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Il problema della previsione del tempo (1)

Spesso chi per lavoro fa delle previsioni del tempo, scorda quali siano i problemi di comunicazione verso l’utenza mentre ha ben presente quelli derivanti dalla comprensione del tempo presente e della sua evoluzione futura. Chi ha “esperienza” sarà in grado di raffrontare situazioni pregresse con quelle attuali riuscendo, non sempre, a correggere sbagli passati.

Editoriali - 5 Aprile 2001, ore 15.43

Questo mio articolo vuole sintetizzare quali siano i problemi di comprensione da parte dell’utenza e quali siano i problemi nello stilare la previsione del tempo (soprattutto in chiave italiana). La comunicazione Come già affermato in altra sede, la cultura meteorologica in Italia è piuttosto scarsa, situazione aggravata dalla mancanza di un ordine che disciplini la professione (ad es. distinzione fra previsione generale ed applicata, uso corretto dei termini, etc.). Gli effetti deleteri sono molteplici: prima di tutto chiunque si sente in grado di fare ed emettere previsioni del tempo. Conseguenza diretta è che spesso il linguaggio non è nè chiaro nè professionale, con il risultato di aumentare i dubbi e le perplessità dell’utenza a cui è rivolto il messaggio; (bisogna infatti distinguere l’incertezza derivante dalla non facile comprensione dell’evoluzione del tempo, da quella derivante dall’incapacità del previsore). Come tutti sanno l’esplosione di internet ha aumentato esponenzialmente la capacità di comunicazione, ma come qualcuno aveva avvertito ciò ha consentito oltre alla proliferazione del sapere anche quello dell’ignoranza. Il tutto complicato da meteorologi “fai da te” che hanno tutto il diritto di farsi previsioni, un po’ meno quello di diffondere il loro “lavoro”, ricordando che sulla qualità fondano il proprio lavoro i meteorologi professionisti. Al pari delle altre scienze la meteorologia ha un proprio linguaggio che va modificato, ma non stravolto, per essere meglio comprensibile. Ad esempio per descrivere uno stato del cielo, il termine nuvolosità variabile è da utilizzarsi solo nel senso temporale (il corrispondente spaziale è invece irregolarmente nuvoloso) come effettiva e continua variazione della copertura del cielo. Se è possibile precisare, si utilizzi preferibilmente alternanza di annuvolamenti e di schiarite, mentre la diciture cielo da … a … , oppure cielo …. o ….., si usino solo con gradi gerarchici vicini con quello di valore inferiore posto per primo (ad es. cielo da molto nuvoloso a coperto, cielo nuvoloso o molto nuvoloso). Se nella previsione l’intervallo gerarchico risulta ampio (ad es. da poco nuvoloso a coperto), si lascia l’utente sconcertato e diffidente. Infatti nell’esempio di prima è facile riconoscere quasi tutti i gradi di copertura possibili, non è quindi una indicazione tale da orientare un comportamento in un senso piuttosto che un altro (parto per una escursione?, posso fare una gettata di cemento?). L’ascoltatore, come conseguenza a messaggi ripetuti, a basso valore aggiunto, vedrà diminuire la fiducia nella comunicazione meteorologica perché scarsamente incidente nelle sue attività e nella sua vita. La fiducia, nella capacità degli operatori e quindi nella possibilità di utilizzo della meteorologia e della climatologia, è di vitale importanza per l’affermazione di una scienza che in Italia risulta abbastanza marginale (basti pensare da una parte la collocazione della previsione meteo vicina a quella astrologica in giornali e massmedia e dall’altro il fatto che solo ultimamente la meteorologia sta entrando come laurea universitaria). Anche il fenomeno che eventualmente accompagna lo stato del cielo (pioggia, nebbia, etc.) va posto nel giusto rapporto con la copertura. Ad esempio sereno o poco nuvoloso con nebbie è una dicitura sicuramente corretta ma poco comprensibile, meglio sarebbe dire cielo invisibile per nebbia. Inoltre sarebbe bene dare un ordine costante ai parametri della previsione. Ad esempio: cielo molto nuvoloso o coperto, possibilità di piogge dalla seconda parte della giornata, temperature in diminuzione, venti deboli sudorientali, mare molto mosso. A questo proposito è bene aprire una breve parentesi. A premessa della previsione, in molti forniscono anche la situazione meteorologica. Questo modo di agire è sicuramente utile per previsioni generali, utenza molto eterogenea, mentre può esserlo o meno in quella applicata. Infatti nell’applicazione possiamo avere a che fare con categorie meteorologicamente acculturate (utenza aeronautica, navale, etc.) oppure meno (utenza agricola, televisiva e cinematografica, edile, etc.). Il fornire indistintamente a tutti testi, non solo la situazione, lunghi e complessi è una inveterata abitudine che nasce, ancora una volta, dalla difficoltà del riconoscimento (un equo compenso) economico del meteorologo. Bisogna infatti precisare come il valore, e quindi il relativo costo, della previsione è giustificato dalla chiarezza, dalla correttezza (*) e dal valore economico o sociale aggiunto dall’informazione, e non già dalle capacità letterarie di chi emette il bollettino previsionale. Problema analogo riguarda la comunicazione con stampa e massmedia (minutaggi e lunghezza