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La filosofia del cambiamento climatico

Che siano di natura climatica, economica o geopolitica, tutte le crisi hanno un denominatore comune: la crisi culturale.

Editoriali - 19 Gennaio 2015, ore 09.00

Alla faccia di Socrate. Qui il guaio è che oramai “tutti sanno tutto”. Naturalmente nel mondo reale, e non in quello illusorio o immaginario, l’aforisma andrà poi corretto in un più verosimile “tutti credono di sapere tutto”. Ma poi, esistono veramente le verità? Quasi mai, sempre nel mondo reale, purtroppo.

Dalla fisica classica, con il principio di indeterminazione di Heisemberg, allo studio dei sistemi complessi, esistono sempre dei limiti conoscitivi. L’universo non è deterministico, è probabilistico. Tuttavia, il grande valore della scienza, a differenza ad esempio di altre forme di cultura umanistica di natura soggettiva, è quello di riuscire, servendosi di un metodo oggettivo e ben collaudato, a costruire una interpretazione della realtà con il più basso grado di approssimazione possibile.

Si parla di evidenze scientifiche e verità scientifiche.

Quando le evidenze scientifiche si susseguono e concorrono a confermare una determinata ipotesi, si arriva a una quasi verità (teoria scientifica), che andrà a costituire il paradigma di riferimento fino a quando una nuova evidenza scientifica, eventualmente, seria e comprovata, ma di stampo contrario, non metterà di nuovo tutto in discussione.
E’ il principio di falsificabilità di Popper.

Partendo da questa considerazione epistemologica, quindi, potremmo anche cominciare a chiederci se, parlando di clima, si possano oggi rintracciare delle evidenze scientifiche veramente in grado di mettere in crisi seriamente la teoria dominante sui cambiamenti climatici.

Forse i “miti” della vite che cresceva in Inghilterra o dei vichinghi che chiamarono “Terra Verde” l’attuale Groenlandia, a testimonianza di un clima medioevale che potrebbe essere stato più caldo di quello odierno anche senza la presenza di CO2 antropica? O forse questo recente iato delle temperature globali, che molti erroneamente hanno fatto risalire addirittura al 1998 e che comunque, come previsto, sembra stia già volgendo al termine?

O sarà forse il fatto che la banchisa antartica (ghiaccio marino e non continentale) sta incrementando la sua estensione? Oppure saranno queste minuscole variazioni dell’attività solare che molti continuano a chiamare in causa come responsabile principale?

O forse sarà il fatto che i modelli climatici stanno facendo cilecca, si dice, soltanto perché non sono riusciti a pronosticare nel dettaglio un rallentamento del riscaldamento globale per una dozzina d’anni, un’inezia rispetto alle funzioni per cui sono stati concepiti?
Il clima però cambia anche per sua natura, è sempre cambiato. La realtà, del resto, è in perenne mutamento, “tutto scorre” diceva Eraclito. E allora, quanto sappiamo sui cambiamenti climatici del passato? Decine di grafici, elegantemente vestiti a puntino di un’apparente precisione, ma nella sostanza molto approssimativi, ci forniscono moltissime informazioni.

Ma quanto valgono queste informazioni? La climatologia è un eterno conflitto tra precisione e approssimazione, bisogna essere molto attenti e abili nel capire quando diventa più utile cogliere la sostanza piuttosto che il dettaglio. Veramente possiamo credere di riuscire a ricostruire fedelmente l’estrema complessità del clima remoto dallo studio dello spessore degli anelli degli alberi?

Provate a procurarvi una sezione di tronco e a sperimentare. Un larice e una quercia di qua, il polline fossile e un sedimento di là, e ti scrivo la storia del clima globale. Intanto oggi, con tutto l’armamentario di tecnologie moderne, non si riesce ancora a stabilire con precisione l’entità e le variazioni della temperatura globale senza incappare in una barra di errore che sfiora ancora il decimo di grado. Provate, se ci riuscite, a calibrare tra di loro due o più termometri digitali. Uno studio scientifico inoltre non dimostra un bel niente, semmai suggerisce e contribuisce.

Tuttavia, la minaccia del riscaldamento globale potrebbe essere concreta. Ma quanto c’entrano le attività umane? E se fossimo veramente noi i principali colpevoli, saremmo comunque in grado di darci una regolata? Beati quelli che credono sempre e comunque nella possibilità di un progresso infinito e sregolato senza effetti collaterali, e nella natura, sempre benevola, dell’essere umano. Lasciamoli pure dormire sonni tranquilli.

Ma l’aspettativa di vita è aumentata, si dice… fino a ieri. Aumenterà all’infinito? E l’aspettativa di salute? Per ogni domanda, però, la scienza, nonostante tutte le difficoltà, ci fornisce quasi sempre una risposta adeguata, oggi molto più di ieri e domani molto più di oggi.

Le quasi certezze aumentano, le incertezze diminuiscono, la conoscenza progredisce, nonostante questo percorso produca inevitabilmente nuova ignoranza. Il pensiero si evolve, cambia, si completa, si arricchisce di nuove e aggiornate informazioni che provengono dall’acquisizione continua di sempre nuovi e affidabili dati.

Soltanto la posizione ideologica rimane sempre uguale a se stessa, così come il pensiero antiscientifico. Altro che coerenza. “E’ sempre buona cosa rendersi conto della propria ignoranza” diceva Charles Darwin. Cominciamo a leggere e a studiare quindi, proviamo ad elevare il nostro livello culturale, cerchiamo di guardare oltre i confini austeri e limitati della nostra ignoranza.

Davanti a noi si prospettano ancora anni difficili e scelte importanti, non facciamoci trovare intellettualmente impreparati.

 


Autore : Fabio Vomiero

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