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Le opinioni sui cambiamenti climatici e il rischio di un’informazione viziata

Nel confuso panorama del dibattito pubblico sui cambiamenti climatici, ognuno è libero di avere la propria opinione, l’importante è che gli altri sappiano riconoscerla come tale.

Editoriali - 11 Novembre 2014, ore 09.23

Molto spesso tendiamo ad essere quantomeno frettolosi nel trarre le conclusioni nei confronti di un qualsiasi problema. Succede così nella vita, e in genere succede così anche nel dibattito volgare (dal latino vulgus=popolo, massa) sui cambiamenti climatici.

Un dibattito vivace e rumoroso, anche se, troppo frequentemente però, fine a sé stesso, e svincolato da ogni proposito costruttivo. Questo tipo di dibattito, infatti, oltre che a trarre origine generalmente da una insufficiente conoscenza dei fatti, è spesso animato anche da una sorta di schieramento ideologico che coinvolge la personale visione del mondo, dell’uomo e della natura, e che, chiaramente, produce quel fenomeno così diffuso nelle dinamiche sociali che si chiama “bias” o pregiudizio.

Nel caso dei cambiamenti climatici, ma non solo, questo tipo di approccio mentale, che è poi esattamente l’opposto di quello che dovrebbe essere un atteggiamento scientifico, lo si può facilmente identificare nelle posizioni granitiche, imperturbabili ed inamovibili, che caratterizzano il pensiero di molti. Per difendere le proprie convinzioni, si è disposti anche a negare l’evidenza dei fatti, o a crearsi dei meccanismi mentali per cui si tende a considerare e a selezionare, spesso maldestramente, soltanto i fatti o i dati che possano in qualche modo avvalorare le proprie tesi, tralasciando magari tutta una moltitudine di altre informazioni che invece, se valutate obiettivamente e complessivamente, potrebbero invece confutarle facilmente. 

 Anche questo tipo di processo intellettuale è ben conosciuto dalla scienza e si chiama “cherry picking”, che letteralmente significa scelta delle ciliegie. Quindi, ogni qualvolta vogliamo dare un peso alle informazioni circolanti, ricordiamoci sempre bene di questi due possibili fattori contaminanti, “bias” e “cherry picking”. Bene, una volta preso coscienza di questi possibili limiti dell’informazione, esiste un modo per riuscire a riconoscerli ed eventualmente a cercare di superarli?

Un sistema generalmente efficace può essere certamente quello di cercare di elevare il nostro livello di conoscenza e competenza scientifica. Ciò significa prima di tutto imparare a dare un peso diverso alle informazioni a seconda delle fonti di provenienza, quando si tratta di aspetti scientifici bisogna diventare esigenti, diffidenti, scettici, e soprattutto consapevolmente critici. Esiste una comunità scientifica internazionale, fatta di specialisti con solide preparazioni scientifiche di base, che studiano e fanno ricerca, e che tutti i santi giorni si devono confrontare inevitabilmente con i colleghi di altri gruppi di ricerca che operano nello stesso campo di applicazione.

Proviamo a sbirciare anche lì, non è poi così difficile con un po’ di buona volontà, altrimenti, fidiamoci del pensiero comunque di qualcuno che abbia almeno grande esperienza e dimestichezza con il ragionamento scientifico. Purtroppo per fare scienza, o soltanto per argomentare di scienza in modo appropriato, ci vogliono preparazione ed esperienza e servono elementi di metodo, di analisi, e di giudizio critico, a volte controintuitivi, che generalmente si acquisiscono soltanto con anni di studio e/o di ricerca.

Quindi, come minimo, fuori il curriculum. Se abbiamo problemi di cuore andiamo dal cardiologo, non dall’avvocato, così come se abbiamo problemi con il rubinetto di casa chiamiamo l’idraulico e non il commercialista. Sul clima e sui cambiamenti climatici, come del resto su altri temi scientifici importanti, soprattutto inerenti alla medicina, alla biologia, o all’ecologia, come ad esempio prevenzione, vaccini, OGM, staminali, risorse, questione energetica ecc., oramai se ne sentono di tutti i colori perché chiunque si sente erroneamente in grado di dire la sua, anche senza possedere le conoscenze e le credenziali per farlo.

I ragionamenti quindi sono spesso contorti e disordinati, la semantica il più delle volte sbagliata, il linguaggio approssimativo, le prese di posizione fatte di sopravvalutazioni o sottovalutazioni soggettive e parziali di dati e fenomeni, il bias ed il cherry picking sono all’ordine del giorno.

E purtroppo anche alcuni scienziati, a volte, si fanno prendere la mano da questo seducente palcoscenico, molto più facile da calcare, in quanto le rigide regole imposte dal metodo scientifico non valgono più. Nell’era della scienza moderna, che potremmo definire post-galileiana, è la comunità scientifica che fa testo, non il singolo scienziato, e ricordiamoci bene, che se anche la scienza ha certamente i suoi limiti, soprattutto nello studio dei sistemi complessi, e può quindi anch’essa essere fallibile, figuriamoci il resto.

 


Autore : Fabio Vomiero

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