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Costi e vergogne dell'allarmismo

Con l’uragano Irene abbiamo avuto un esempio senza precedenti di allarmismo, non solo eccessivo e ingiustificato, ma anche dannoso, fuorviante e decisamente vergognoso. Speriamo non sia l’inizio di una preoccupante involuzione dell’informazione.

Editoriali - 13 Settembre 2011, ore 09.25

Nel 1938 un vero uragano si abbatté sul New England e sotto raffiche di vento ad oltre 150 km/h questa chiesa del Connecticut perse addirittura il campanile.
Ho appena sentito dire in TV, senza mezzi termini e tantomeno giustificazioni nel merito, che questo periodo caldo di settembre è indiscutibilmente colpa del “riscaldamento globale” e che ormai gli uragani raggiungono anche l’Europa.

Che la nuova moda giornalistica americana abbia già fatto presa da questa parte dell’Atlantico? Di sicuro gli uragani li vedono ormai dappertutto, ma più che un fatto esteriore ho sempre più la sensazione che a girare sia la loro testa. 

Un’imponente mobilitazione di mezzi di soccorso, costata centinaia di milioni di dollari, e una valanga di servizi giornalistici dalla dubbia valenza tecnico-scientifica, sono stati capaci di ingigantire un fenomeno naturale, decisamente più che normale, fino a trasformarlo in un evento parossistico di portata secolare.

Un uragano a New York? Che c’è di strano! Avessero detto San Francisco, beh allora mi sarei precipitato a verificare: internet, satellite, siti specializzati e quant’altro…ma New York!

Negli ultimi 150 anni quasi 80 tra tempeste tropicali e veri e propri uragani si sono “spiaggiati” nel New England, ora vicino, ora anche sopra la Grande Mela.
Irene poi era già stato declassato a categoria 1, appena doppiato Capo Hatteras (Carolina del nord), un luogo simbolo per gli studiosi di uragani, per poi diventare tempesta tropicale a ridosso del New Jersey. Da qualche parte ho letto che erano 108 anni che un uragano non “atterrava” in quella parte del New Jersey.

I soliti record americani! Il record di caldo di un 21 luglio qualsiasi, di una anonima località delle Grandi Pianure, diventa il giorno più caldo del secolo su tutto il pianeta!

Ma molti ricordano i tanti e vari uragani che hanno visitato questo angolo degli USA, tanto gelido d’inverno, quanto esposto alle risalite tempestose dai tropici di questi immani frullatori atmosferici. Tra le tante la tempesta senza nome (i nomi degli uragani sono in uso solo dal dopoguerra) che il  21 settembre del 1938 si abbatté su buona parte delle coste del New England, da New York a Boston, dal Connecticut al Maine.

L’uragano, partito come tanti al largo dei Caraibi, snobbò la Florida e puntò diritto verso nord. In 5 giorni raggiunse Long Island con venti ad oltre 150 km/h e onde alte circa 10m. New York fu sfiorata dall’occhio del ciclone, che puntò invece più a est sul Rhode Island, quindi Connecticut e Massachusetts, gli stati più colpiti: I morti furono più di 600 e i danni incalcolabili.

Basti pensare che le alberature stradali di quasi tutte le città del Connecticut furono cancellate in poche ore, a danno anche delle abitazioni e delle poche auto allora in circolazione.

Cosa è accaduto al passaggio di Irene? In effetti danni a iosa e i morti, quelli sempre troppi: alla fine se ne conteranno 55, ma solo 16 negli USA. I danni economici e sociali creati dall’eccessivo allarmismo (blocco di attività, trasporti fermi, chiusura di negozi ecc.) oltre alla reale paura di trovarsi di fronte ad un evento apocalittico, chi li ha calcolati?

Qualcuno in realtà ci si è messo, ed ha raggiunto cifre forse esagerate, anche 20 volte quelle dei danni accertati. Ma al di là dei conti economici, sono quelli con le nostre coscienze che dobbiamo fare. Dopo gli acquazzoni serali New York si è svegliata solo più umida del giorno prima, ma soprattutto intontita da così tanto silenzio e stupore, tutto fermo, tutto chiuso!

In futuro la gente crederà ancora agli allarmi? Saprà distinguere quelli veri? Darà peso a quanto i giornalisti evocano nei loro servizi di previsione? Io ho visto solo scene di autobotti che vuotavano qualche chiusino otturato. Senza tralasciare poi la maniacale insistenza di inviati e corrispondenti con i loro bollettini del prima, che sta per succedere chissà che cosa; e peggio ancora del poi, quando era palese che non era successo quasi nulla.

Ma New York è New York, e se qualcosa accade da quelle parti, accade all’intero pianeta, come se tutto le orbitasse intorno e tutto debba fare riferimento ad essa, come metro di tutto quello che succede, si dice o si pensa. Anche un uragano si riveste di epico e sensazionale se passeggia per qualche ora in Broadway, acquistando quel senso di magico e divino che solo gli americani sanno conferire!

E pensare che a New Orleans non si fece nemmeno lontanamente quello che è stato organizzato per New York, nonostante la violenza dell’uragano Katrina fosse stata ampiamente prevista. Che ci sia un “sud” anche negli USA?

Per non parlare poi dei paesi caraibici e del Messico, dove ogni anno gli uragani, quelli veri, mietono centinaia di vittime e cancellano intere città, con i loro venti impetuosi e i loro diluvi.
 


Autore : Giuseppe Tito

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