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L’apparente paradosso dell’aumento del GHIACCIO MARINO in Antartide!

Vediamo di capire qualcosa di più in merito ad un fenomeno apparentemente paradossale, ma che in realtà può avere delle spiegazioni logiche e coerenti.

Editoriali - 24 Febbraio 2016, ore 08.39

La recente dinamica di leggera crescita dei ghiacci marini antartici, osservata grazie ai dati satellitari, in un contesto di generale riscaldamento globale, in realtà malcela una evidente debolezza conoscitiva e analitica che ancora sussiste nella comprensione del sistema climatico nel suo complesso.

Tuttavia, anche questa apparente contraddizione può avere però delle spiegazioni logiche e coerenti e la ricerca, supportata da sempre più sofisticati strumenti investigativi, sta cominciando ultimamente a fornire risultati sicuramente più affidabili.

Gli ultimi in questo senso, per esempio, sono i dati messi a disposizione dal satellite CryoSat 2, lanciato in orbita nel 2010 proprio con lo scopo di studiare in modo dettagliato la criosfera terrestre.

Prima di tutto però, al fine di evitare i comuni fraintendimenti, bisogna chiarire bene di che cosa stiamo parlando. Il ghiaccio che secondo i dati sarebbe in contenuto aumento (+1,3% per decennio) è soltanto quello marino, detto anche banchisa, sostanzialmente il ghiaccio che si forma stagionalmente attorno all’Antartide quando l’acqua marina gela in superficie (alla temperatura di circa -1,8°C) e che ha uno spessore variabile da uno fino ad alcuni metri al massimo.

Perché poi, esistono altri due tipi di ghiaccio: quelli continentali, che ricoprono praticamente tutto il continente e formano la calotta, mediamente spessa un paio di chilometri ma che raggiunge in alcuni punti picchi di oltre 4 Km, e le piattaforme glaciali galleggianti, che rappresentano sostanzialmente la zona di sbocco naturale di alcuni ghiacciai continentali verso il mare.

Queste ultime, che alla vista si presentano come imponenti pareti verticali, sono spesse anche centinaia di metri, permanenti, e rivestono un ruolo ecosistemico importantissimo in quanto formano una sorta di barriera allo scorrimento eventuale del ghiaccio continentale verso il mare.
 
Ebbene, come se la stanno passando allora queste masse glaciali? Secondo gli ultimi dati, emergerebbe che entrambe queste tipologie di ghiacci presenterebbero in realtà bilanci di massa negativi.

Riguardo la calotta dell’Antartide occidentale e della penisola antartica, i dati sono abbastanza indicativi e parlano di un bilancio di massa negativo rispettivamente di -65±26 e -20±14 gigatonnellate all’anno, il che determinerebbe un contributo netto all’innalzamento del mare di circa 0,59 mm all’anno.

In queste zone, inoltre, sarebbero a rischio anche le stabilità di alcune piattaforme glaciali importanti, come peraltro è già accaduto nel recente passato con il distacco prima di Larsen A nel 1995 e successivamente di parte di Larsen B nel 2002 e di parte della baia di Wilkins nel 2008.

Per quanto riguarda la calotta dell’Antartide orientale, invece, i dati sono ancora relativamente contrastanti e statisticamente ancora poco significativi, così come è ancora abbastanza incerto anche l’andamento delle temperature superficiali del continente, che ad eccezione della penisola antartica, sono monitorate da relativamente poche stazioni di ricerca. Ma perché allora, nell’ambito di queste complicate dinamiche, la banchisa dovrebbe invece aumentare di estensione?

In realtà non esiste ancora una risposta univoca a questa domanda, ma gli scienziati che studiano da anni il sistema climatico della zona, hanno naturalmente elaborato alcune ipotesi. I fattori maggiormente implicati in questo fenomeno, sarebbero principalmente due.

Innanzitutto un cambiamento intervenuto nei modelli di circolazione locale dei venti espressi dall’indice SAM (Southern Annular Mode), che in certe zone favorirebbe la prevalenza di venti freddi provenienti dalla calotta i quali agevolerebbero un maggiore ghiacciamento del mare, mentre in altre, correnti oceaniche temperate.

A suggerire l’ipotesi della variazione dell’indice SAM, ci sarebbe anche il fatto che i cambiamenti di estensione della banchisa sono effettivamente molto variabili da zona a zona. Un secondo fattore prenderebbe invece in considerazione un maggiore scioglimento della parte inferiore delle piattaforme glaciali a causa di un oceano più caldo in profondità, soprattutto di quelle dell’Antartide occidentale, così che maggiori quantità di acqua dolce (meno densa) si riverserebbero in superficie rendendo alcune porzioni di mare più inclini al ghiacciamento. Insomma, il quadro di quanto sta avvenendo in quel remoto e per certi versi misterioso continente di ghiaccio risulta essere ancora abbastanza incerto e approssimativo.

I limiti di tale analisi, quindi, dovrebbero indurre anche ad essere perlomeno prudenti ogniqualvolta si vogliano citare le vicissitudini dei ghiacci antartici nel tentativo di sminuire un riscaldamento globale in corso che, seppur complesso, rimane comunque scientificamente evidente e conclamato.
 
 
 
 

Autore : Fabio Vomiero

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