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ESCLUSIVO: Colline Romane, la nevicata tardiva del 24 marzo 1998

Tutti i retroscena e le curiosità dell’evento nevoso che caratterizzò la fine del mese di marzo di cinque anni fa a pochi chilometri da Roma. La neve cadde abbondante sui Colli Albani ma soprattutto sui Monti Prenestini, dove superò il metro di accumulo. Il giorno 27 furono misurati -9°C a 1200 metri di altitudine!

Amarcord - 8 Marzo 2012, ore 11.44

 Gli Anni Novanta saranno sicuramente ricordati come il decennio delle nevicate fuori stagione.

Oltre il marzo 1998, chiamato in causa in questa circostanza, memorabili furono anche gli episodi che caratterizzarono l’aprile 1995 e l’aprile 1998, oltre a tanti altri che fecero minor eco.

All’inizio dell’ultima decade del marzo 1998, una massa di aria fredda ben organizzata riuscì a farsi strada verso il Mediterraneo scivolando sul bordo sud-orientale di un anticiclone centrato sul Mar Baltico.

La risposta del “Mare Nostrum” fu immediata: il 24 marzo una depressione si scavò nel Mar Ligure, traslando rapidamente verso sud-est ed approfondendosi sul Tirreno Centrale.

L’area di bassa pressione richiamò altra aria fredda aspirata dalla Valle del Rodano e dalla Porta della Bora.

In questo modo si innestò un regime depressionario a tutti gli effetti, con rispondenza sia al suolo che in quota, capace di portare intense precipitazioni su gran parte d’Italia.

Il Centro rimase colpito in maniera prepoderante.

Le temperature rigide, i geopotenziali piuttosto bassi e la concomitante energia fornita da un sole ormai primaverile, fecero sì che le nevicate interessassero quote decisamente basse.

In particolare, sul Lazio i fiocchi guadagnarono zone pianeggianti prossime ai 200 metri di altitudine, con locali accumuli di 25 cm a soli 500 metri di quota.

Roma non vide nevicare; ma a pochi chilometri dalla Capitale, sui Castelli Romani, l’accumulo nevoso superò in molti comuni i 20 cm.

Intanto a L’Aquila cadevano 30 cm di neve, per un evento che a tutt’oggi rimane tra i più significativi degli ultimi quindici anni.

La nevicata interessò essenzialmente l’intera fascia appenninica abruzzese, ma evidente fu l’interessamento dell’area sub-litoranea tirrenica, con i Monti Lepini, Prenestini, Ernici e Simbruini colpiti in maniera preponderante.

Evidente fu pure l’interessamento di tutti i versanti esposti a sud-ovest, a differenza di quelli orientali che videro un coinvolgimento solo parziale.

Sulle colline romane l’evento ebbe inizio già dalle prime ore del pomeriggio del 24 marzo.

All’inizio, complice la temperatura ancora elevata, la precipitazione nevosa cadeva solo dai 450 metri in su.

In situazioni come questa è però sufficiente che la depressione centrata al largo sul Tirreno si sposti di poche decine di chilometri, per veder trasformato un rovescio di pioggia in uno di neve.

Così, a ridosso della serata, con lo spostamento verso sud-est del centro depressionario, la temperatura scese rapidamente e la neve guadagnò quote prossime ai 250 metri, con i fiocchi che misti a pioggia caddero anche più in basso.

A 300 metri di altitudine nevicava fitto con +2°C.

I fiocchi erano visibilmente appesantiti ma scendevano giù come fazzoletti.

La nevicata proseguì intensa per tutta la sera, mostrando una definitiva attenuazione intorno alle 22.

La precipitazione continuò con intensità modesta, fino ad esaurirsi prima dell’alba.

Al primo mattino, l’accumulo definitivo sul versante nord dei Colli Albani fu di 5 cm a 300 metri e 20 cm a 450 metri, con punte di 30 cm a Rocca Priora, il più alto dei Castelli Romani.

Ma fu sui Monti Prenestini che si ebbero accumuli decisamente importanti.

A Palestrina caddero tra i 15 ed i 25 centimetri.

A Capranica Prenestina e Rocca di Cave, entrambi oltre i 900 metri di quota, l’accumulo superò localmente i 50 cm.

Ma il massimo spessore fu misurato nel paesino di Guadagnolo, a 1218 metri di altitudine.

Rimasto isolato per quasi 24 ore, il centro abitato più alto della provincia di Roma vide accumuli medi di ben 70 cm.

Ma, immediatamente dopo la nevicata, un gelido vento di tramontana spazzò le creste, liberandole dal manto bianco.

Si assistette a vere e proprie bufere con il cielo sereno.

La neve, estremamente farinosa e congelata, incredibilmente tagliente, scoprì la nuda terra nelle zone esposte e si depositò in altre non battute dal vento, dove raggiunse e superò addirittura il metro di spessore.

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Autore : Emanuele Latini

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