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Bilancio NEVE 2005-2006 su arco alpino e Appennino centrale: stagione gelida

Rilevazioni e commenti a cura dell'Aineva, adattamento e sintesi di Alessio Grosso.

Cronaca meteo - 8 Novembre 2006, ore 10.23

QUADRO METEOCLIMATICO GENERALE DELL’INVERNO 2005-06 L’inverno 2005-2006 entrerà negli annali come inverno rigido e lungo, inoltre molto nevoso in pianura, nevoso nelle Prealpi e poco nevoso nelle Alpi stesse, perlomeno quelle centrali e situate a meridione della cresta principale alpina, ossia dello spartiacque. Un Inverno, inoltre, con molte fasi di vento dai settori settentrionali e orientali. Sarà ricordato come un inverno in cui, sia nella fase iniziale che finale, sono praticamente venute a mancare le grosse precipitazioni da Stau; quelle precipitazioni di sbarramento autunnali e primaverili, che della climatologia alpina sono un elemento di riferimento: poichè considerate “tipiche”, mancano raramente e sono perciò determinanti per l’approvvigionamento della falda freatica e delle sorgenti. In Ticino il triennio 2003-2005 è stato il più asciutto da quando si effettuano misurazioni, ossia da oltre 150 anni e l’inverno in questione non ha modificato la tendenza. Senza averne fatto una statistica, la stagione in questione verrà ricordata come ricca di depressioni sul Mediterraneo. Fino a metà febbraio con frequentissimi blocchi di alta pressione sull’Europa Centrale o Settentrionale e conseguenti incursioni di aria continentale fredda da nordest sull’Adriatico, con frequenti episodi di Bora e riattivazione delle depressioni, in grado da provocare importanti nevicate su gran parte dell’Appennino e anche dell’Italia meridionale. Dopo metà febbraio la corrente occidentale atlantica ha cominciato a soffiare più regolarmente, con una posizione abbastanza meridionale, tale da dirigere le perturbazioni direttamente sul bacino Mediterraneo. Altre perturbazioni sono entrate da nordovest oppure da nord. Poche dunque quelle accompagnate da forti venti sud-occidentali. Nelle Alpi centrali l’unica è risultata quella del 18 febbraio 2006. Ben impressa nella mente resterà la nevicata di fine gennaio (dal 26 al 28) 2006, molto simile a quella di metà gennaio 1985. Un’estesa depressione in quota sopraggiungeva dalla Scandinavia per dirigersi verso la Spagna, con una traiettoria anomala, e con l’arrivo dell’aria fredda prima e, in seguito, dell’umidità e dell’aria calda mediterranea tendente a scorrere sopra a quella fredda. Il risultato è stata la precipitazione di neve polverosa in pianura, anche con densità molto basse, attorno ai 40 a 50 kg per m3. In questa occasione, come anche in altre, contraddistinte da venti non molto forti da meridione in altitudine, le precipitazioni sono risultate maggiori sulle Prealpi che non sulle Alpi stesse. Le temperature medie mensili (almeno per quel che concerne le Alpi centrali) da ottobre a marzo sono risultate tutte al di sotto la media, in dicembre anche di parecchi gradi; solamente aprile e maggio hanno fatto segnare valori al di sopra della media. ANDAMENTO STAGIONE INVERNALE SULL'APPENNINO CENTRALE La stagione invernale 2005-06 è stata caratterizzata da una complessa e discordante evoluzione dei fenomeni sui due versanti dell’Appennino centrale, con correnti occidentali dominanti nel generale quadro meteorologico (e relative forti precipitazioni sul versante tirrenico) ma anche con frequenti incursioni di aria fredda di provenienza nordorientale, spesso accompagnata da forti venti (che hanno causato numerosi eventi nevosi a bassa quota, spesso fino alle coste orientali). Il quadro meteoclimatico in Appennino centrale ed in particolare in Abruzzo e Molise è risultato abbastanza anomalo rispetto agli ultimi inverni (spesso caratterizzati da flussi dominanti orientali), senza le eccezionali e consuete nevicate sul versante adriatico, anche fino alle aree di pianura e sulle coste, grazie alla persistenza nel tempo dei flussi occidentali e, soprattutto, della frammentarietà e debolezza