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Abbiamo disimparato a convivere con il tempo

Perchè il tempo deve essere necessariamente pazzo?

Editoriali - 30 Ottobre 2002, ore 14.00

Una nonna toscana è una continua fonte di conoscenze sui comportamenti meteorologici; quando arrivano nuvole minacciose dalla parte di Marina di Pisa, prende allegramente gli attrezzi, va nell’orto, e, nonostante gli 85 anni, inizia a lavorare. “vento di mare, prendi la zappa e vai a zappare!”, mi dice con atteggiamento di chi la sa lunga. Se per caso si vede il cielo diventare scuro dalla parte delle Apuane, si affretta a tornare in casa e riporre gli attrezzi in cantina: “nuvole dall’Arno, prendi la zappa e va’al capanno”; insomma, nonostante le bizzarrie del clima, alcuni capisaldi di saggezza spicciola popolare restano comunque inalterati. Stesso periodo, i primi di agosto, a Viareggio. Spiaggia affollata di bagnanti, bambini che giocano, signore che leggono, pensionati che russano; verso le undici, dall’Appennino iniziano ad arrivare, piuttosto velocemente, inequivocabili, bassi e pesanti cumuli di un color blu-violetto, con bordi frastagliati, su un fronte di alcune decine di chilometri (a occhio fino almeno a Sarzana). Inizio a raccogliere le mie carabattole, cercando di allontanarmi velocemente dalla spiaggia, mentre già inizia a tuonare. I vicini di ombrellone, guardandomi stupiti, mi chiedono “Va a mangiare così presto? Non è nemmeno mezzogiorno!”; replico che con quello che sta per arrivare, anche se non ho appetito, preferisco stare in albergo. I miei interlocutori, guardandomi come se venissi da Saturno, rispondono: “Ma cosa dice? Sarà una nuvola passeggera, guardi che sole!”, ed indicano l’ultimo scampolo di azzurro che resta sulle nostre teste. Non perdo altro tempo, saluto, e quando arrivo sul lungomare, già cadono le prime gocce. Mi giro, ed osservo sconcertato che nessuno si è mosso dagli altri stabilimenti balneari: il traffico è assente, ed incrocio alcuni passanti che stanno andando in spiaggia in quel momento. Mi chiedo se vengo davvero da Saturno, mentre allungo il passo ed arrivo in albergo, giusto in tempo per vedere il monsone che si abbatte su tutto il bagnasciuga, con raffiche di vento fortissime, tuoni, lampi, fulmini e pure un accenno di grandine. Solo allora, dalle spiagge inizia un autentico fuggi-fuggi, con mamme fradice che stringono bambini piangenti, nonni col bastone che si riparano sotto le palme piegate dall’acqua e dal vento, e varia umanità in preda al panico che cerca di mettersi al coperto. Le strade si intasano di vetture impazzite che cercano disordinatamente, dentro strade ormai trasformate in torrenti, di raggiungere case, alberghi, ristoranti o altri ripari, in un tripudio di clacson, motori fuori giri, strilli, imprecazioni e bestemmie toscane. Con la deformazione professionale del cronista, aspetto i TG locali per sentire i commenti a questo finimondo; quello che ascolto mi fa pensare veramente di essere proveniente da un altro pianeta: “Un improvviso nubifragio si è abbattuto sulla Versilia …” Improvviso? Dal momento in cui il cielo si è rannuvolato a quando è iniziato a piovere saranno passate non meno di due ore! “Panico tra i bagnanti colti di sorpresa dalla furia degli elementi …” Non credo di essere un genio, ma io mi ero accorto piuttosto per tempo di come sarebbe andata a finire. La sorpresa quale sarebbe dovuta essere? Di seguito l’intervista al malcapitato meteorologo di turno che cerca di spiegare con un po’ di scienza e molta esperienza spicciola, che almeno dal giorno prima si sapeva che sarebbe piovuto (e pure forte) tanto che la Protezione Civile aveva provveduto ad emanare avvisi in tal senso. L’intervistatore, forse scocciato da tanta presunzione, e ignorando ogni richiamo alla razionalizzazione degli eventi, pone una sequela di domande sulla presunta “tropicalizzazzione” del clima, cercando di innescare la consueta spirale ansiogena nei telespettatori. Il meteorologo, con aria di compassione, replica che non aveva risposte certe su questo argomento, ma che, in sostanza, se si sa che deve piovere, è bene uscire con l’ombrello. Concludendo: l’esperienza personale mi ha confermato che ormai esiste un profondo distacco non solo con le cognizioni meteorologiche che possedevano i nostri avi, ma anche con il semplice vissuto reale. Il cielo viareggino che io vedevo ormai prossimo al completo oscuramento a causa delle nubi, per il mio vicino di ombrellone era limpido e azzurro, perché egli voleva che fosse così, non rassegnandosi all’idea che in ferie può succedere che piova. Il panico scatenatosi successivamente, ha fatto sì che la paura ingigantisse quanto era avvenuto, per cui un forte temporale, è diventato nel vissuto collettivo un uragano, un tifone, un maremoto. Infine, certo: i tombini non tiravano, e il lungomare è diventato un lago; ma eventi cosiddetti “estremi” sono ormai così frequenti che le amministrazioni più previdenti dovrebbero iniziare a provvedere in modo sistematico con fognature e scolmatori capaci di ricevere anche imprevisti flussi d’acqua. Insomma, si può anche maledire il meteorologo, ma quando serve, è bene avere almeno una cerata a portata di mano …

Autore : Andrea Rossi

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