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Nevicate storiche e relativi dati/testimonianze
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Autore Messaggio
Estremo Nordest



Registrato: 14/02/15 21:05
Messaggi: 1807
Residenza: Gorizia

MessaggioInviato: Fri Aug 23, 2019 1:35 pm    Oggetto: Rispondi citando

forever2012 ha scritto:
ducaneve ha scritto:
L'EMOZIONANTE racconto del '12, scritto dagli studenti della scuola del giornalismo.

URBINO – Il risveglio della città. Il caffè della mattina, la lettura del giornale, le chiacchiere vicino la fontana in piazza, “Che freddo”, dicono in molti, guardando il cielo. Compaiono i primi ombrelli sotto le braccia delle persone, l’aria è gelida e tutto sembra già odorare di bianco. Alla scuola di giornalismo, lo studio radiofonico e la sala di montaggio televisivo sono un via vai di persone. Il giornale radio delle 12:30 è appena andato in onda, mentre si finiscono di montare gli ultimi servizi del magazine tv. Ma fuori dalla finestra fiocchi di neve a forma di stella iniziano a scendere veloci, forte e in diagonale. Gli sguardi diventano sempre più preoccupati, quasi increduli.
E’ l’inizio di una lunga bufera. L’arrivo della neve e il crollo delle temperature dominano le pagine dei quotidiani del primo febbraio. L’allarme c’è. L’abitudine degli urbinati al freddo anche. Ma nessuno immaginava che quello fosse l’inizio di un evento eccezionale, “mai visto”.

Le persone si affrettano, corrono dai figli a scuola, si riparano. Pensano a un posto sicuro dove mettere le proprie auto, lontane dagli alberi e dalle strade troppo ripide; comprano sacchi di sale e riprendono i badili, lasciati in soffitta o nelle cantine dopo la breve nevicata natalizia.

Per giorni e giorni non smette mai di nevicare. La città è irriconoscibile. Nel centro storico le strade sono transennate, i vicoli sommersi da enormi cumuli. Ci si aggira tra sagome bianche immobili e silenziose.

Scuole e università chiudono, così come l’Istituto per la formazione al giornalismo. Ma un reporter, anche se ancora praticante, non può stare a guardare. Per le strade di Urbino, nei giorni più difficili, sotto la bufera e con la neve negli occhi, i ragazzi della Scuola continuano a scrivere. Con una macchina fotografica, un taccuino e una penna, a qualsiasi ora della giornata, dimenticando pranzi e cene, dormendo poco, pochissimo.

I tetti sono ricoperti da blocchi di neve che sembrano poter cadere da un momento all’altro; la gente indica in su, allarmata, e chiede ai vigili di fare presto, perché è troppa, perché fa paura.

Come il ghiaccio che ha invaso di vetro ogni balcone e ogni spazio libero in cui infilarsi, creando stalattiti, belle proprio come quelle delle vicine grotte di Frasassi. Ma molto pericolose. Gli urbinati le chiamano ‘bromboli’, appuntiti e taglienti come denti aguzzi.

Alcune persone si sono rinchiuse in casa per paura di sentirle cadere addosso, e anche il sindaco Corbucci lo consiglia. Altri, più coraggiosi, si sono arrampicati sui tetti cercando di distruggerle con mezzi di fortuna. E’ così che lo stupore dei primi giorni, la bellezza e l’incanto, i giochi a palle di neve, sono diventati timore e sconcerto.

Due studenti della Scuola affiancano la Protezione civile, partita per salvare sessanta cavalli intrappolati sul monte Pietralata. Il buio, il freddo, lo spazzaneve che fatica ad andare avanti e non riesce a liberare la strada. La voglia di vedere e far vedere annienta la stanchezza, quella provata tante volte, dopo ore di cammino cercando di aprirsi una strada nella neve alta fino alla vita.

Altri cercano di scrivere un pezzo il prima possibile, sulle infiltrazioni all’ospedale, sui sacchi di spazzatura nelle strade o sui ragazzi dell’università che aiutano a spalare. Ascoltano le persone, ascoltano storie e sofferenze, le raccontano non era mai successo – ripete la gente in continuazione – una nevicata così non c’era mai stata”. Giorni che passano lenti, con fatica. Dal 6 nevica di meno, una tregua che dura poco più di due giorni. Perché le previsioni parlano chiaro: non è finita.

E infatti la sera del nove febbraio arriva anche il blizzard, il vento gelido che soffia da nord e si abbatte su una città ormai stanca, che scompare sotto tre metri di neve. Per le strade si rincorrono sirene di autoambulanze e vigili del fuoco: Urbino è invasa da forze speciali, dall’esercito, da squadre della protezione civile.

La situazione è troppo difficile, non possono bastare i soli mezzi della città. I militari – arrivati in città il 4 febbraio per intervenire sui cumuli della prima nevicata – rimuovono le montagne di neve dalle zone più critiche, aiutano i cittadini rimasti intrappolati, suonando ai campanelli, uno per uno. Liberano una donna di 102 anni, rimasta isolata in casa per un’intera settimana, con l’ingresso della porta sbarrato. Sola, senza nessuno che potesse portarle da mangiare, con la linea telefonica interrotta. Le sue giornate ad aspettare un aiuto, anche una semplice parola.

Tiziana vive fuori le mura della città. La sua telefonata all’unità di crisi arriva quando in casa non ha più corrente né acqua e la situazione diventa insopportabile. Come lei, una città intera si ritrova impotente, ad affrontare la mancanza di beni fondamentali e a rimpiangere una normale quotidianità. “La notte dormo con tre coperte, tremiamo dal freddo e non possiamo più continuare senza riscaldamento – racconta Tiziana – qualche volta prima di tornare a casa sono andata in un bar a riscaldarmi”.

