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Perché con il "Nord-Est" a Roma non nevica praticamente mai?

I motivi di un inverno spesso a due facce: Pescara con la neve e Roma con il sole...

A tutta neve - 1 Ottobre 2003, ore 15.27

Quante volte abbiamo visto, in pieno febbraio, una depressione scavarsi nel cuore del Medio Tirreno e poi muoversi in rapida traslazione verso Sud-Est? Correnti fredde, a volte molto fredde, entrano da nord-est, portando neve e gelo su gran parte dello Stivale. In simili condizioni, se la temperatura lo consente, la neve guadagna con estrema facilità anche il litorale adriatico, ortogonalmente disposto rispetto alla direzione di provenienza delle correnti al suolo. Vere e proprie tormente si abbattono sugli avamposti appennici di Marche, Abruzzo, Molise e Puglia, dove anche i modesti rilievi del Gargano e del Subappennino Dauno ricevono il giusto carico di neve. Lo stau, in queste situazioni, fa miracoli sui versanti esposti dei massicci montuosi più alti. Su Sibillini, Laga, Gran Sasso, Maiella, Mainarde-Mèta e Matese, in queste circostanze, possono cadere anche decine e decine di centimetri di neve, con accumuli che localmente possono superare anche i due metri di spessore. E il tutto in un sol colpo! Più riparato, il versante occidentale della catena appenninica riesce comunque a prendere la sua buona dose di nevicate, specialmente laddove la corrente fredda, particolarmente tesa ed efficace, riesce a penetrare nel tessuto di valli interne che caratterizza il nostro entroterra appenninico. Così, seppur con maggiore difficoltà, nevica anche a L’Aquila, ad Avezzano, a Norcia e a Sulmona. Ma pian piano che ci si avvicina verso il Tirreno, in particolare verso l’Agro Romano, le precipitazioni tendono ad indebolirsi, la copertura nuvolosa molla la presa, e nel giro di poche decine di chilometri si passa dalle bufere di Campo Felice al timido sole invernale della Valle dell’Aniene. Sul cielo di Roma non compare una nuvola, anche se il freddo si fa sentire, con il vento che soffia forte da nord dopo essersi incanalato nella Valle del Tevere. In queste situazioni, sulla Capitale, si hanno valori termici notturni molto bassi, con minime che non di rado raggiungono e superano (in negativo) i -5°C, mentre di giorno si può rimanere di pochi gradi sopra lo zero. Essenzialmente, i motivi di questa paradossale metamorfosi sono tre: con l’allontanarsi dal Mare Adriatico, l’impulso perturbato perde la propria spinta energetica, la componente di umidità necessaria alla precipitazione, e rimane sempre meno incisivo di fronte all’inerzia messa in gioco dalla “resistenza” di una struttura orografica complessa, massiccia e difficilmente penetrabile. In questo senso, una cartina geografica può giungere in nostro soccorso: attorno alla Capitale, disposte ad arco nel raggio di centro chilometri, si elevano tutte le maggiori vette della catena appenninica. Da nord-est verso sud-est, in successione, abbiamo: i Sibillini (Monte Vettore, 2476 m.), la Laga (M. Gorzano, 2455 m.), il Gran Sasso d’Italia (Corno Grande, 2912 m.), la Maiella (M. Amaro 2795 m.) e la Mèta (M. Petroso 2241 m.). E quandanche l’impulso si mostrasse così forte da superare questa imponente barriera, subito oltre Terminillo, Velino, Ernici e Simbruini (tutti con vette superiori ai 2000 metri) compongono una seconda “bastionata”, più interna, capace di bloccare in maniera pressoché infallibile qualsiasi incursione di matrice nord-orientale. Insomma, seppur con le dovute eccezioni, in un contesto del genere Roma viene a trovarsi in una posizione decisamente protetta, forse la più protetta dell’Italia intera. Basti a tal proposito ricordare che, sempre in circostanze simili, con la Capitale sotto il sole, non è improbabile che sull’Arcipelago Ponziano riesca ad organizzarsi un improvviso rovescio di neve in grado di portare qualche centimetro di accumulo al suolo. E’ il potere del mare che ricarica l’aria fredda, ma anche della lontananza dalla bastionata appenninica che espone l’arcipelago al giogo delle correnti nord-orientali.

Autore : Emanuele Latini

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