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DOSSIER CLIMA: ecco cosa non quadra! Da non perdere!

Da un capo all'altro del globo ci si sente in qualche modo accomunati dalle anomalie climatiche e dalle catastrofi naturali.

Editoriali - 18 Aprile 2014, ore 09.00

Stanno cercando di attribuire al processo di globalizzazione sensu lato (industrializzazione massiccia, ipersfruttamento delle risorse naturali, cambiamenti radicali di vaste aree della superficie terrestre) la colpa dei cambiamenti climatici. In verità la capacità di sintesi che ha l'uomo dello spazio e del tempo è fisiologicamente molto limitata, soprattutto riguardo a realtà naturali come la tettonica, il clima, l'evoluzione degli organismi ecc.

Le sue conclusioni appaiono per lo più semplicistiche, a volte fuori luogo e non solo, ma sull'onda dell'allarmismo giornalistico e del sensazionalismo scientifico all'americana, sono sempre più svincolate dall'analisi, anche personale, del passato; persino di quello recente. Stiamo vivendo insomma una sindrome da catastrofe naturale di carattere climatico, una forma sconosciuta di meteoropatia che ci offusca la memoria e ci divora la calma del presente.

È da "sempre" risaputo che il clima, come del resto tutti i fenomeni naturali, non ha nessuna ciclicità per la semplice ragione che in natura nessun fenomeno si ripete con le medesime condizioni. Pensiamo per un attimo alla formazione di una nuvola o alla deriva dei continenti. Anche quegli eventi ripetitivi come l'alternarsi del giorno e della notte, le stagioni, le maree ecc. sono fenomeni pseudo-ciclici che se considerati su grandi intervalli di tempo variano enormemente e quel che è più importante, non si ripetono mai con le stesse caratteristiche.

Senza andare molto lontano, indietro nel tempo, e rievocare situazioni climatiche alquanto differenti da quelle attuali, basta riferirsi agli ultimi 2000 anni per notare che ci sono stati periodi (intendiamoci: dell'ordine di secoli) in media ben più caldi di quello attuale e caratterizzati da un impatto antropico molto meno invasivo e istantaneo di quello che si verifica oggi.

Non dimentichiamo però che proprio in questi momenti del passato la superficie terrestre ha subito lente ma smisurate deforestazioni, come ad esempio in Europa, Stati Uniti, Africa, India e Cina meridionale. Nel rileggere la storia, sotto un'ottica di tipo climatico, ci possiamo rendere conto di come enormi fluttuazioni nel regime degli elementi climatici hanno condizionato lo sviluppo e a volte anche le migrazioni e la fine di alcuni popoli se non addirittura la maggior parte.

Ad esempio, tra l'XI e il XIV secolo, temperature più alte di oggi hanno consentito ad un popolo, quello dei Vichinghi, di colonizzare terre che oggi sono per lo più fredde ed inospitali, di attraversare l'Atlantico in acque dove oggi proliferano gli Iceberg (vedi la rotta del Titanic), di vivere, anche d'inverno, in zone come la Groenlandia o il nord della Norvegia. Il successivo deterioramento (raffreddamento) del clima, tra il XIV e il XV secolo, li ha letteralmente costretti ha scendere di latitudine e ad "invadere" l'Europa centro-meridionale.

Un'altra categoria di esempi, e ce ne sono un'infinità, sono da ricondurre alla fenomenologia osservabile in agricoltura. Nella prima metà del '600 ad esempio, in Scozia si coltivava senza problemi la vite dove oggi a stento matura l'orzo. Si tratta evidentemente di situazioni paradossali per noi che siamo abituati a notare le piccole differenze mensili o annuali. Tra la fine del XVII e la metà del XIX secolo l'Europa, come si evince da tutti i libri di storia e non solo, ha conosciuto un periodo freddo davvero eccezionale.

Durante quei gelidi inverni fiumi come la Senna, il Reno, il Tamigi, il Danubio, l'Arno ecc., tanto per citarne alcuni tra i più noti, ghiacciavano completamente e diventavano vie di trasporto per le carrozze, piste di pattinaggio, attraversamenti continui, palcoscenici per spettacoli, giostre e feste di ogni tipo. In realtà la temperatura media annua era solo di 1,5-2°C inferiore a quella attuale. Per dare un'idea dell'importanza di questo scarto, basti pensare che durante il periodo più freddo dell'ultima glaciazione, ossia pressappoco tra 25 e 18 mila anni fa, la temperatura media annuale alle nostre latitudini era di soli 6-8° inferiore a quella attuale, ma con un paesaggio molto simile a quello dell'Alaska o della Lituania odierne.

