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Nell'aprile del 95 l'invernata dei record

Il 15 Aprile 1995 gran parte d'Italia, e specialmente il Centro, furono messi a dura prova da un colpo di coda dell'inverno che ebbe dell'eccezionale, con la neve che andò a sfiorare la Capitale e con accumuli che sfiorarono il mezzo metro sui colli circostanti. I disagi provocati al traffico per il concomitante esodo pasquale e i danni causati all'agricoltura fanno ancora oggi notizia. Per molte zone si trattò dell'invernata più tardiva dell'intero Novecento.

Amarcord - 15 Aprile 2004, ore 11.40

Correva l'anno 1995. Così come oggi, il calendario segnava 15 aprile: tempo di primavera, di sole e di prime vacanze al mare. La Pasqua alle porte, d'altronde, invitava proprio a questo! Metteteci poi la prima ondata di tepore che nei primi dieci giorni del mese aveva fatto sognare un anticipo d'estate per i milioni di italiani che durante le festività pasquali avrebbero raggiunto le destinazioni per le proprie ferie d'aprile... Insomma, ad annunciare il peggio c'erano solo i meteorologi: loro sì, carte alla mano, avevano capito ciò che in potenza sarebbe potuto accadere dal Venerdi Santo (giorno 14) fino al Lunedì dell'Angelo (giorno 17) di quel bizzarro aprile '95. L'Anticiclone delle Azzorre proteso verso nord alla ricerca di affinità con il collega groenlandese (un "mostro" di 1055 hPa spalleggiato dal vortice polare), l'anticiclone russo arginato all'interno del proprio "ranch" siberiano, e un canale depressionario meridiano che lasciava l'Europa alla mercè del primo conquistatore di turno. C'erano tutti gli ingredienti per un prepotente ritorno a spron battuto dell'inverno! Fu così che la prima goccia fredda che andò ad isolarsi sul bacino centrale del Mediterraneo fu in grado di metter radici, organizzandosi in una vera e propria struttura depressionaria con corrispondenza al suolo, capace sia di richiamare altra aria fredda al séguito, sia di contrastare con l'aria più calda preesistente e di dare così origine a fenomeni di instabilità diffusi e in alcuni casi persistenti su buona parte del nostro Stivale. La grande energia in gioco favorì episodi nevosi fino a quote prossime alla pianura, nonostante le temperature al suolo si mantenessero superiori allo zero. In alcuni casi la neve assoluta cadde con valori termici compresi tra i 3 ed i 4°C! Per molte zone si trattò della nevicata più tardiva di tutto il Novecento, mentre gli accumuli interessarono quote superiori ai 250/300 metri. In particolare, nella provincia di Roma, i fiocchi bianchi guadagnarono la periferia della città, e sui Castelli Romani si ebbero accumuli consistenti già a partire dai 300 metri (10 cm). Ma bastava salire a quota 500 m per ritrovare gli accumuli raddoppiati. Sui mille metri d'altitudine dei Monti Prenestini ed Ernici l'accumulo superò il mezzo metro, con il manto bianco continuo capace di rimanere al suolo sui versanti esposti a sud per oltre quattro giorni, complici le gelate notturne che per due notti consecutive flagellarono le coltivazioni. La neve cadde dalla sera del Venerdi Santo (giorno 14) fino a tutto il sabato di Pasqua, con gli ultimi strascichi proprio nelle prime ore del giorno di Pasqua (giorno 16). A Pasquetta, sotto un tiepido sole che rifaceva capolino dopo la sfuriata invernale, non furono in pochi coloro che videro il tradizionale pic-nic sui colli attorno a Roma trasformarsi in una sorta di gita sulla neve. Il manto bianco resisteva infatti sopra i 500 metri un po' ovunque, mentre in Abruzzo si tornava a sciare. Ovviamente, quell'ultima "zampata" dell'inverno non passò inosservata: indicibili furono i problemi per il traffico, causati dalla neve che alle quote basse colse impreparati un po' tutti. Ma le conseguenze più gravi ci furono per l'agricoltura e per le linee elettriche: a miliardi di lire si contarono i danni causati dal freddo ma ancor più dal peso della neve (in molti casi fradicia e assai pesante), capace di stroncare grandi rami e tronchi d'albero. Un episodio invernale così tardivo non si è più verificato.

Autore : Emanuele Latini

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