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La storia del global warming: la teoria dai tempi antichi fino ad oggi (3° parte)

Climatologia - 13 Agosto 2019, ore 18.03

 

1° parte: www.meteolive.it/news/Climatologia/14/la-storia-del-global-warming-la-teoria-dai-tempi-antichi-fino-ad-oggi-1-parte-/80685/

2° parte: www.meteolive.it/news/Climatologia/14/la-storia-del-global-warming-la-teoria-dai-tempi-antichi-fino-ad-oggi-2-parte-/80723/

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Dagli anni sessanta la comunità scientifica internazionale cominciò a preoccuparsi dello smog, che proprio in quegli anni stava rendendo l’aria di molte città sempre più irrespirabile. Anche in questo caso c’era incertezza circa l’impatto sul clima di questo fenomeno ma numerosi accademici iniziarono a intuire e successivamente sostenere per la prima volta che emissioni di origine umana, smog in primis, potevano realmente mutare il clima globale.

Il biologo americano Paul Ralph Ehrlich nel suo “the population bomb” del 1968 parlò esplicitamente di ‘effetto serra’ e immaginò un mondo dove inquinamento e sovraffollamento avrebbero portato milioni di persone a morire di fame già negli anni settanta. Fortunatamente le sue previsioni si rivelarono infondate ma i suoi avvertimenti sulle conseguenze dei cambiamenti climatici rimangono ancora oggi più che attuali, come quando accusò letteralmente i governi di usare l’atmosfera come un immondezzaio,. 

Va però segnalato che anche la politica cominciò a dimostrare un minimo di sensibilità per l’argomento. Fatto questo impensabile fino a pochi anni prima.
Già nel 1965 aveva fatto scalpore il rapporto del comitato scientifico del presidente americano Lyndon Johnson che sosteneva come le emissioni dei combustibili fossili (carbone e petrolio) avesse un impatto certo sul clima. Dichiarazioni alle quali seguì il ben più allarmante studio del 1968 della Standford Research Institute che in associazione con la stessa potentissima American Petroleum Institute delineava un futuro catastrofico per l’umanità intera: scioglimento delle calotta polare antartica, riscaldamento e innalzamento del livello degli oceani, aumento del processo di fotosintesi avrebbe fatto collassare il pianeta. E il tutto non dopo qualche millennio ma già dopo una trentina d’anni, dal 2000 in poi.
 
Nel frattempo anche un team di ricerca franco-russo aveva confermato per mezzo di carotaggi nel giaccio presso la stazione di Vostok, in Antartide, la relazione certa tra temperatura e anidride carbonica. Per molti esperti era arrivata l’ora di correre ai ripari. Anche con soluzioni inimmaginabili per l’epoca, come quella proposta dal matematico e fisico teorico Freeman Dyson: ‘sequestrare la CO2’ attraverso la riforestazione di enormi parti del pianeta.
Bisogna però precisare che se la teoria della responsabilità umana andava imponendosi, il dibattito negli anni seguenti rimase accesissimo, e fu spesso testimone di clamorosi colpi di scena come quello del sopra citato Freeman Dyson che nel 2007 parlò di eccessivo allarmismo, abiurando in parte ciò che aveva affermato in precedenza.
 
Tornando agli anni settanta è da segnalare il paradossale sviluppo di una corrente di pensiero che invece di un riscaldamento globale prevedeva l’esatto opposto. Secondo Reid Bryson, l’aumento degli aerosol nell’aria avrebbe certamente portato a una diminuzione delle temperature. E in ogni caso, sosteneva il geologo e meteorologo, nessuno poteva dare la colpa all’uomo. La terra si stava riscaldando fin dall’ottocento, ben prima che la rivoluzione industriale raggiungesse il suo apice. Quindi qualche grado in più era un naturale cambiamento perché venivamo da una piccola era glaciale e comunque l’utilizzo di combustibili fossili sarebbe stato politicamente inarrestabile. 
 
Di parere nettamente contrario l’accademico inglese John Sawyer che nel suo Man-made Carbon Dioxide and the “Greenhouse” Effect sosteneva che un incremento del 25% di anidride carbonica entro il 2000 avrebbe portato a un innalzamento di 0,6 C° a livello mondiale.
Come si può notare, un’opinione comune sull’argomento era ancora lontana. Naturale quindi che anche i media entrassero in confusione. Il prestigioso Newsweek nel 1975 pubblicò un pezzo nel quale si elencavano le ‘numerose e inconfutabili’ prove di un imminente raffreddamento globale.
Nell’editoriale, pubblicato il 28 aprile di quell’anno, si ipotizzava un ritorno alle condizioni della piccola era glaciale, con conseguenti gravissime carestie che avrebbero afflitto URSS e Canada. La celebre rivista americana ammetterà solo nel 2006 di essersi completamente sbagliata.
 
