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BEDESCHI: "la neve era rimasta una nemica"

Nel libro "il Natale degli Alpini", edito da Mursia, Bedeschi racconta le esperienze degli alpini nella tragica campagna di Russia durante la seconda guerra mondiale e il suo rapporto non certamente idilliaco con la neve.

**Video** - 4 Febbraio 2016, ore 15.53

Bedeschi, alpino, medico e scrittore, nasce ad Arzignano, in provincia di Vicenza nel 1915. Ufficiale medico, andò volontario prima sul fronte greco-albanese, poi venne trasferito nel 42 sul fronte russo dove, con gli alpini della Julia, visse la tragedia della ritirata, che raccontò nel suo capolavoro: "centomila gavette di ghiaccio", pubblicato da Mursia nel 1963. Poi ecco "il Natale degli alpini", ed è sempre la voce potente, drammatica, intensa di Giulio Bedeschi, scomparso nel 90, che, attraverso gli scritti ritrovati nel suo archivio, racconta la tragedia della guerra, del fronte russo, della ritirata, della fatica di restare "uomini" , tra patimenti indicibili e dolori senza fine.

Sono pagine che parlano della generazione nel gelo dei 40 sotto di ieri e di oggi e testimoniano l valore della pace, della dignità dell'essere uomo, della solidarietà, del coraggio. Lasciando alla vostra lettura le tremende e toccanti descrizioni del Bedeschi di quei giorni nella steppa russa, che si possono sintetizzare nel canto alpino che dice "la migliore gioventù va sotto terra", nell'epoca in cui la passione per la neve e il freddo sono ormai un valore condiviso tra le nuove generazioni, vi proponiamo una pagina davvero singolare che chiarisce quale fosse diventato il rapporto tra la neve e Bedeschi dopo quella tragica esperienza...
"In quella vigilia di Natale, quand'era già buio, entrò mia sorella che, con l'eccitazione dei ragazzini, annunciò allegramente: "nevica!".

Era stata una partita troppo lunga e dolorosa, quella giocata due anni prima con la neve sulle steppe di Russia, e anche dopo il rientro in Italia la neve era rimasta una nemica; il mio istinto mi faceva rifuggire perfino dal pensiero di quel bianco e del suo silenzio, di quell'apparente candore che celava tante insidie, io e miei alpini le avevamo conosciute, e mi ero giurato, nonostante l'antico amore per la montagna e per lo sci, che non l'avrei mai più calpestata di mia volontà. Anche all'annuncio sentii subito il disgusto, la immaginai scendere sui campi con quel suo sfarfallare che dava allegria, a chi non sapeva (...) Richiusi il battente alle mie spalle: rimasi fuori nel buio. (...)

Nell'immobilità cominciai a percepire un lievissimo cigolio, una sorta di minuto sfrigolio, costante e sommesso. Non la neve che da qualche minuto mi scendeva sui capelli e sul viso ma quel suo ticchettare leggero sulla pelle di pecora che mi copriva il petto e le spalle mi riportò a quando uscivo di notte nello stambugio dell'osservatorio a strapiombo sul Don a guardare con il binocolo le luci dei russi sull'altra riva del fiume.

(...) Neve, neve, sempre. Quanta retorica, quante immagini avevo sentito e letto su quella parola. La coltre, il lenzuolo, la coperta, il tappeto, il manto, il suo regno il suo dominio, il suo fulgore. Invece stava lì, caduta nell'orto, come noi creata, anch'essa si sarebbe in breve dissolta, per un niente, un po' di sole. Ciò che ci avrebbe dato calore sarebbe stato bastevole a distruggere lei, creatura di Dio, più labile di noi. Ormai non sentivo alcuna avversione, l'ultimo sgomento s'era dissolto dai miei ricordi". Sembra quasi che Bedeschi voglia processare la neve in questa pagina; si nota però proseguendo come gradualmente il giudizio, inizialmente molto duro, si ammorbidisca; c'è in fondo pietà e tenerezza per la neve, definita più labile di noi, e gradualmente scema anche quell'avversione, quel disgusto che aveva provato dopo aver visto cadere tanti compagni, tanti giovani, tanti, troppi uomini, anche per causa sua, là in Russia... 


Autore : Report di Alessio Grosso

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