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Il pianeta si è scaldato? Vediamo come e quando

Conoscere in modo adeguato e completo la dinamica del riscaldamento globale è essenziale per cercare di comprenderne poi le possibili cause.

Climatologia - 5 Aprile 2014, ore 08.26

Oramai non ci sono più dubbi sul fatto che il nostro pianeta abbia recentemente sperimentato una fase di riscaldamento globale. Semmai la discussione ora potrà riguardare le possibili cause che stanno all'origine del fenomeno, o le proiezioni sui possibili cambiamenti climatici previsti per il futuro.

Tuttavia la questione, se analizzata in maniera precisa e formale da un punto di vista metodologico, non è così semplice come ci si potrebbe aspettare. Dire che il pianeta si è riscaldato di circa 0,8°C negli ultimi centocinquant'anni, infatti, è sicuramente poco utile e poco coerente dal punto di vista scientifico, visto che questa affermazione manca dei requisiti minimi di contestualizzazione.

Per esempio. Quando è iniziata la fase di riscaldamento?
Quali sono state le zone più interessate?
Il fenomeno è ancora in corso?
E' un processo lineare o discontinuo?
E gli oceani?
Proviamo allora a disegnare un quadro generale che ci aiuti a comprendere meglio la morfologia del fenomeno, partendo naturalmente dai dati ufficiali in nostro possesso.

Ci concentreremo inoltre solo sulle ultime decine d'anni, allo scopo di cogliere una rappresentatività del dato sicuramente migliore rispetto alla casistica completa.
La dinamica più conosciuta e più utilizzata per rappresentare il fenomeno nella sua globalità, è quella delle temperature medie registrate dalle stazioni meteorologiche sparse in tutto il mondo, integrate e mediate con i dati riguardanti le SST (Sea Surface Temperature), temperature superficiali di mari e oceani, misurate da satellite.

Come schema introduttivo non è male. Il riscaldamento emerge chiaramente ad iniziare dal 1977 da un segnale abbastanza piatto caratterizzante la trentina d'anni precedente, e prosegue deciso fino al 2002 con un rialzo delle temperature medio di circa 0,6°C, prima della stabilità sostanziale registrata negli ultimi dodici anni.

Scindendo i dati e valutando il loro peso relativo, si può dire che l'aumento maggiore riguarda i dati derivanti dalle stazioni meteo terrestri (+0,8°C), mentre molto meno evidente è il contributo dato dalle SST che invece fanno registrare un aumento di circa 0,4°C.

Entrando ancora di più nel dettaglio, si può rilevare che il riscaldamento risulta essere nettamente maggiore nell'emisfero nord ed in particolare nella zona artica, dove la temperatura è aumentata di circa il doppio rispetto alle medie latitudini. Nelle zone equatoriali e in Antartide, invece, il riscaldamento appare abbastanza modesto.

Esiste poi una serie di rilevazioni termometriche satellitari che sondano le temperature della bassa troposfera, disponibili soltanto dal 1979, che sostanzialmente confermano questo tipo di trend.

Consideriamo ora gli oceani, e ricordiamo che il passaggio è essenziale, visto che essi, ricoprendo ben il 71% di tutta la superficie del pianeta, giocano un ruolo cruciale nello sviluppo delle dinamiche climatiche.

In questo caso il dato da considerare è il Global Ocean Heat Content (GOHC), ossia il contenuto di calore, che ci dice quanto si è scaldato l'oceano in profondità. Ora, i dati a disposizione, riescono a rappresentare differentemente lo strato compreso tra 0 e 700 metri di profondità (il più superficiale) e quello compreso tra 0 e 2000 metri (il più profondo).

Ebbene, entrambe le serie di dati evidenziano un riscaldamento, anche se caratterizzato da dinamiche leggermente differenti sia tra di loro, sia anche rispetto al riscaldamento di superficie.

Il contenuto di calore oceanico, infatti, inizia ad aumentare intorno alla fine degli anni sessanta e quindi con una decina d'anni di anticipo rispetto alle temperature superficiali, e dopo un assestamento rilevabile negli anni ottanta, prosegue fino ai giorni nostri, anche se molto più attenuato negli ultimi dieci anni sopprattutto per quanto riguarda i dati dello strato più superficiale.

Il calore misurato negli strati più profondi sembra invece essere ancora in continuo e significativo aumento.

In definitiva, ad una analisi più dettagliata, tutti i dati indagati, tranne quello riguardante gli strati oceanici inferiori, da non sottovalutare, sembrano concorrere ad elaborare un contesto di deciso riscaldamento globale della durata di venticinque anni, seguito dalla fase attuale di relativo plateau.

Nessun parametro, invece, è riuscito ancora ad intercettare una tendenza significativa alla diminuzione delle temperature o del calore.

Il passaggio successivo potrebbe essere quello di provare a sovrapporre la dinamica del global warming a quella relativa ai diversi parametri principali in qualche modo implicati in una possibile relazione di causa-effetto proprio con i cambiamenti climatici: concentrazione di CO2, cicli dell'attività solare, fasi parossistiche delle eruzioni vulcaniche, variazione degli indici climatici, principalmente El Nino Southern Oscillation (ENSO) e Pacific Decadal Oscillation (PDO), concentrazione di areosol atmosferici.

Anche se c'è da dire subito che questo tipo di approccio, se condotto sommariamente, come spesso accade, può indurre facilmente a conclusioni fuorvianti.
Ma di questo, eventualmente, riparleremo in un prossimo approfondimento.

 


Autore : Fabio Vomiero

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