossili. Questa campagna, per molti versi condivisibile, è stata poi inquinata dall’ingresso della politica nella scienza. Così è diventato impossibile per la gente comprendere quale sia veramente lo stato di salute del paziente Terra. C’è chi lo vede ad un passo dal coma, chi dice che non è affatto malato, chi nega che l’influenza dell’uomo abbia un peso fondamentale nell’equlibrio climatico e chi invece traccia scenari drammatici. Ciascuno dà dell’irresponsabile all’altro. La storia del clima è da sempre stata caratterizzata da fasi più calde alternate a fasi più fredde, le cosiddette ere glaciali, determinate da cause astronomiche e da rilevanti sconvolgimenti naturali, quali le eruzioni vulcaniche e l’impatto di asteroidi. La fase di riscaldamento che stiamo vivendo fa registrare in verità valori termici ben più bassi di quelli raggiunti durante il famoso optimum climatico medioevale; l’idea che in questa naturale oscillazione possa esserci, almeno in parte, lo zampino dell’uomo, è anche condivisibile, così come è giusto predisporre quelle contromisure atte a limitare le nostre attività inquinanti, ma non è neanche corretto definire l’uomo il cancro del pianeta. Il progresso non si può fermare ed è impensabile che milioni di persone rinuncino alle comodità raggiunte adeguandosi a standard di vita qualitativamente più bassi per soccorrere con sforzi economici sproporzionati ed improvvidi un clima i cui meccanismi sono ancora in gran parte oscuri e che entro un secolo potrebbe mostrare scenari ben diversi da quelli attuali. Questo non significa sfruttare e abbandonare a sé stessi i Paesi in via di sviluppo solo per ricavarne profitto; al contrario favorire il progresso e lo sviluppo nelle aree del mondo più disagiate significa formare o far maturare anche in quelle zone una coscienza ambientalista che li porti ad inquinare di meno e ad avere un rapporto diverso con la natura, giustificato dal miglioramento delle condizioni di vita e da una maggiore disponibilità di tempo da dedicare ai propri interessi; solo quando l’individuo ha ottenuto la sicurezza economica e una relativa tranquillità riesce a guardare alla natura con occhio più attento.

Autore : Alessio Grosso

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