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DOSSIER clima imperdibile! La lezione dello Younger Dryas

Un rapido e radicale cambiamento climatico, noto come “Younger Dryas – Dryas recente” ha sconvolto il pianeta dopo la fine dell’ultima glaciazione, quando tutto sembrava volgere verso condizioni migliori. Al suo seguito si verificò la più grande estinzione di massa dei tempi recenti, che ha minacciato di far scomparire anche l’uomo. Ciò che avvenne in seguito è infatti, a dir poco sorprendente.

Editoriali - 9 Ottobre 2019, ore 08.59

L’ultima glaciazione sembrava già un ricordo, dopo i massimi rigori raggiunti intorno ai 25 mila anni fa, allorché i valori termici medi del pianeta scesero a livelli oggi inimmaginabili, tra i 6 e gli 8°C in meno, ma con punte di oltre 20°C nelle zone circumpolari.
La temperatura stava cominciando faticosamente a risalire, così come il livello dei mari, precipitato di oltre 120m al di sotto di quello attuale, a mano a mano che le immense calotte glaciali fondevano rilasciando acqua dolce negli oceani.
Tale processo procedeva a singhiozzo, con altalene udo-termiche determinate dai nuovi equilibri che via via si andavano consolidando. Periodi di rapido riscaldamento, detti interstadiali e della durata di diversi secoli (fino a 1,5 - 2 mila anni), si alternavano a ricadute fredde, definite stadiali (dell’ordine di qualche secolo, ma raramente superiori ai 500 anni). La tendenza era però verso un generale addolcimento del clima globale.
Nelle aree di tundra che circondavano le immense calotte glaciali del nord, prosperava una piccola ma diffusissima pianta pioniera, oggi descritta con il nome scientifico di Dryas Octopetala. L’abbondanza di polline e la distribuzione delle popolazioni di questa pianta, costituiscono un indice abbastanza coerente con le pulsazioni delle calotte glaciali: ad una loro ritirata, corrispondeva un’estensione dell’areale della Dryas verso nord, viceversa accadeva nelle fasi di avanzata.
Con “Younger Dryas o Dryas recente” gli esperti climatologi indicano un periodo di intenso raffreddamento del clima globale, della durata di circa 1000 anni, verificatosi dopo la fine dell’ultima glaciazione, più o meno 12.800 anni fa, e terminato intorno a 11.600 anni fa. Sarà l’ultima grande fase di espansione glaciale e relativo ampliamento dell’areale della Dryas verso sud.
Il deterioramento climatico fu improvviso e radicale, con effetti più incisivi nell’emisfero nord, ma con riflessi catastrofici anche nell’emisfero sud, specie a livello di distribuzione delle precipitazioni, del gelo e delle diverse forme di vegetazione.
Da varie fonti di studio: stratigrafiche, glaciologiche, palinologiche, microbiologiche, si evince che il fenomeno di raffreddamento dovette durare poche decine di anni, e comunque non più di un secolo. Le temperature medie precipitarono tra i 4 e i 6°C, con punte di 10°C nelle zone polari, riportando le condizioni generali del pianeta a qualcosa di simile ad una nuova glaciazione.
L’eccezionalità e la rapidità dell’evento non hanno precedenti negli altri cicli glaciali del plio-pleistocene. A seguito dei periodi glaciali, l’inizio dei brevi intervalli interglaciali era abbastanza progressivo e, sebbene tra alti e bassi, non ha mai presentato fenomeni così estremi di retro-azione negativa.
Sulle cause di questo improvviso cambiamento climatico sono state avanzate varie ipotesi, sebbene la rapidità del fenomeno non lascia pensare a qualcosa di pregresso o tipico dei primi periodi post-glaciali, bensì a qualcosa di unico e magari composito, ovvero sovrapposto a cause più ordinarie.