In sostanza oggi è in atto un certo riscaldamento globale, ma le variazioni termiche nelle medie annuali sono dell'ordine del decimo di grado. Se fra 35 o 50 anni avessimo una media annuale globale superiore di 3°C (come alcuni vorrebbero far credere), sarebbe davvero una catastrofe dalle dimensioni apocalittiche, altro che qualche spiaggia sommersa.

Che il clima stia cambiando è un dato di fatto, che la CO2 sia un gas serra e che sia in aumento rispetto ad un passato molto recente, sono anche questi dati basilari ineccepibili; ma quanta CO2 vi fosse nel passato, e come variava quantitativamente e qualitativamente, è ben lungi dall'essere chiaro. Ammettere che la composizione media dell'atmosfera sia pressochè invariata da molto tempo non è proprio esatto; ancor meno è esatto attribuire alle variazioni della quantità di CO2 le alterazioni climatiche e soprattutto il riscaldamento globale.

Ad esempio tra il Paleocene e l'Oligocene gran parte della superficie terrestre era ricoperta da fitte foreste di tipo tropico-equatoriale (nella zona di Parigi crescevano le palme) e la temperatura media globale era di circa 10-12° superiore ad oggi. Quanta CO2 c'era allora? Nonostante la presenza di una così enorme fitomassa, che come si sa consuma CO2?

Tornando ai nostri giorni, come è stato giustamente fatto notare, il riscaldamento in corso, che sia di origine antropica o non, ha come risultato immediato un incremento di energia del sistema atmosfera. Purtroppo le dinamiche di distribuzione di questa energia sono molto complesse ed ancora oggi in gran parte sconosciute, ma in generale questo incremento si riflette in primo luogo in un aumento dell'evaporazione e della copertura nuvolosa; in secondo luogo in un aumento dei contrasti termici fra le masse d'aria, degli sbalzi di pressione e della velocità del vento; in ultima analisi e localmente in uno scioglimento e ritiro dei ghiacciai ed in un incremento della desertificazione.

Per quanto concerne la temperatura dei mari la situazione è molto più complessa e nello stesso tempo molto più pericolosa a lungo termine; è ancora vivo il ricordo delle ultime catastrofiche inondazioni attribuite al fenomeno de "El nino". Se le acque tropicali ed equatoriali tendessero a riscaldarsi, quelle circumpolari subirebbero una sorte opposta, dato che lo scioglimento dei ghiacciai circostanti le raffredderebbero.

Gli squilibri più accentuati che si verrebbero a creare fra acque più o meno fredde, o più o meno salate, potrebbero modificare il regime o la direzione delle correnti marine, e i cambiamenti del clima allora sarebbero davvero sostanziali. Studi recenti hanno tra l'altro messo in evidenza che sui fondali oceanici vi sono enormi quantità di metano, prodotte dalla decomposizione organica, che potrebbero essere mobilizzate a causa di sconvolgimenti nelle caratteristiche delle correnti marine! Gli effetti di questo metano, seppure la sua permanenza in una atmosfera ossigenata come la nostra è molto limitata nel tempo, potrebbero essere impressionanti dato che il comportamento da gas serra è di molte volte più efficace rispetto alla CO2.

I fenomeni estremi ci sono sempre stati, se mai è cambiata la loro frequenza, ma poco si può dire riguardo alla loro intensità. Guardando infatti ad alcuni eventi del passato, anche non troppo lontani e la lista sarebbe molto lunga, quelli attuali finiscono per assomigliare a pallidi riflessi, con tutto il rispetto per le migliaia di persone che hanno perso la vita. Il dissesto idrogeologico, tante volte chiamato in causa per giustificare gli effetti catastrofici di certi eventi meteorologici, è principalmente da imputare all'uomo e al suo scarso o nullo rispetto per le dinamiche naturali del territorio. La quantità di danni e il numero delle vittime cresce anche a causa dell'aumento delle situazioni a rischio sia personali (es. la tragedia di Soverato) che collettive (es. la tragedia di Sarno).

È un fatto recente anche l'abbandono di molte pratiche di controllo delle dinamiche territoriali come la pulizia periodica di boschi ed alvei fluviali, il consolidamento dei versanti e il drenaggio delle aree alluvionali; interventi antropici ed artificiali purtroppo, ma necessari se l'uomo intende continuare a vivere in determinate aree geografiche già di per sé ad alto rischio. La cementificazione selvaggia, incontrollata, in gran parte deleteria per i sistemi naturali (soprattutto quelli fluviali) dal canto suo ha fatto, e continua a fare, il resto.

