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Il clima allo sfascio: temperature record, ghiacci artici ai minimi storici, ma che cosa sta succedendo?

Purtroppo, come previsto, stiamo assistendo a una nuova recrudescenza del riscaldamento globale.

Editoriali - 17 Marzo 2016, ore 08.25

Certo che a guardare alcuni dati climatici di questi ultimi tempi non si può rimanere insensibili: record delle temperature globali stabilito nel 2014 e subito stracciato dal 2015, ghiacci artici ai minimi storici, record delle temperature medie anche in Italia.

Insomma, un global warming a quanto pare ancora vivo, nonostante l’effimero rallentamento della crescita delle temperature registrato per una dozzina d’anni proprio all’inizio di questo secolo. Ma torniamo ai dati.

Dopo il recente record del 2015 (+0,87°C), questo inizio del 2016 sta facendo registrare valori ancora più impressionanti: a gennaio si è toccata un’anomalia positiva di +1,14°C rispetto alle medie 1951-1980, mentre a febbraio il valore è stato di ben +1,35°C, nuovo record assoluto di anomalia positiva mensile.

Contemporaneamente, al polo nord, i ghiacci marini artici continuano la loro agonia facendo segnare un nuovo minimo storico di estensione invernale, conseguenza anche di un inverno artico particolarmente anomalo che per lunghi periodi ha fatto registrare temperature fino a 5-10 gradi superiori alla norma, nonostante l’indice AO, seppure altalenante, si sia mantenuto grossomodo in media nell’arco dell’intero inverno.

Stagione invernale, quella del 2015-2016, più calda in assoluto a livello globale da quando si effettuano misurazioni strumentali. Qualcuno chiama giustamente in causa il contributo fornito dal recente episodio di Nino, anche se questo fenomeno naturale, seppure importante, non appare comunque essere sufficiente a “spiegare” completamente tali dinamiche, in quanto basta semplicemente confrontare gli attuali picchi di temperatura con quelli osservati durante l’evento simile del 1997-1998 per rendersi subito conto che le differenze sono comunque abissali.

Secondo alcuni nuovi lavori usciti recentemente sulle più prestigiose riviste scientifiche, inoltre, sarebbero confermati sia il concomitante innalzamento del livello medio dei mari, che il trend di scioglimento delle calotte glaciali della Groenlandia e dell’Antartide Occidentale, elementi che, insieme allo scioglimento dei ghiacciai montani, costituiscono degli importanti e inequivocabili indicatori climatici.

Per il momento, l’Antartide Orientale, sembrerebbe costituire l’unica porzione del pianeta a non essere interessata dal fenomeno del riscaldamento globale. E in Italia? Beh, le cose non vanno certamente meglio. Secondo i dati del CNR, dopo un gennaio decisamente sopra media, febbraio ha fatto segnare un nuovo record mensile assoluto, con uno scarto di ben +2,69°C rispetto alle medie di riferimento.
Marzo per fortuna sta andando un po' meglio.

Ma che cosa sta succedendo al clima? Domanda che, bene o male, tutti dovrebbero cominciare a porsi, allo stesso modo per cui ci si chiede come reagiranno le società occidentali alla drammatica situazione dell’immigrazione o come evolveranno i mercati nei prossimi anni.

E’ una questione di logica e di buon senso, ammesso che le persone siano ancora in grado di pensare e di preoccuparsi per il proprio futuro, nonostante l’alienazione cognitiva a cui sono costantemente sottoposte. Il clima è cambiato e sta cambiando sotto i nostri occhi. La scienza da decenni oramai si sta occupando dei mutamenti che si registrano nel sistema climatico, monitorando il clima di oggi e indagando, seppure a fatica, quello di ieri; e da decenni oramai esiste una teoria scientifica, ancora ben supportata sia dal punto di vista teorico che da quello sperimentale, che individua nell’aumento dei gas serra antropici la causa principale, anche se non unica, di un evidente segnale di riscaldamento globale sul lungo periodo solo parzialmente disturbato, in alcuni momenti, dalla variabilità climatica naturale interna al sistema stesso.

La concentrazione del principale gas serra in atmosfera, infatti, la CO2, ha oramai stabilmente superato la soglia delle 400ppm, tanto che oggi si registrano ben 404ppm in attesa del mese di maggio, quando si andrà a registrare il picco annuale massimo in quella sorta di andamento caratteristico a “denti di sega” che sostanzialmente scandisce il respiro della biosfera sul nostro pianeta.

Il 2015 inoltre ha fatto registrare il nuovo record di accumulo annuale di CO2 in atmosfera in 56 anni di misurazioni, +3,05ppm in un anno contro una media di circa +1,5ppm annue (dati NOAA-Mauna Loa).

Alla faccia della crisi e della mitigazione. C’è da ricordare infine, per completezza di informazione, che il livello di CO2 pre-industriale secondo le stime era di circa 280ppm, e che, se anche una quota dell’incremento così consistente del 2015 può essere attribuita ancora una volta a dinamiche in qualche modo legate al Nino, buona parte della CO2 che si sta accumulando annualmente in atmosfera porta invece una precisa firma isotopica che ne attesta l’origine prevalentemente antropica.

Ora, indipendentemente da come ognuno vorrà incasellare queste informazioni fattuali secondo il proprio soggettivo “filtro” cognitivo, in ogni caso, dal punto di vista scientifico, il quadro generale che emerge da questa breve analisi non è comunque per niente tranquillizzante.


Autore : Fabio Vomiero

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