Tra le ipotesi più accreditate emerge quella del riversamento, più o meno rapido, nell’oceano Atlantico e forse anche Pacifico, di un immenso mare interno di acqua dolce presente nel Nordamerica, noto come lago Agassiz. Un lago poco profondo ma esteso alcuni milioni di kmq, tra il sud dell’attuale Canada e il centro degli Stati Uniti, originatosi per il progressivo scioglimento della calotta glaciale nordamericana, che però contribuiva essa stessa, tramite un effetto diga, ad evitare qualsiasi riversamento verso gli oceani.
L’improvviso cedimento di questi argini glaciali avrebbe provocato una gigantesca inondazione su varie zone del Nordamerica e, raggiunto infine il mare, anche un rapido raffreddamento delle acque oceaniche, specie nel nord-atlantico, e tramite queste a tutto il resto del pianeta.
Tra le altre ipotesi al vaglio degli studiosi, così come confermato dalle datazioni dei radionuclidi presenti in alcuni depositi vulcanici, c’è una spiegazione che chiama in causa una colossale eruzione vulcanica avvenuta nel cuore dell’Europa, e più precisamente a carico del super-vulcano Laacher See, nella regione tedesca della Renania Palatinato.
Altra ipotesi sarebbe riconducibile agli effetti dell’esplosione di una vicina supernova nella costellazione della Vela che, con le sue radiazioni ionizzanti, avrebbe provocato un’alterazione degli equilibri termo-chimici dell’atmosfera e avrebbe indotto diffuse e mortali mutazioni genetiche fra gli esseri viventi.
Un’altra ipotesi, spesso chiamata in causa quando si tratta di estinzioni di massa, riguarda un probabile impatto meteorico che sarebbe avvenuto in quegli stessi anni, capace quindi di generare una serie di inverni eccessivamente “bui” e freddi, e quindi tali da portare all’estinzione un gran numero di specie viventi.
L’estinzione di massa avvenne ed ebbe conseguenze diffuse, sebbene non fu proprio globale. A farne le spese furono prevalentemente gli animali di grossa taglia, noti come rappresentanti della megafauna (mammut, elefanti primitivi, rinoceronti lanosi, bradipi giganti, gliptodonti, megaceri, tigri dai denti a sciabola, ungulati e carnivori oggi sconosciuti).
La non globalità dell’estinzione (furono risparmiati animali di grossa taglia in Africa e nel sud-est asiatico), ha fatto pensare ad un’azione mirata dell’uomo, sovrapposta ai nuovi assetti ecologici e ambientali dovuti alla fine della glaciazione.
La diatriba in effetti non è mai cessata, è tuttora in corso e si è allargata anche al ruolo ecologico delle comunità umane che iniziavano il loro sfruttamento massivo del territorio (incendi incontrollati, caccia indiscriminata e con tecniche ecologicamente distruttive a grande scala, diffusione di malattie, ecc.).
In realtà il periodo citato (un tempo noto come “mesolitico”, tale era il salto di qualità in corso tra il noto paleolitico e quello che sarebbe poi stato denominato neolitico), è caratterizzato da un notevole decremento della popolazione globale, con scomparsa e/o migrazione di varie comunità fino ad allora pressoché stanziali, e una contemporanea diminuzione e specializzazione nella produzione di strumenti.
Si diffondono per lo più arpioni, ami e piccole punte di lancia e freccia, al contrario del passato precedente, dove erano molto più diffuse lance lunghe e pesanti, mazze indentate e pugnali di varie misure, oltre a schegge e raschiatoi di varie dimensioni. È chiaro il segnale di un cambiamento “forzato” nella dieta, dai grandi mammiferi sempre più rari, al pesce, molluschi e volatili, più comuni lungo le rive di mari e laghi, e i tanti corsi d’acqua.
Non bisogna trascurare infatti, che il livello medio di mari e oceani aveva già subito un radicale innalzamento nei millenni precedenti, con tassi di 2-3 metri per secolo, cui è succeduto però un nuovo tracollo in concomitanza con il famigerato Younger Dryas e relativa avanzata glaciale. L’effetto sugli areali rivieraschi e intertidali (aree comprese tra la bassa e l’alta marea), oltre che sulle potenzialità erosive dei rilievi retrostanti, deve essere stato devastante, sia per le faune, che per le comunità umane che le sfruttavano.
