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Le ondate di caldo storiche in Inghilterra, con le conseguenze sulla popolazione (2° parte)

Climatologia - 30 Luglio 2019, ore 19.05

>>>> 1° parte dell'articolo:  www.meteolive.it/news/Climatologia/14/le-ondate-di-caldo-storiche-in-inghilterra-con-le-conseguenze-sulla-popolazione-1-parte-/80417/

Se si guarda invece alle grandi ondate di caldo che hanno colpito le isole britanniche tra il 1990 e il 2015 allora la situazione assume caratteristiche davvero preoccupanti. Non tanto per l’intensità dei fenomeni quanto per la frequenza con la quale si sono presentati. Segno inequivocabile che effettivamente il riscaldamento globale, antropico o naturale che sia, è in atto.

Durante il terribile agosto del 1990 si registrò una delle temperature massime mai registrate in Gran Bretagna, con i 37.1 C° di Cheltenham, nel Gloucestershire. Da notare che il termometro non segnava valori simili fin dall’evento epocale del 1911. Episodio del quale si è parlato nella prima parte di questo articolo.
 
Nel 1995 poi la Gran Bretagna sperimentò quella che ai tempi fu considerata la terza estate più calda  dal 1659, con la colonnina di mercurio che arrivò a segnare i 35 C° su buona parte del paese.
Non passarono nemmeno due anni ed ecco che nell’estate del 1997 gli inglesi soffrirono per la terza grande ondata di caldo in soli sette anni. E a quel punto anche i più scettici cominciano a dubitare che qualcosa stesse veramente cambiando.
 
Un sospetto confermato dalla stagione 2003 che in pochi giorni polverizzò record risalenti a un secolo prima. A Faversham, nel Kent, il 10 agosto si raggiunsero i 38.5 C°, record assoluto – e ancora oggi imbattuto – di caldo per la nazione. Si contarono 2 mila morti in tutto il paese, delle quali 315 nella sola Londra.
Si verificarono poi altre stagioni torride nel 2006 e nel 2010 quando la Health Protection Agency segnalò diverse centinaia di vittime. Seguì il grande caldo del 2012, quando le colonnine di mercurio segnarono circa 10 gradi in più della media del periodo.
Nel 2016 poi si registrarono le temperature più elevate per settembre, anche se il record per quel mese rimane ad oggi imbattuto con i 35.6 C° del 1906. L’anno seguente, nel 2017, il caldo si ripresentò a giugno con i 34.5 C° di Heathrow, vicino a Londra. Nel 2018 infine le temperature cominciarono a farsi torride fin dalla tarda primavera tanto che il Met Office dichiarò quell’estate la più calda assieme a quelle del 1976, 2003 e 2006.
 
Ma prima di concludere è bene dare uno sguardo a cosa accadde nei secoli scorsi quando, anche in periodi ritenuti convenzionalmente più freschi degli attuali, si registrarono stagioni davvero roventi.
La più famosa per la Gran Bretagna è quella del 1757, considerata la seconda estate più calda a livello europeo degli ultimi 500 anni.
Annotava Horace Walpole, eminente scrittore di quegli anni: “il tempo è così caldo, e noi siamo così poco abituati ad esso, che non sappiamo come comportarci”. Uno sfogo ripetuto nel suo diario: “Ho camminato per il parco. Credevo di morirne per il calore”.
 
Il fisico John Huxma descrisse invece gli effetti dell’afa sul corpo umano. E i dettagli sono davvero inquietanti. “Emorragie copiose dal naso, e dall’utero nelle donne. Così come dolori improvvisi e violenti alla testa, sudori profusi e oppressione degli spiriti colpivano molti”. Sintomi in parte classici della disidratazione che per essere descritti con tale dovizia di particolari dovevano essere veramente rari per gli inglesi del tempo. Il tutto, è da sottolineare, in piena piccola era glaciale che va, convenzionalmente, dalla metà del XV° alla metà del XIX° secolo. Ne è testimonianza il fatto che ancora nel 1814, 57 anni dopo l’evento descritto, si tenne l’ultima fiera sul Tamigi ghiacciato a Londra.
 
La più datata ondata di caldo di cui si ha memoria nelle isole britanniche risale invece al 1607, seguita da quelle del 1778 e del 1779.
Vennero invece denominate “fatal heat”, ossia caldo fatale, altre due terribili estati consecutive nel 1808 e 1809, seguite da un altro episodio nel 1826. In tutti questi casi la Gran Bretagna riportò molti decessi. E la PEG (piccola era glaciale) non si era ancora conclusa.
 
Del 1858 è invece un’estate che ci aiuta a capire l’impatto del caldo sulla popolazione a quei tempi. Il quotidiano London Standard riportò temperature costantemente sopra i 30 gradi. In quella che venne denominata “the great stink” - letteralmente la grande puzza i cittadini non pativano solo per l’ovvia mancanza di freezer o condizionatori d’aria ma soprattutto per i miasmi del Tamigi.
 
Ai tempi,  mancando sia una rete idrica cittadina che un sistema fognario, tutto ciò che doveva essere eliminato veniva buttato nelle sue acque, compresi i corpi di numerosi neonati che una volta abortiti o soppressi venivano semplicemente gettati nel fiume. In città invece le strade sterrate erano percorse solo da cavalli, con la presenza di letame e sciami di mosche ovunque. Così come comune era la presenza di spazzatura che, non venendo quasi mai rimossa, complicava ulteriormente la situazione. Naturale che tutto ciò col caldo rendesse l’aria irrespirabile, tanto che non era infrequente vedere gente che per strada si sentiva male e vomitava. Tanto che per cercare di non respirare questi miasmi la popolazione girava spesso con fazzoletti profumati o panni sul viso. Lo stesso Benjamin Disraeli, futuro primo ministro, scomodando la mitologia greco-romana definirà il Tamigi “una piscina dello Stige, con i suoi intollerabili orrori”.
Ma ciò che faceva più male ai londinesi, già ai tempi 2,5 milioni, era certamente l’abitudine di prendere proprio dal fiume e dai suoi affluenti l’acqua da bere. Così che, soprattutto col caldo, colera, salmonellosi e tifo si diffondevano a macchia d’olio. 

Autore : Dott. ALESSANDRO ASPESI

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