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Il problema della previsione del tempo(2)

Pubblichiamo oggi la seconda parte dell'editoriale del climatologo Antonio Ghezzi sulle problematiche della previsione del tempo in Italia.

Editoriali - 19 Aprile 2001, ore 07.55

Introduzione Fino agli inizi degli anni ’70 la previsione del tempo era qualcosa di assolutamente pionieristico. Le misure trasmesse a terra dai palloni sonda erano riportate sui diagrammi aerologici e mediante estrapolazione delle condizioni dell’atmosfera, veniva proposta una previsione a 24-36 ore (considerando poi che il lavoro di plottatura manuale comportava una notevole perdita di tempo, la previsione fornita risultava, in pratica, di poche ore). Nonostante le poche ore di validità della previsione, gli errori erano molto frequenti. Queste primi tentativi sono stati però importanti perché, al di là della limitatezza del metodo, al pari del famoso volo dei fratelli Wright, rendevano reale e possibile una applicazione precedentemente concepita solo teoricamente (la previsione nel nostro caso). Come al solito, l’articolo non vuole esaurire il complesso argomento delle previsioni del tempo, ma vuole fornire alcuni spunti di riflessione (e caso mai di dibattito). La previsione del tempo Oggi la previsione del tempo è sicuramente meno empirica, grazie soprattutto ai progressi della tecnologia e dell’analisi numerica. I modelli in rete sono numerosi ed è possibile averne un po’ per tutte le esigenze. Ma tralasciamo momentaneamente il discorso sull’utilizzo dei modelli per analizzare meglio cos’è la previsione e quali siano i problemi connessi. La previsione del tempo su un’area è in sostanza una estrapolazione di una situazione meteorologica centrata ad un’ora di riferimento. E qui cominciano i problemi. La situazione, sintetizzando al massimo, può essere statica, evolutiva ed infine molto evolutiva (rispetto al periodo di previsione). Se la situazione è stabile o scarsamente evolutiva, condizioni di persistenza, la previsione coinciderà con quella “dell’uomo pigro”, il quale afferma: ”Il tempo di domani sarà uguale a quello di oggi” (condizione tutt’altro che infrequente sul territorio italiano). Se viceversa il tempo tende a mutare bisogna chiedersi quali siano le cause del cambiamento. Come è noto alle nostre latitudini, la più frequente causa di variazione del tempo è da imputare all’arrivo di perturbazioni. Sempre semplificando, si può dire che ogni perturbazione costituisca un oggetto a sé stante e le condizioni atmosferiche delle aree investite e confinanti, precedenti l’arrivo, siano sempre diverse. Detto così, sembrerebbe impossibile fare una previsione. Tuttavia, con approssimazione accettabile, si possono accorpare le perturbazioni in base ad alcuni parametri: intensità, direzione di provenienza e velocità media. Se non ci fossero i computer che trattano in modo conveniente l’enorme massa di dati proveniente da tutto il mondo, ovviamente tutto quanto detto sopra rimarrebbe solo pura teoria. I modelli ci restituiscono però anche altre caratteristiche parametriche. Ci danno, ad esempio, la posizione alle ore di riferimento e l’intensità di precipitazione. Il meteorologo deve tradurre queste indicazioni in una previsione. La previsione è qualcosa di scientifico ed è per questo che tutti gli strumenti che aiutino a meglio comprendere l’evoluzione di una situazione sono graditi. L’elenco potrebbe essere molto lungo e, comunque, non esauriente. La prima caratteristica di un buon previsore è la conoscenza geografica. Ad esempio, l’orientamento delle valli come l’altezza media delle cime e dei passi per la montagna e parimenti la presenza di acque (canali, fiumi, laghi, risaie, etc.) e le aree topograficamente depresse per la pianura sono elementi di conoscenza fondamentali. Un buon previsore dovrebbe anche sapere il comportamento medio delle singole masse d’aria con l’interfaccia suolo. Tutto questo, oltre al riesame critico dei propri errori (esperienza) e di quelli non dipendenti dalle proprie capacità (modello), deve far parte del bagaglio personale di ogni previsore. Inoltre è importante documentarsi il più possibile sulle condizioni meteorologiche di partenza del sito o degli areali di previsione (in questo senso la rete è quanto mai preziosa). Quanto detto non deve spaventare, ne tanto meno dissuadere dall’intraprendere la carriera del previsore. Solo che, come in tutte le attività, ci si deve rendere conto delle difficoltà e dell’impegno che si deve profondere. Ciò nondimeno, lasciando ai centri meteorologici specializzati il complesso lavoro dei modelli, ognuno può avere la “propria” cultura meteorologica ed avere soddisfazione del proprio lavoro (anche amatoriale) (*). La previsione non è espressione artistica, o meglio lo è molto poco. Al contrario di pittori o scrittori, che si muovono dietro ispirazione e possono avere periodi di disimpegno, il lavoro del previsore si costruisce sulla quotidiana applicazione e sull’aumento della conoscenza. Fatte presenti queste considerazioni, il lavoro del meteorologo, come si diceva è quello di “tradurre” i modelli ed “adattarli” alla