dei testi sono generalmente predefiniti e fissi). La standardizzazione del testo in meteorologia è difficile ed è per questo che il previsore spesso si trova in difficoltà (in condizioni di stabilità ci si trova con testo ridondante, mentre in situazioni molto evolutive non si riesce a fornire l’informazione come si vorrebbe). In questi casi generalmente ci si arrangia (soprattutto se l’area di previsione è sufficientemente ampia, ad es. l’Europa), dedicando poche parole alle regioni con cielo sereno o poco nuvoloso mentre ci si dilunga su quelle con maltempo e fenomeni previsti. Ma soprattutto per l’Italia durante l’estate, le previsioni risultano noiose con stucchevoli ripetizioni, soprattutto se la previsione è dettagliata in molte zone (es. cielo sereno o poco nuvoloso con sviluppo di nubi cumuliformi dalla seconda parte della giornata e possibili temporali sui rilievi dalla sera). Il lavoro del meteorologo è di “controllore del tempo” ed è per questo che la durata dell’impegno è variabile e non ipotizzabile a priori (ad es. i mesi invernali, relativamente alla Pianura Padana, sono prevalentemente composti da giorni con stabilità e configurazioni bariche semplici, meteorologicamente parlando, quest’anno invece l’inverno si è connotato con molte situazioni complesse e perturbate alla cui comprensione e descrizione si è dovuto dedicare molto tempo). Tale variabilità di tempi corrispondentemente alla semplicità o complessità della previsione dovrebbe tradursi in uno spazio diverso da dedicare alla sua comunicazione sui massmedia. Ma mentre l’impostazione del quotidiano, impaginazione, è abbastanza rigida e difficilmente modificabile, per i network tale operazione risulterebbe molto più semplice. In particolare vorrei ricordare come negli Stati Uniti il meteorologo, o un giornalista specializzato, faccia parte integrante della redazione dei notiziari televisivi e decida, insieme ai colleghi, quanto tempo assegnare alla previsione (al contrario dell’Italia dove il previsore è un corpo estraneo alle redazioni). Sempre riallacciandomi al discorso di cui sopra, la situazione è spesso peggiore di quanto descritto. Infatti il tempo, o lo spazio, dedicato all’esposizione meteorologica è quasi sempre ridotto e insufficiente. Ed è difficile essere chiari ed esaurienti quanto si può contare su poche righe di giornale o di un minuto e trenta di televisione per descrivere, ad esempio, gli effetti di una perturbazione che attraverserà l’Italia (i nostri lettori stessi ci segnalano previsioni raffazzonate e convulse con testi incomprensibili frutto di un italiano improbabile). A parte le doti personali di comunicazione, bisogna riconoscere che l’esiguità dei tempi non aiuta (**). Anche la grafica, che dovrebbe integrare e migliorare la comprensione dei testi, non risulta particolarmente incidente (ad es. la grafica su di un quotidiano come su di un network televisivo difficilmente viene rinnovata nel corso degli anni). Se è vero quello che in molti affermano cioè che “l’immagine è tutto”, come meteorologi siamo messi bene! Infatti al contrario della previsione applicata, dove generalmente interessa solo la condizione meteorologica favorevole o sfavorevole ad una certa attività (ad es. sereno per riprese cinematografiche, non pioggia per i lavori agricoli, etc.), nella previsione generale dovrebbero coesistere più elementi: la situazione e l’evoluzione del tempo, la condizione generale con presenza e prevalenza di uno o più fenomeni (legati ad un fattore di scala), una o più situazioni previste centrate alle ore di riferimento. Gran parte degli errori imputati dall’uomo comune al meteorologo, sono riconducibili ad una comunicazione imprecisa e non esauriente. Quando infatti su di un quotidiano si devono raggruppare situazioni evolutive in una sola cartina e con un testo limitato, si può stare sicuri che il meteorologo, qualunque sia la sua capacità, non sarà in grado di dare un quadro previsionale soddisfacente. Siccome poi l’utenza di una previsione generale è varia (con aspettative molto diverse), numerosi utenti rimarranno insoddisfatti. A conclusione di questa prima parte, vorrei fare alcune considerazioni. Il messaggio meteorologico che arriva all’utenza è molto eterogeneo. Quindi tutti i tentativi nel senso di codificare, uniformare e formalizzare il linguaggio sono da considerarsi benemeriti (anche questo deve essere un obiettivo della diffusione della cultura meteorologica). D’altro canto, come spero di avere dimostrato, la chiarezza della comunicazione è spesso ostacolata dal modo in cui la meteorologia è “trattata” in Italia dai massmedia(***) NOTE: (*) Il termine correttezza si deve intendere come capacità professionale e non come “giustezza della previsione. Si può definire più bravo un meteorologo che, in media, fa meno errori di un altro. Come è noto, non esiste un previsore che non fa errori. (**) Le previsioni del tempo, inserite all’interno di un notiziario televisivo, riescono spesso ad avere il più alto indice di ascolto della trasmissione. (***) Soprattutto la televisione riflette la marginalità della meteorologia rispetto ad altre scienze (si pensi ad esempio all’astrofisica).

Autore : Antonio Ghezzi

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