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L'inverno delle mille risorse

Ripercorriamo insieme le tappe di questa ultima intensa stagione invernale.

Editoriali - 17 Marzo 2004, ore 13.14

Ci stiamo gradualmente lasciando alle spalle una stagione che da dicembre a febbraio ha fatto molto parlare di sé, nel bene e nel male. Anche quest’anno l’inverno ci abbandona, portando via il sogno della neve in città, e lasciando nelle nostre mani tutti i dubbi, le perplessità, le soddisfazioni e le amarezze per un’annata ancora una volta caratterizzata da mille chiaroscuri. E’ sempre difficile, arduo e talvolta inopportuno decifrare, etichettare e comunque valutare nella sua complessità una stagione “complicata” come quella invernale. Specialmente su di un Paese morfologicamente complesso ed esteso come quello italiano, laddove le eccezioni, i casi particolari e le diversità sono all’ordine del giorno, di regione in regione. Ma tant’è: archiviare gli inverni, con tutti i loro retroscena, le curiosità, i record, gli episodi nevosi in città, gli accumuli in montagna, e quant’altro di più strano e bizzarro, è sempre stato il sogno di tutti gli appassionati di meteorologia, per i quali quella invernale è da sempre la stagione preferita, quella da vivere sempre e comunque “ad alta tensione”. Per chi ha a cuore le Dolomiti, l’inverno appena trascorso resterà comunque nella storia per i -35°C registrati sulla Marmolada (21 gennaio), ma soprattutto per gli importanti accumuli di neve, mai mancati da dicembre a marzo, che da queste parti e in queste proporzioni si facevano attendere ormai da troppi anni. Resteranno a lungo incisi nella memoria i 112 cm di neve fresca caduti nell’arco delle ventiquattr’ore a Falcade, nel cuore delle Dolomiti Venete, superati addirittura dai 150cm di Gares, una frazione di Canale d’Agordo, nel gruppo delle Pale di San Martino: era l’11 marzo, cronaca di una settimana fa! Ma diciamo che le precipitazioni, e dunque i grandi accumuli di neve, non sono certo mancati in questa stagione per certi versi anomala e trasversale. Infatti, al cospetto di metri di neve caduti anche alle quote medie su gran parte del Centro-Nord, c’è da dire che la colonnina di mercurio, nel suo complesso, si è mantenuta su valori generalmente superiori alla norma, ovviamente con tutte le eccezioni del caso. Tanto per portare un esempio in tale proposito, basti dire che sull’Appennino Centrale si sono avuti numerosi episodi di neve a quote medio-basse, in molti casi con accumuli anche consistenti (basta citare L’Aquila, con quattro episodi nevosi di almeno 10cm), ma con un trend termico nel complesso superiore ai valori medi del periodo. Come a dire: più neve, meno freddo. Lunghe sono pure state le fasi di tempo mite per la stagione, come a dicembre, in qualche caso a gennaio, ma soprattutto nella prima decade di febbraio, quando si sono raggiunte temperature assolutamente calde per il periodo. A tal proposito vanno segnalati i 21°C di Champorcher, ad oltre 1300 metri di altitudine, nel cuore della Valle d’Aosta, in data 6 febbraio, con lo zero termico a sfiorare i 4000 metri, in un contesto praticamente estivo. Nello stesso momento, a Campo Catino (Appennino Abruzzese) si registravano +18°C a 1800 metri di quota! Ma ecco il paradosso: nonostante questa fase praticamente estiva, Champorcher è stata la località più innevata di tutto l’arco alpino occidentale, con un bollettino che per lunghe fasi della stagione ha registrato i 300 cm di spessore in quota. E Campo Catino (FR), è stata tra le località con i maggiori spessori di coltre bianca di tutto il settore appenninico centrale, battuta soltanto da Campo Imperatore. Dati che lasciano riflettere sul doppio volto di questa stagione invernale. Come si vede, dunque, le precipitazioni non sono certo mancate, quasi a confermare il tentativo della natura, già iniziato in autunno, di sanare il grave deficit pluviometrico della scorsa estate. E’ insomma piovuto più della media un po’ ovunque, con la pioggia trasformatasi in neve in montagna a quote non necessariamente alte. Prova di questo trend climatico sono state le numerose irruzioni fredde dal Nord-Atlantico, le depressioni mediterranee e i tanti richiami di correnti sud-orientali che non hanno permesso un congruo consolidamento del manto nevoso sull’Appennino Meridionale, quest’anno decisamente altalenante, a differenza del Centro-Nord Appennino e del settore alpino e prealpino dove invece la neve non è mai mancata. Da anni non si ricordava infatti una stagione in cui, sia sulle Alpi che sugli Appennini, da dicembre a marzo non si fosse avuto il problema dell’innevamento. Tranne rare eccezioni (Appennino Meridionale), si è sciato sempre. E anche questo è un dato che deve far riflettere, ovviamente in positivo. Certo, l’Appennino non ha rivissuto la stagione gloriosa dello scorso anno, ma questo è vero fino ad un certo punto. Se infatti nella scorsa annata erano stati i settori Abruzzese, Sannita e Campano a ricevere le nevicate più consistenti (cinque metri di neve a Capracotta, sei a La Maielletta), quest’anno è toccato ad altre località ricevere accumuli-record, come è stato il caso dell’Abetone, con più di quattro metri in quota, e 3,6 metri al Passo (a soli 1388 metri di quota). Continuando a parlare di Appennini, c’è da dire che la neve è arrivata dapprima sul settore adriatico, complici le sfuriate fredde di dicembre dai Balcani, e solo successivamente su quello tirrenico, complici le ormai famose irruzioni fredde dalla Valle del Rodano. Una città come Campobasso ha ricevuto un carico di nevicate non indifferente nell’arco di un solo mese, con almeno due episodi superiori al mezzo metro di accumulo, poi letteralmente cancellati da 48 ore di scirocco! Nella seconda parte dell’inverno è invece toccato al settore occidentale, con gli accumuli interessantissimi del Terminillo (due metri), del Monte Amiata (un metro e settanta), e dei Monti Simbruini (due metri), per non parlare – alle quote basse – dell’aretino e del perugino. Sul settore Ligure si sono rivissute nevicate dimenticate, con accumuli anche qui non di rado superiori ai due metri. E, tornando a parlare di Alpi, come non ricordare la straordinaria nevicata di Cervinia (due metri di neve in 36 ore!)? Oppure come non citare i tre metri di accumulo sui comprensori di Fai della Paganella, Forni di Sopra e Madonna di Campiglio? E che dire dei quattro metri (e oltre!) di neve di Piancavallo e Sella Nevea?! Segno tangibile di un inverno sicuramente interessante, che però, al di là di tutto, verrà ricordato per il mezzo metro di neve che a fine febbraio ha paralizzato Bologna e l’Emilia intera, in un crescendo di emozioni che per molti ha avuto il sapore di un nuovo 1986...

Autore : Emanuele Latini

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