L'uomo ha immesso e continua ad immettere nell'atmosfera grossi quantitativi di CO2, soprattutto attraverso l'uso sregolato di combustibili fossili. È risaputo che si tratta di CO2 sottratta all'atmosfera in un lontano passato geologico (principalmente) per milioni di anni e che viene ora restituita alla stessa atmosfera in pratica istantaneamente. Con questa combustione l'uomo immette però anche grossi quantitativi di ossidi di zolfo che hanno un effetto esattamente opposto e le cui dinamiche ancora oggi sono piuttosto sconosciute, eccezion fatta per il deleterio effetto delle piogge acide.

Con la combustione vengono inoltre emesse grosse quantità di polveri che hanno anch'esse un effetto opposto a quello della CO2. Ovviamente non si può parlare di bilanciamento degli effetti, ma tutto ciò ci fa capire quanto complessi possono essere le relazioni, le dinamiche e gli effetti delle alterazioni dell'atmosfera. C'è poi l'incognita del vulcanesimo: il modesto Pinatubo agli inizi degli anni 90' ci ha regalato qualche inverno più freddo della norma; ma episodi ben più importanti come quelli di Tambora e del noto Krakatoa, per citarne due dei più recenti, hanno creato le condizioni per il verificarsi di estati fredde e "nevose" anche alle medie (nostre) latitudini.

La quantità di CO2 emessa durante questi fenomeni è enorme e di difficile valutazione; qualcuno ha ipotizzato che la quantità emessa durante un'eruzione come quella del Krakatoa è paragonabile a quella prodotta da tutta l'umanità nel corso di un intero anno e forse più. Questa considerazione è lungi dal voler essere un deterrente per i paesi industrializzati nei confronti di una loro decisa diminuzione delle emissioni di CO2. Nell'ambito dei danni di natura antropica a livello dell'atmosfera l'assottigliamento e progressiva distruzione della fascia di ozono è sicuramente il più deleterio, non solo direttamente per l'uomo, ma anche indirettamente per le conseguenze sulla salute dell'intera biosfera. Gli effetti per adesso sono ancora abbastanza contenuti, ma il futuro appare incerto.

Un'ultima considerazione sul ruolo delle foreste nel cambiamento climatico. Se la deforestazione è senza dubbio distruttiva a livello locale, dato che genera un profondo impoverimento del territorio, soprattutto nelle zone tropicali; la forestazione dal canto suo non incide più di tanto nel sul tenore di CO2. La pratica di riforestare vasti territori, come scusante dei paesi industrializzati per l'immissione di gas serra, ha un effetto solo temporaneo dato che la quantità di anidride carbonica fissata dalle nuove piante ritorna ben presto nell'atmosfera appena dopo la loro morte. Un riscaldamento globale, così come un aumento della CO2, favoriscono comunque lo sviluppo delle foreste e della vegetazione in genere che, se da un lato si ritirano nelle zone più aride, tendono ad estendersi nelle aree più fredde.

Tanto per avere un'idea di come il caldo, accompagnato da altri fattori atmosferici, favorisce lo sviluppo della vegetazione, basti pensare che gli llanos (foresta pluviale) del Venezuela crescono rigogliosi su un sistema di dune desertiche che erano presenti nella medesima area alla fine dell'ultima glaciazione, ossia poche migliaia di anni fa. Il secolo appena trascorso non segna insomma l'inizio di una catastrofe climatica, ma insegna che per la prima volta nella sua storia l'umanità è venuta al corrente che il clima può cambiare, che anzi sta cambiando; oserei definirla una rivoluzione di pensiero al pari di molte altre avvenute nel passato.

Purtroppo come molte altre rivoluzioni necessita di tempo affinchè la maggior parte della gente, compresi i governanti, la interiorizzi. Questo non vuol dire che bisogna abbassare la guardia, che è lecito continuare a sfidare ed alterare la natura; ma, al contrario, dobbiamo far tesoro di questa luce che la scienza ci ha dato per dissipare nuove tenebre d'ignoranza, per non avere paura della natura, ma solo rispetto e stupore, con la presa di coscienza che si può e che si deve cambiare per non finire, ancora una volta, vittima inconsapevole ma responsabile delle cosiddette "catastrofi annunciate".


Autore : Prof. Giuseppe Tito, adattamento Alessio Grosso

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