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La GROENLANDIA si sta spopolando: fa troppo FREDDO!

Contrariamente a quanto si può pensare, considerato anche il riscaldamento globale in atto, la popolazione della più grande isola del mondo sta lentamente diminuendo, a partire dagli insediamenti più isolati.

Editoriali - 12 Marzo 2019, ore 09.34

                                  
Moriusaq, un insediamento a nord di Thule, oltre 76° N, fondato nel 1963, ha raggiunto una popolazione di 80 abitanti nel 1980, che si dimezzano nel 2000 e diventano appena 2 nel 2010. Ufficialmente abbandonato nel 2012, come decine di altri insediamenti.

Un tempo popolata da tribù indigene, volgarmente definite “eschimesi” – fabbricanti di racchette da neve o mangiatori di carne, a seconda delle fonti – l’isola è rimasta pressoché sconosciuta agli occidentali fino alla fine del X secolo, quando le scorribande di alcuni vichinghi ribelli, capeggiati da Eirik Raudi (detto Erik il Rosso), la scoprirono in tutta la sua magnifica e straordinaria natura.

Da allora, a fasi alterne, è stata popolata da pionieri islandesi e norvegesi, che hanno dissodato e coltivato i terreni prossimi al mare, tirato su insediamenti e villaggi, portato animali da pascolo, come mucche e pecore, istituito scuole e parrocchie, fino a raggiungere una popolazione stimata di oltre 30 mila residenti. In proporzione alla popolazione europea attuale, oggi sarebbe paragonabile ad avere circa mezzo milione di abitanti, con l’esclusione dei nativi che, all’epoca, si stima fossero almeno 10 mila.

Tra la fine del XIV e gli inizi del XV secolo l’isola fu progressivamente abbandonata, a causa di un progressivo deterioramento climatico, che causò la distruzione delle fattorie e l’isolamento dal resto dell’Europa. Alf, era il nome dell’ultimo vescovo consacrato nell’unica diocesi dell’isola, Gardar. Costui morì nell’anno 1385, e non fu più sostituito. L’ultimo matrimonio di cui si ha notizia, fu celebrato il 19 aprile 1409. Nel 1410 l’ultimo viaggio dalla Norvegia. Il seguito è solo barbarie e poco altro. Bisognerà attendere gli inizi del XVIII secolo per vedere rinascere insediamenti di origine prettamente europea e una popolazione in lento incremento.

Numerosi gli insediamenti che nascono e si sviluppano nella seconda metà dell’800,
specie sulla costa occidentale e meridionale, per lo più villaggi di pescatori, ma anche di cacciatori ed esploratori. Da un avamposto sulla costa settentrionale dell’isola, Peary partì alla volta del Polo Nord, che raggiunse, pare, il 6 aprile 1909. Alla fine degli anni ’30 del secolo scorso, si contano almeno un centinaio di insediamenti stabili, cui si aggiungono almeno altre 20 stazione nel periodo bellico.

Nel primo dopoguerra si contano circa 25 mila residenti, dediti per lo più alla caccia alle foche, per la rinomata pelliccia, e alla pesca del merluzzo. Sono gli anni della crescita, economica e sociale in genere, con la popolazione che continua a crescere e a dedicarsi ad altre attività, non ultimo il commercio e il turismo, specie quello naturalistico-scientifico. Alla fine degli anni ’70 la popolazione tocca, per la prima volta nella storia dell’isola, i 50 mila residenti, che diverranno 55 mila alla fine degli anni ’80. 
 
Dopo il picco di circa 57 mila residenti, raggiunto nel 2006, la popolazione dell’intera isola, nativi compresi, inizia a conoscere un lento declino, a partire dagli insediamenti più piccoli e isolati. Oggi si superano a stento le 55 mila unità, ma oltre un terzo vive nel solo capoluogo Nuuk – un tempo nota come Godthab, letteralmente “Buona Speranza” – e solo circa 7 mila abitanti, meno di un ottavo, vivono negli insediamenti isolati. Alla fine degli anni ’70 erano il doppio.

La caccia alle foche è ormai solo un ricordo, la pesca non è più redditizia, nemmeno quella dei gamberetti, introdotta negli anni ’80. Le uniche attrattive sono di natura turistica e scientifica, ma il periodo in cui è possibile svolgere attività all’aperto è sempre troppo limitato, anche a causa delle condizioni climatiche proibitive, dal gelo, al vento, alla neve.

Gli insediamenti di natura scientifico – esplorativa, specie quelli nelle aree più settentrionali, sono stati in buona parte abbandonati, anche perché irraggiungibili, salvo qualche settimana tra luglio e agosto.

Il commercio non ha conosciuto lo sviluppo sperato e i porti, bloccati dai ghiacci per quasi tutto l’anno, non costituiscono attrattiva per nessuna forma di scambio commerciale, nemmeno come depositi refrigerati, come invece accade per le Svalbard o alcune località dell’artico Russo. Qualcuno probabilmente sperava nell’apertura definitiva del Passaggio di Nord-Ovest, percorso più volte da Roald Amundsen agli inizi del ‘900, ma che a tutt’oggi appare ancora un’impresa per le sole navi rompighiaccio, e comunque a seconda delle annate.   

L’emigrazione supera in assoluto e come sempre, almeno negli ultimi decenni, l’immigrazione. A questo si aggiunge un fisiologico calo delle nascite, che conduce ad un netto di diminuzione della popolazione che appare senza soluzione. Alcune stime parlano di un calo di oltre il 10% entro il 2050, ammesso che le condizioni climatiche non vadano peggiorando.

In una lettera scritta nel 1448 da Papa Niccolò V, si fa memoria di un assalto dal mare avvenuto almeno trent’anni prima, allorché gli ultimi groenlandesi furono sterminati o fatti prigionieri (pare da pirati inglesi), salvo alcuni di essi che abitavano i villaggi molto più interni, in vallate chiuse tra aspre montagne. Un ulteriore chiaro segnale delle favorevoli condizioni climatiche che avevano caratterizzato l’isola nei secoli precedenti.

Oggi non è così, ma se i Groenlandesi sperano in un ritorno a quelle condizioni, non hanno fatto i conti con chi vuole un mondo più freddo! 

 


Autore : Giuseppe Tito

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