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L'editoriale: è solo questione di...TEMPO

… e non di clima, come vogliono far credere. È già accaduto, ed anche peggio, e presto potrebbe riverificarsi. Manca memoria, responsabilità e partecipazione. I proclami sanno di slogan, le ricette solo ridicoli palliativi e la consapevolezza quasi nulla.

Editoriali - 13 Novembre 2014, ore 07.19

Il tempo meteorologico viene spesso confuso con il clima: la parte per il tutto. Si chiama sineddoche, ed è una figura retorica che ben si presta all’equivoco. Piove tanto e in poco tempo, in un breve periodo (da qualche ora a qualche giorno), e in un luogo ben definito, tanto da essere definito inusuale, magari memorabile, o come non si era mai visto prima, e subito si associa ad un cambiamento radicale del clima. Se poi c’è di mezzo violenza, energia, umidità eccezionale, spunta fuori il riscaldamento globale.

La realtà è molto lontana da queste associazioni di pensiero, tanto logiche quanto infondate, ma il problema di fondo, ovvero il risultato di un evento calamitoso di questa portata, non solo era prevedibile, ma si è già verificato pochi km più in là e qualche decennio indietro. Ma questo è sufficiente per non averne memoria, o solo un ricordo alterato dall’esperienza, per cui si cade facilmente preda di false ideologie e allarmismi ingiustificati.

La mistificazione dell’informazione e la sua manipolazione stanno portando l’opinione pubblica a credere che eventi del genere siano: imprevedibili, nonostante i moderni mezzi tecnologici oggi a disposizione; incontrastabili, perché definiti di portata eccezionale e non paragonabile alla scala di intervento umano, sia prima, che durante e anche dopo l’evento; inevitabili, a meno che non si cambi rotta nei confronti dei cambiamenti climatici di cui noi stessi saremmo responsabili.

Insomma, c’è degrado, abbandono, abusivismo, miopia organizzativa e pianificatrice, ma ahinoi, saremmo di fronte a qualcosa di talmente complesso, smisurato, inusuale e pericoloso, che non è possibile fronteggiare, se non in maniera emergenziale.

Riavvolgiamo il nastro della memoria di qualche decennio, e notiamo che eventi simili si sono verificati più volte, ed anche negli stessi posti, magari concentrati in certi periodi climatici particolari: è appena il caso di ricordare alcune note alluvioni disastrose, come quelle dell’ottobre 1951 in Calabria e Sardegna, del novembre 1951 nel Polesine, del 19 settembre 1953 in val Trebbia, dell’ottobre 1953 in Calabria, del 26 ottobre 1954 a Salerno, del settembre 1959 ad Ancona, del novembre 1959 nel Metapontino, del 2 settembre 1965 in Friuli e del 4 novembre 1966 in Toscana.

Si tratta di eventi calamitosi, anche di portata catastrofica a livello locale, come il caso di Salerno con ben 318 morti e danni incalcolabili in tutti i paesi della costiera limitrofa, o di periodi di piovosità eccezionale, come l’autunno del 1951, e le sue conseguenze in vasti territori (Sardegna, Calabria Ionica, Polesine). Furono registrate piovosità eccezionali, come nel caso della Calabria Ionica, quando nel giro di meno di 4 giorni piovvero ben 1770 mm di pioggia; oppure il 19 settembre del 1953 quando caddero 280 mm di pioggia in 4 ore in Val Trebbia; o i 550 mm circa, caduti in meno di 24 ore a Salerno, il 26 ottobre 1954. Autentiche “cascate d’acqua” preistoriche (tanto ci sembra lontano quel periodo!).

Tutto questo, e tanti altri fenomeni alluvionali non citati, in un periodo di circa 15 anni, tra il 1951 e il 1966, ovvero poco meno di quello che è trascorso dall’alluvione di Sarno del 5 maggio del 1998, che, a conti fatti, ci sembra avvenuta così poco tempo fa. Anche allora, come in questi primi 15 anni del nuovo millennio, si usciva da un ventennio di temperature mediamente elevate, precipitazioni piuttosto scarse ed estati lunghe e siccitose, specie alla fine degli anni ’30 del XX secolo; anche allora i fenomeni alluvionali, nubifragi e simili, si accanirono, guarda caso, sui versanti tirrenici, ionici e sud-alpini, notoriamente quelli più esposti alle correnti umide meridionali e occidentali.

Una grande differenza si riscontra invece nella vulnerabilità dei luoghi citati, oggi enormemente accresciutasi, sia a livello demografico, ma anche e soprattutto in termini di infrastrutture urbanistiche, industriali, logistiche e produttive in genere, per non parlare della cementificazione e del maltrattamento degli alvei fluviali e dei versanti esposti.

Quelli erano gli anni del “boom” economico, e si costruiva e ricostruiva con una rapidità che oggi ci sembra incredibile. Oggi invece sono gli anni del “boom” ecologico, ma nel senso dell’esplosione di tutti i problemi connessi alla cattiva gestione di un territorio, per sua natura fragile, ma anche esposto, dove la ricostruzione è lenta e i risarcimenti difficoltosi, spesso ostacolati dalla burocrazia.

Ma il nocciolo del problema è che non si fa nulla di serio e concreto, ci si invortica in una spirale di “se” e di “ma”, si cercano responsabili che non esistono mai; si guarda al cielo come una minaccia, per giunta frutto della nostra scelleratezza, ma non si guarda a terra, a quello che invece sarebbe opportuno fare: dalla formazione della gente, alla “rieducazione” dei territori, alla gestione dei reticoli idrografici. Urge una rivoluzione copernicana del punto di vista: non dal cielo vengono le catastrofi, ma dalla terra che abitiamo e non abbiamo più saputo gestire, da almeno 50 anni.

Altro che “7 miliardi in 7 anni!”, che ricorda tanto lo slogan irrealizzabile di quel noto film comico: “7 chili in 7 giorni!”, le risorse saranno sempre insufficienti palliativi, soprattutto se dirottate a rianimare aree, morfologie e territori moribondi, o già morti e sepolti da decenni, come certe aree industriali, torrenti tombati, versanti degradati da cave e incendi.

Altro che “mai più condoni!”, quando manca una seria riforma del catasto e una gestione sistematica e razionale del costruito, perché vorrei tanto sapere che sarà di quel 40% già costruito, e condonato in passato, ad altissimo rischio distruzione, e non solo per alluvioni, frane e dissesto idrogeologico.

È solo questione di tempo! Questi fenomeni si ripeteranno nel prossimo futuro, si spera non proprio come nel passato citato (anche se nulla vieta di crederci e prepararsi al peggio), e poi sembreranno affievolirsi per qualche decennio, per poi ritornare ancora. Nel frattempo cambieranno le nostre abitudini, la nostra vulnerabilità, ma si spera anche la nostra consapevolezza e preparazione, individuale e di comunità. Nel frattempo cambierà anche il clima, ma per quello possiamo solo adattarci.


 


Autore : Giuseppe Tito

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