Ma nel 1979 finalmente si fece un po’ di chiarezza quando si tenne un’importante conferenza alla World Meteorological Society. Il clima subiva l’influenza umana e gli effetti si sarebbero visti soprattutto nella prima parte del XXI° secolo. E sempre lo stesso anno il rapporto della United States National Research Council  annunciò un riscaldamento globale dai 2 ai 3,5 gradi a causa della CO2.
Con gli anni ottanta si giunse infine a un quasi totale monopolio culturale di chi sosteneva la tesi della responsabilità umana. Ormai le temperature cominciavano davvero a mostrare cambiamenti importanti.
 
Nel 1981 l’astrofisico James Hansen nel suo Climate impact of increasing atmospheric carbon dioxide annunciò che, a breve, parti dei continente americano e di quello asiatico si sarebbero desertificati, e che l’erosione di una parte dell’antartico avrebbe innalzato i livelli del mare con conseguente apertura del passaggio a nord ovest, una rotta navale di collegamento nell’emisfero boreale.
Nel 1988 poi lo scienziato raccomandò prima al congresso e successivamente a un’importantissima conferenza internazionale a Toronto che le emissioni di anidride carbonica fossero ridotte del 20% entro il 2005. Altrimenti le conseguenze sarebbero state catastrofiche.
 
Si era venuta quindi a creare una consapevolezza che l’uomo stava annientando il pianeta. E non solo con la CO2. Nel frattempo infatti le tesi di James Ebrahim Lovelock sulla grandissima pericolosità dei clorofluorocarburi era stata confermata. Veerhabadran Ranamathan, dell’università californiana di San Diego, spiegò infatti nel 1985 che questi composti chimici se liberati nell’atmosfera avrebbero creato il buco nell’ozono, aumentando ulteriormente il processo di riscaldamento globale. Sempre negli anni ottanta venne confermata l’intuizione di John Tyndal che nel lontano 1859 aveva supposto un forte assorbimento delle radiazioni infrarosse da parte del metano, specie se associato al gas prodotto dal carbone.
 
Dal 1988 il consenso su una causa antropica del global warming si è consolidata quasi definitivamente.
Il World Meterological Organization dopo la creazione dell’Intergovernmental Panel for Climate Change ha già redatto 5 rapporti nel 1990,1995,2001, 2007 e 2013-2014 mentre un sesto è previsto per il 2022. E nel 2007 anche la American Association of Petroleum Geologist ha riconosciuto che l’intervento umano è fondamentale nel processo di riscaldamento globale.
 
Nonostante le evidenze però il dibattito sembra destinato a riaprirsi. Anche se ben il 97% delle ricerche scientifiche ad oggi conferma la tesi del global warming un numero sempre crescente di esperti comincia a manifestare dubbi sulla relazione tra uomo e riscaldamento globale. Alcuni sostengono per esempio che la terra ha una capacità di stabilizzare autonomamente la propria temperatura. Altri fanno notare che tra 1945 e 1975 vi è stata una reale fase di raffreddamento globale, e si chiedono come si sia stato possibile se il global warming era in atto. Altri ancora puntano il dito su previsioni catastrofiste che fortunatamente non si sono realizzate.
 
E c’è poi Richard Lindzen del prestigiosissimo Massachussets Institute of Technology, che sostiene il così detto effetto “Iris”. Il riscaldamento dei mari tropicali produrrebbe una cascata di eventi che porterebbe a una maggiore uscita di radiazione infrarossa dall’atmosfera terrestre, fenomeno che indirettamente contrasterebbe le alte concentrazioni di CO2. Tesi che talvolta però rischiano di uscire pericolosamente dall’ambito accademico.
Soprattutto nell’ultimo decennio infatti il dibattitto ha rischiato di trasferirsi dai laboratori di ricerca alle aule dei tribunali, con velenose accuse reciproche tra sostenitori e scettici del global warning di finanziamenti più o meno occulti.
 
Unico dato certo rimane quindi la speranza che sempre più paesi dimostrino di aderire convintamente e ottemperare scrupolosamente alle direttive del protocollo di Kyoto poiché, qualsiasi sia la reale causa del riscaldamento globale, questa estate 2019 ha dimostrato che l’emisfero nord del mondo è realmente in ebollizione.

Autore : Dott. ALESSANDRO ASPESI

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