propria situazione. La capacità del singolo parte da queste premesse. Ad esempio in base alle misure (temperatura, pressione, etc.) ci si può rendere conto che l’inizio di un dato fenomeno può risultare ritardato od anticipato rispetto a quanto restituito dal modello (**). Inoltre l’adottare un modello, piuttosto che un altro, è sempre un fatto di esperienza e soprattutto all’inizio è sempre consigliabile un attento esame dei risultati (***). Altro problema riguarda la scala dei modelli. Spesso ci si trova a dover fornire informazioni su di una singola località o ad un’area più dettagliata del livello di scala del modello (ad es. il grigliato ha nodi ogni 60 km. e la nostra località ricade fra due nodi). Naturalmente, mediante interpolazione, il modello ci da una risposta. Ma può essere soddisfacente solo per parametri poco variabili nello spazio (temperature se parliamo di pianura) o per situazioni scarsamente evolutive nel tempo. Negli altri casi risulta parziale ed insoddisfacente. In questo caso solo l’esperienza ci può aiutare (ad es. il sapere come ruotano i venti in una determinata valle, i siti di più accentuata piovosità, i luoghi di ristagno delle nebbie, etc.). In poche parole, come si diceva, è fondamentale, oltre alla comprensione di quanto avviene nell’atmosfera, anche quanto di analogo succede all’impatto con il suolo. Detto questo non bisogna ricadere in un errore comune. La conoscenza locale è un elemento importante ma non può essere sostitutivo di una visione generale. Il previsore è colui che posto nelle diverse condizioni, grazie al metodo, è sempre in grado di poter fornire una previsione. Viceversa possiamo avere buoni conoscitori del tempo di un’area che però astratti dal loro dominio territoriale non sanno fornire alcunché. Il metodo è in sostanza la necessaria conoscenza delle leggi fisico-matematiche, e delle relative applicazioni, che governano i moti delle masse d’aria ed i fenomeni che ne costituiscono le naturali derivazioni. Altro problema deriva dal carattere del previsore o della condizione psicologica con cui si affronta una previsione. Chi è ansioso o insicuro, chi teme troppo spesso di sbagliare, alla fine sbaglia. E cosa comune, se non si considera serenamente la causa di un errore (ad es. si è ecceduto nell’ottimismo nel valutare una evoluzione) successivamente si compirà un errore di segno opposto (ad es. si daranno precipitazioni al posto di sola nuvolosità). Come precedentemente affermato, la previsione è legata al modello che si adotta. Per cui l’emotività del previsore è in certo qual senso“imbrigliata”. Ma non totalmente. Il modello, per determinati parametri, o in certi intervalli temporali, ci lascia liberi di decidere (ad es. a che ora è più probabile che si debba sospendere delle riprese cinematografiche a causa della pioggia). Il buon previsore è colui che, applicando in modo rigoroso quanto sa, capisce che l’errore fa parte del proprio lavoro. Ed una volta commesso un errore, riesce a non farsi influenzare nelle decisioni successive. Tutto quanto detto è teoricamente corretto ma di non facile applicazione. Tutti noi abbiamo assistito all’eccesso opposto con manifestazioni di sicurezza e di sufficienza da parte di molti personaggi televisivi. Il corretto modo di interpretare la meteorologia è un misto di umiltà, dedizione e conoscenza. Se si è sicuri del proprio lavoro, bisogna però abbandonare la titubanza ed affermare con forza quello che si crede. D’altronde a livello di previsione, lasciando perdere i vari maghi, chi sbaglia più degli economisti? Eppure, e qui si capisce l’importanza attribuita alla scienza dai mass-media e dal loro ruolo centrale nella società attuale, nessuno se la sente di processarli per errori, anche notevoli, di valutazione di fenomeni economici. Al contrario, i lettori hanno presente il processo sommario che hanno subito recentemente da parte dei mass-media italiani i meteorologi statunitensi per avere sopravalutato una nevicata sulle regioni orientali? Antonio Ghezzi (*) Non bisogna confondere l’amatore, il quale è dotato di una sua “professionalità”, con l’autodidatta senso lato. Spesso ciò che fa capire di essere in presenza di “autodidatti” è la terminologia. Chi fa uso di termini strani e desueti o sa tutto dei record climatici è da guardare con sospetto. La vita di tutti i giorni, il discorso vale anche per la meteorologia, è costellata da veri maniaci dei numeri e dei dati (chi non conosce individui che sanno a memoria gli orari ferroviari, oppure trovano estrema soddisfazione nel sapere i percorsi di tutte le strade statali?). (**) Personalmente credo poco a chi afferma di essere capace di “cambiare” il modello o che frequentemente ne rigetta i risultati. I modelli meteorologici sono in grado di coniugare una serie di informazioni con coerenza e logica difficilmente riscontrabili in un singolo individuo. (***) Consiglierei di guardare più modelli solo nel caso in cui il modello scelto, in determinate circostanze, non convince. Questa è comunque una situazione che necessita di una buona esperienza.

Autore : Antonio Ghezzi

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