dell’anticiclone che regolarmente, nelle stagione più fredda, andava a posizionarsi al centro della penisola, nel corso delle stagioni invernali “classiche” (D’Aquila & Pecci, 2006). Una tale anomalia nei flussi anemo-barici si è riflessa anche nella distribuzione delle precipitazioni nevose, che sono risultate, quindi, molto più intense e consistenti sul versante orientale della catena appenninica rispetto a quello occidentale; inoltre sono mancati i frequenti flussi sciroccali, tipici degli inverni precedenti (specie in piena stagione invernale), e, in definitiva, la stagione invernale si è andata chiudendo con i primi sensibili rialzi termici nella prima metà del mese di Marzo, quando buona parte del manto nevoso, anche a quote relativamente alte, risultava in stato di fusione incipiente. Le prime nevicate a quote relativamente basse, in seguito ricoperte dalle precipitazioni successive, sono state riscontrate già a partire dal 20 Novembre 2005 (rilievo Piana dei Laghetti, quota 1670, versante Nord del Corno Grande – Gran Sasso d’Italia); la prima fase della stagione invernale è stata caratterizzata, almeno fino al periodo di Natale, dall’alternanza di episodi “freddi” di origine orientale, seguiti da correnti umide e temperate di provenienza occidentale. In questo quadro meteorologico e con particolare riferimento alla prima parte dell’inverno nel settore orientale, in particolare nel gruppo del Gran Sasso, si sono verificate numerose precipitazioni, spesso di nevischio pallottolare e quasi sempre accompagnate da forti venti. Queste condizioni hanno creato un manto nevoso molto eterogeneo, formato, in generale, da strati più competenti, originati, oltre che da lastre da vento, anche da considerevoli e ripetute croste da fusione e rigelo e poggianti su strati deboli, formatisi nella prima parte della stagione invernale per crescita cinetica da elevati gradienti di temperatura. È stato proprio questo assetto stratigrafico a determinare, anche in una fase precoce della stagione invernale, estese valanghe di lastroni di fondo, che hanno interessato tutto il versante settentrionale del Corno Piccolo. Il massimo spessore di neve fresca al suolo raggiunto nel sito sperimentale di osservazione dei Prati di Tivo nel periodo novembre-aprile è stato pari a 181 cm (rilevato nel corso del rilievo del 14 dicembre 2005) ed è andato, poi, riducendosi gradualmente ad opera dell’ablazione esercitata dai forti venti, fino a fondere completamente nella seconda metà di maggio 2006. Un anomalo e tardivo impulso freddo tra il 31 maggio e il 6 giugno 2006 ha depositato alcuni cm di neve alla quota del sito sperimentale e circa 1 metro di neve fresca intorno ai 2400 m slm, fusa velocemente nei giorni successivi. ANDAMENTO STAGIONE INVERNALE DOLOMITI La stagione invernale nelle Dolomiti è stata caratterizzata da basse temperature e da abbondanti precipitazioni nevose. In particolare le temperature dalla seconda decade di novembre alla seconda di marzo sono state inferiori ai valori medi di riferimento, soprattutto in quota. Le temperature misurate a Monti Alti di Ornella sono state dai -1,3°C di novembre ai -3,5 °C di marzo inferiori alla media del periodo 1984-2005 (Fig. 2). Il primo rialzo termico significativo è stato registrato solo nella terza decade del mese di marzo. Queste basse temperature hanno influenzato sia il tipo di precipitazione (nevosa), sia l’evoluzione stagionale del manto nevoso. Dal punto di vista pluviometrico, nel periodo novembre 2005 - aprile 2006, sono caduti nelle Dolomiti mediamente 80 mm in meno di acqua, rispetto ai 450 mm medi (media del periodo 1985 - 2004 per le Dolomiti: stazioni di Agordo, Arabba, Auronzo, Caprile, Cortina d’Ampezzo, Cencenighe, Forno di Zoldo, Gosaldo e Santo Stefano), con deficit variabili dal 14 al 40% per località. Dal punto di vista nivometrico la stagione invernale è stata particolarmente nevosa come ben evidenzia l’indice SAI - Standard Anomalie Index - (Giuffrida e Conte, 1989) elaborato per le 5 stazioni campioni delle Dolomiti (Belluno, Falcade, Cortina, Arabba e Lago di Cavia) con un indice di 0,81 che, dopo l’eccezionale inverno 2003 - 2004, è stato il maggior dal 1985 ad oggi (Fig. 3). Per quanto riguarda il cumulo di neve fresca i quantitativi mensili sono stati superiori alla media nei mesi centrali dell’inverno (da dicembre a febbraio). L’evoluzione del manto nevoso è stata particolarmente condizionata dalle basse temperature invernali (Fig. 5), dai lunghi periodi senza precipitazione di dicembre e gennaio e da 9 episodi nevosi. I primi 2 episodi sono degli inizi di ottobre e novembre e vanno a costituire uno stato basale, non uniformemente distribuito sul territorio. Il manto nevoso si forma definitivamente con le nevicate di fine novembre e inizio dicembre alle quali segue un periodo ventoso che determina la formazione di uno strato duro di neve che sarà osservabile durante tutta la stagione invernale. Dopo le nevicate di fine dicembre, segue un periodo freddo che trasforma cineticamente la neve. A fine gennaio, infatti, il manto nevoso è freddo e costituito prevalentemente, da cristalli sfaccettati e da brina di profondità. Segue uno dei più importanti episodi nevosi della stagione (100 cm di neve in 48 ore nelle Prealpi e nei fondovalle delle Dolomiti meridionali), cui segue un episodio ventoso. Dalla metà del mese di febbraio inizia un periodo perturbato che dura fino a fine mese con frequenti nevicate, cui segue un’ulteriore serie di nevicate. Il primo riscaldamento del manto nevoso, con la formazione di grani da fusione avviene nel periodo fra il 22 e il 27 di marzo. La fine dell’inverno è inoltre caratterizzata da alcuni episodi nevosi primaverili (30 aprile, 10, 24 e 31 maggio, Fig. 6). Andamento della stagione invernale nelle Alpi centrali La stagione invernale ha anticipato di gran lunga i tempi annunciandosi in quota già ad inizio ottobre con le prime nevicate: al Passo dello Stelvio (2760 m s.l.m.) tra il 2 ed il 6 ottobre si sono registrati complessivamente 74 cm di neve fresca ed oltre 120 cm a 3175 m s.l.m. del Rifugio Livrio; il limite delle nevicate ha temporaneamente raggiunto i 1500-1700 m di quota. Il cumulo della neve fresca nel periodo novembre-aprile a Bormio 2000 è risultato di 267 cm (molto prossimo alla media dei 270 cm degli ultimi 30 anni) con un picco massimo di 94 cm di neve al suolo il 6 marzo (Fig. 7). Va considerato che se l’evento di precipitazione di fine novembre ha determinato la comparsa del manto nevoso al suolo la sua altezza è però oscillata tra i 30 e i 40 cm, merito delle basse temperature che hanno caratterizzato l’inverno, fino al 26 gennaio quando un passaggio fortemente perturbato dovuto ad una depressione sulla Penisola Iberica ha incrementato il manto nevoso di 15 cm (da 80 a 100 cm su Prealpi ed Orobie). Altri 3 episodi meteorologici significativi hanno caratterizzato la stagione: tra il 18 ed il 20 febbraio si sono registrati apporti di 50 cm di neve fresca; l’inizio di marzo (4-6) è stato altrettanto prodigo con oltre 40 cm di neve fresca; ultime nevicate della stagione, con circa 40 cm, sono state segnalate anche tra il 10 ed il 12 aprile. Frequentemente gli episodi perturbati sono stati accompagnati e seguiti dal rinforzo dei venti che, su creste e dorsali hanno fortemente eroso il manto nevoso accumulando la neve trasportata in canali ed avvallamenti o, addirittura, trasportandone buona parte dalla quote più elevate all’interno delle aree boscate. Le basse temperature che hanno caratterizzato l’intera stagione invernale hanno fatto sì che già da inizio stagione l’esiguo spessore del manto nevoso si trasformasse completamente: il forte gradiente ha gradualmente innescato processi di metamorfismo costruttivo con formazione di cristalli dapprima sfaccettati e angolari per poi progressivamente costruire cristalli a calice. Le nevicate di febbraio e marzo si sono quindi depositate su un manto nevoso caratterizzato da uno strato basale a debole coesione e resistenza favorevole al distacco di valanghe, spesso anche di fondo, sia per cause spontanee (lastroni sovraccaricati da accumuli da vento) sia per cause accidentali dovute a debole sovraccarico da parte degli escursionisti. Si riscontra un elevato gradiente fino al rilievo stratigrafico del 15 marzo, quando, peraltro, comincia ad evidenziarsi la formazione di croste da fusione e rigelo portanti nelle prime ore del mattino, mentre sui versanti in ombra il manto nevoso preserva caratteristiche prettamente invernali. Condizioni prossime all’isotermia si presentano verso la fine di marzo, quando si evidenziano cristalli a grappoli arrotondati da fusione e fusione- rigelo. Il forte rialzo termico nella seconda decade del mese di aprile innesca fenomeni di ablazione con sensibile perdita di spessore del manto nevoso: in poco più di due settimane si perdono complessivamente 75 cm di neve al suolo. Se consideriamo, invece, il bacino del Ticino con il Basodino, nelle Alpi centrali, dell’inverno 2005/06 si potrebbe annotare una prima parte estremamente secca. I mesi di settembre, ottobre, novembre e dicembre sono risultati estremamente asciutti. Solo due modeste nevicate si sono verificate in dicembre: la prima, a inizio dicembre è sopraggiunta da nord, la seconda, come normalmente, da sud. Anche gennaio freddo e secco, fino alla nevicata di fine mese. Inizio febbraio pure freddo e secco, mentre nella seconda parte le nevicate sono di rilievo ed il mese è stato l’unico di tutto l’inverno a registrare valori sopra la media. Nuovamente molto avari di neve marzo e aprile, mentre anche maggio resta troppo asciutto. Sul ghiacciaio del Basodino, dove viene eseguito il bilancio di massa da 14 anni, non era mai stata individuato un totale di precipitazione così scarso come quello dell’inverno 2005/06. A inizio maggio sono stati individuati poco più di 900 mm d’equivalente in acqua, mentre il valore minimo precedente era di 1310 mm ed il valore medio degli ultimi 13 inverni 1670 mm. ANDAMENTO INVERNALI ALPI OCCIDENTALI (Valle d’Aosta) In Valle D’Aosta la stagione invernale è stata principalmente caratterizzata da perturbazioni provenienti dai quadranti nord occidentali, che hanno interessato la dorsale alpina di confine con la Francia e la Svizzera, con ripetute precipitazioni a carattere nevoso a partire dai primi giorni di dicembre 2005 e fino al 10 maggio 2006, con due fenomeni particolarmente intensi. Il primo nei giorni compresi dal 16 al 20 febbraio 2006, caratterizzato da un iniziale temporaneo rialzo termico e successivo repentino abbassamento delle temperature con apporti di neve fresca di 50 cm in 7-8 ore. Il secondo nei giorni compresi dal 3 al 5 marzo 2006, caratterizzato dall’azione di venti da moderati a forti provenienti da ovest e poi in rotazione da nord, associati ad una moderata precipitazione. L’area sud orientale della Regione è stata invece caratterizzata da scarse precipitazioni e basse temperature, ad eccezione della perturbazione del 26-27 Gennaio 2006 che, di provenienza sud orientale, si è manifestata con carattere intenso, principalmente nel settore orientale della Regione, senza interessare la testata delle valli (per es. in Valle del Lys si è pressoché esaurita all’altezza del Comune di Gaby) e quella del 19-20 Febbraio. Il primo rialzo termico determinante per l’isotermia del manto, alla quota media di 2000 m, si è verificato all’inizio di aprile 2006. Nel settore sud orientale (Valli di Champorcher, Lys, Ayas, Valtournenche) la prima neve si è depositata a fine dicembre e solo a metà febbraio e a metà marzo il manto nevoso è stato interessato da due significativi episodi nevosi. Si sono intervallate splendide giornate di sole con temperature rigide e spesso venti moderati in quota; solo a fine inverno inizio primavera nuove precipitazioni hanno interessato il settore. Quindi il ridotto manto nevoso si è presentato principalmente costituito da cristalli a calice e sfaccettati, con particelle frammentate, croste da vento e ampie zone erose.

Autore : A cura dell'AINEVA, centro valanghe di Arabba

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