Quello che avvenne in seguito è a dir poco straordinario e sorprendente. Così come si era originato, con rapidità e violenza, il deterioramento climatico lasciò il posto ad un rapidissimo riscaldamento, con annesso innalzamento del livello dei mari. Nelle rilevazioni stratigrafiche di dettaglio, sia su base microbiologico-palinologica, che su base geochimico-radiometrica, si estrapola un periodo variabile tra gli 80 e 150 anni, con pochi margini di errore.
In altre parole, il pianeta reagisce in modo imprevisto e improvviso, ristabilendo condizioni di equilibrio del tutto nuove e in linea con il lungo periodo di riscaldamento precedente, come se la parentesi “gelida” dello Younger Dryas non ci fosse mai stata.
La temperatura media del pianeta risale di oltre 8°C in poco più di un secolo, e il livello dei mari probabilmente si rialza con un tasso di quasi un metro a decennio. Bastano questi due parametri per immaginare solo lontanamente quello che può essere accaduto a livello globale, sia sulla terraferma, e in particolare lungo le coste, sia negli oceani.
Sarà il colpo di grazia per la megafauna sopravvissuta e qualcosa di simile per le comunità umane che ne erano dipendenti. In Bolivia la megafauna locale, che aveva regnato incontrastata per decine di migliaia di anni, fu soppiantata da una fauna più meridionale proprio tra i 15 e i 12 mila anni fa. Il megaterio locale (per citare un esempio), fu sostituito da quello proveniente dalle Pampas dell’Argentina. Gli ultimi esemplari di questa specie alloctona, peraltro poco diffusa, sono datati a meno di 9000 anni fa.
Contemporaneamente, e ancor più estesamente, le fasce di vegetazione, nel giro di pochi decenni, devono aver letteralmente cambiato il volto del pianeta: foreste pluviali presero il posto di dune desertiche (come negli llanos del Venezuela o nel nord-est del Brasile), mentre la tundra lasciò il posto all’avanzata delle foreste di conifere (sia nel nord-est del Canada che in Siberia), si formarono estesi acquitrini e paludi nelle zone più interne dei continenti (come in Africa e Australia) e gli altopiani, oggi aridi e inospitali, si trasformarono in qualcosa di simile alle attuali savane (come nelle Ande o in Etiopia).
E la CO2!? La sua concentrazione aumentò più o meno rapidamente, ma in termini percentuali non andò oltre il 10% rispetto al periodo precedente, e il suo ruolo deve essere stato pressoché insignificante.
La grande lezione dello Younger Dryas per la nostra piccola umanità si può riassumere in due punti:
1) qualunque sia stata la causa del rapido evento di raffreddamento globale noto come Younger Dryas, il successivo riscaldamento è stato altrettanto improvviso ed intenso, e le sue cause sono oltremodo sconosciute.
2) Qualunque sia stata la causa del suddetto riscaldamento, resta il fatto che è stato talmente rapido e di una tale intensità da stravolgere l’assetto ecologico dell’intero pianeta, tanto da causare l’estinzione di gran parte della megafauna esistente e maggiormente adattata a periodi climatici più freddi e secchi, ivi compreso l’essere umano.
In definitiva, l’attuale periodo di riscaldamento e tutte le modifiche geofisiche e geochimiche ad esso connesse, sono solo un pallido riflesso di quanto avvenuto dopo lo Younger Dryas, dal momento che l’intervallo di tempo (ovvero circa un secolo) è paragonabile a quanto oggi stiamo vivendo e descrivendo nel dettaglio, ma i numeri che si estrapolano dagli studi relativi a quel preciso momento della storia della terra sono di un ordine di grandezza superiore all’attuale e, nel caso del livello dei mari, quasi di due ordini di grandezza.

Autore : Prof. Giuseppe Tito

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