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DOSSIER microclima urbano! Se la città mette il "CAPPOTTO" (i dati)

L’isola di calore urbana costituisce uno degli effetti più vistosi e deleteri del cambiamento climatico, tanto che il clima locale ne viene stravolto, soprattutto da un punto di vista termico, proprio come accade ad un essere vivente che si rannicchia per proteggersi dal freddo o rinfoltisce la pelliccia prima dell’inverno. Analizzando i dati però, emergono tante sorprese!

Editoriali - 3 Dicembre 2019, ore 08.00

Il recente rapporto dell’ISPRA – SNPA (Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente) – edizione 2019, è quantomeno impietoso nell’analizzare gli effetti dell’isola di calore urbana. Tali effetti sono influenzati dall’utilizzo del suolo e dalle modalità di copertura dello stesso, per cui nelle aree urbane o urbanizzate gli stessi sono esaltati fino a raggiungere valori di vari gradi al di sopra di quello che si sarebbe registrato in condizioni naturali.
Lo studio mette l’accento sulla pericolosità derivante dal mix di urbanizzazione, crescente consumo di suolo (ovvero copertura dello stesso con artefatti antropici), e aumento delle ondate di calore. In realtà l’effetto isola di calore urbana dà il meglio di sé durante la stagione invernale, quando alle conseguenze indirette dell’urbanizzazione (esposizione solare esaltata da grandi estensioni di superfici verticali, piatte e scure; evaporazione rapida rispetto alla campagna circostante, alterazione dell’inversione termica e deviazione dei venti e delle correnti locali, inibizione delle nebbie, ecc.), si aggiungono quelle dirette, prodotte dal riscaldamento dei locali e della produzione di calore di un numero enorme di macchine e apparecchiature.
Rimanendo però nell’ambito dell’analisi fornita dall’SNPA, su dati di temperatura al suolo acquisiti dal satellite MODIS Terra (dati MOD11A2) della NASA, relativi ai mesi da giugno ad agosto degli anni 2016, 2017 e 2018, per le città metropolitane, emergono una serie di fatti degni di attenzione.
In primo luogo, sul campione delle 14 città metropolitane, si nota una differenza positiva in media di circa 2,3°C in più rispetto alle aree non urbanizzate circostanti. Ma subito emerge una differenza notevole tra le 9 città marittime (1,5°C) e le 5 città a clima continentale (3,7°C). La divergenza si può intuitivamente spiegare proprio con l’effetto mitigatore del mare, che attenua la calura d’estate, e lo stesso fa con i rigori dell’inverno.
Ciò non spiega però, come mai in alcune città l’effetto mitigatore del mare è molto limitato, come ad esempio a Genova, Cagliari e Reggio Calabria, dove la differenza di temperatura (sempre in relazione alle aree non urbanizzate circostanti) è intorno ai 3°C. Probabilmente l’esposizione verso il quadrante SW, esaltata dalla topografia locale e dalla verticalità degli edifici, gioca un ruolo determinante, rispetto alle altre città esposte al quadrante NE (Bari e Palermo, con -0,1 e -1°C rispettivamente) o prive di esposizione (Venezia e Catania, con 1,1 e 0,3°C rispettivamente).
In secondo luogo sono proprio i valori negativi che colpiscono, come se nei tre anni considerati, la temperatura delle città sia calata rispetto alle aree circostanti. Fenomeno davvero inspiegabile, date le premesse di cui sopra, se non che d’estate gioca un ruolo determinante l’ombra generata dagli edifici, la modifica ed esaltazione della ventilazione locale, ivi comprese le brezze, o altri fattori che invece generano eccessiva calura nelle aree circostanti non urbanizzate.
In terzo luogo colpiscono i valori impressionanti delle metropoli a clima più continentale, dove la ventilazione e il rimescolamento dell’aria sono generalmente difficoltosi, sia in estate che in inverno. Nel caso di Firenze e Torino, l’SNPA riporta valori di differenza con le campagne circostanti rispettivamente di 4 e 6,1°C! Milano e Roma, nonostante le migliori condizioni geografiche locali, mostrano comunque valori di 3,1°C.
Si tratta ovviamente di valori medi, ma capaci di rendere l’idea di un effetto eccezionalmente deleterio per la salute e per l’ambiente naturale. Se i modelli matematici, che al momento con contemplano nei loro calcoli tale effetto, prevedono ad esempio valori termici al suolo di 32°C, è evidente che questi possono essere benissimo tradotti in 36-37°C a Firenze, e anche 38-39°C a Torino, con tutte le conseguenze del caso e senza scomodare l’indice di calore humidex o le famigerate temperature percepite, tanto care ai sensazionalisti mediatici. E consideriamo che si tratta di valori medi, superabili di ulteriori 2-5°C in particolari condizioni locali: ampie superfici asfaltate, cementificate e/o prive di vegetazione.
Se questo discorso si riporta in inverno, allora i valori tendono a sballare completamente, con particolare riferimento alle città a clima continentale e nelle condizioni di calma di vento / inversione termica al suolo.
In un report di qualche anno fa riportavo differenze di temperatura, in una giornata invernale con le caratteristiche di cui sopra, tra A - Firenze centro (50 m s.l.m.), B - Passo delle Croci (400 m s.l.m.) e C - Borgo San Lorenzo in Mugello (180 m s.l.m.), di questa portata: alle ore 8:00 in A (-2°C); in B (0°C); in C (-8°C) Evidente inversione termica sia su Firenze che in Mugello, ma isola di calore molto più intensa ovviamente sul capoluogo toscano. Alle ore 14:00, in A (14°C); in B (9°C); in C (13°C), con ristabilimento del normale gradiente termico adiabatico ad aria secca; nessuna influenza dell'isola di calore. Alle ore 22:00, in A (6°C); in B (1°C); in C (-1°C).
Le differenze registrate di ben 6-7°C sembrano eccessive, eccezionali per portata e conseguenze, ma si manifestano proprio quando la potenza dell'isola di calore è al massimo della sua espressione, a causa delle diverse attività umane appena concluse o prossime al termine, come durante il primo raffreddamento serale. È come se la città si rivestisse di uno scudo termico, si coprisse con una cappa ad aria calda, accendesse una serie di giganteschi phon sulle montagne circostanti, o avesse un braciere accesso sotto le proprie fondamenta.
A questo punto è lecito chiedersi se è giusto confrontare le temperature attuali con quelle di 50, 100 e 150 anni fa, quando le stesse aree urbane avevano una popolazione decisamente inferiore, e soprattutto un’urbanizzazione e relativo consumo di suolo molto più bassi di oggi.
Siamo onesti quando teniamo conto delle differenze di temperatura media delle stazioni meteo di queste e tante altre città italiane, europee e di altre località del mondo dove esistono serie storiche di svariati decenni, che giungono al periodo precedente la seconda guerra mondiale o anche più lontano!? È appena il caso di ricordare che le misurazioni satellitari (più omogenee e meno influenzate da quest’effetto) risalgono a poco meno di 40 anni fa.
In ogni caso i dati restano preoccupanti.

Autore : Giuseppe Tito

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