Cerca una candela Tiziana, per fare un po’ di luce tra le pareti buie di casa. Ma le botteghe e i supermercati sono vuoti, come durante un assedio. La neve a Urbino è anche saccheggio, tra la paura di rimanere senza cibo e la necessità di fare scorte. Due, tre, quattro buste strette nelle mani, alcuni con cassette d’acqua sulle spalle. Un bottino conquistato dopo una lunga fila alle casse.

Nella tempesta ci si arrangia, magari bevendo solo neve, o abbracciandosi al freddo in attesa dei soccorsi, o ancora facendosi otto chilometri. Ma la vita va avanti, e sotto la neve si nasce: Emanuele e Nica diventano un simbolo di rinascita.

I tetti di molte case e degli edifici cedono, si sbriciolano uno dopo l’altro, implacabili. “Qua è tutta un’emergenza”, rispondono sconsolati i vigili del fuoco alle domande dei giornalisti del Ducato, mentre, stanchi, risalgono sulle loro camionette per tornare in caserma dopo una giornata di freddo e continue fatiche. Gli interventi si contano a decine. Ti crolla il tetto di casa, crolla tutto il tuo mondo.

“E’ casa mia”, dice Riccardo con gli occhi piangenti a una ragazza del Ducato arrivata in via Budassi mentre i vigili puntellano le travi che hanno ceduto qualche ora prima sotto il peso della neve. Il suo viso incredulo esprime il senso di smarrimento, la sofferenza di dover andar via da casa, all’improvviso.
“Pericolo, pericolo” ripete il proprietario del Ristorante Cinese ‘Nuovo Sole’ al tentativo di una giornalista dell’Ifg di fotografare oltre i sigilli i resti del tetto crollato. Sui tavoli ricoperti di calcinacci e vetri infranti l’immagine di un altro disastro, il preludio di altre sofferenze.

I CROLLI La chiesa dei Cappuccini / Cinema Ducale / Ex lanificio Carotti / Bocciodromo / Centro operativo misto

Ritorno alla normalità. Le strade rimangono piene di neve per giorni, ma il sole che appare la mattina del 12 febbraio viene accolto come un esercito di liberazione dopo un lungo assedio nemico: le condizioni del tempo sembrano poter migliorare una volta per tutte.

Donne e uomini con divise di diverso colore diventano i padroni indiscussi della città. L’esercito manda rinforzi da diverse regioni del Nord. E il dialetto locale si mischia ad altri che distano centinaia di chilometri tra loro; uomini e donne che sono ovunque, appesi sui tetti o alla guida dei grossi cingolati che portano via la neve.

Un paio di giorni e tutto cambia. I cumuli nei vicoli, nei chiostri e nelle piazze iniziano a scomparire. Le strade vengono completamente pulite.

La Urbino di qualche giorno prima sembra quasi un sogno o forse un incubo, diventa difficile spiegare cosa è stato a chi non c’era, a chi non ha visto. Appaiono di nuovo le forme di una città che era scomparsa. Niente più unità di crisi, sparisce il simbolo dell’emergenza e comincia il lento e costoso avvio della rinascita.

Rimarranno i ricordi, rimarranno le difficoltà e i disagi. Rimarrà la paura di quei giorni. Un evento straordinario da conservare per sempre nella pagine di storia. Un racconto da tramandare di generazione in generazione, magari sfogliando il Ducato, il giornale dell’ Ifg, o navigando tra le pagine del sito, rimasto attivo quasi 24 ore su 24 per tutti i giorni dell’emergenza, diventando il punto di riferimento per la popolazione.


Per la Romagna e per le Marche in molte località sono caduti i record di accumulo nevoso che resistevano dal 1929, se pensiamo che a Cesena in pianura si sono sfiorati i 2 metri di accumulo in quelle 2 settimane...
Buongiorno!!!Azz...qua 0 cm!!!


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forever2012



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MessaggioInviato: Fri Aug 23, 2019 1:45 pm    Oggetto: Rispondi citando

Estremo Nordest ha scritto:
forever2012 ha scritto:
ducaneve ha scritto:
L'EMOZIONANTE racconto del '12, scritto dagli studenti della scuola del giornalismo.

URBINO – Il risveglio della città. Il caffè della mattina, la lettura del giornale, le chiacchiere vicino la fontana in piazza, “Che freddo”, dicono in molti, guardando il cielo. Compaiono i primi ombrelli sotto le braccia delle persone, l’aria è gelida e tutto sembra già odorare di bianco. Alla scuola di giornalismo, lo studio radiofonico e la sala di montaggio televisivo sono un via vai di persone. Il giornale radio delle 12:30 è appena andato in onda, mentre si finiscono di montare gli ultimi servizi del magazine tv. Ma fuori dalla finestra fiocchi di neve a forma di stella iniziano a scendere veloci, forte e in diagonale. Gli sguardi diventano sempre più preoccupati, quasi increduli.
E’ l’inizio di una lunga bufera. L’arrivo della neve e il crollo delle temperature dominano le pagine dei quotidiani del primo febbraio. L’allarme c’è. L’abitudine degli urbinati al freddo anche. Ma nessuno immaginava che quello fosse l’inizio di un evento eccezionale, “mai visto”.

Le persone si affrettano, corrono dai figli a scuola, si riparano. Pensano a un posto sicuro dove mettere le proprie auto, lontane dagli alberi e dalle strade troppo ripide; comprano sacchi di sale e riprendono i badili, lasciati in soffitta o nelle cantine dopo la breve nevicata natalizia.

Per giorni e giorni non smette mai di nevicare. La città è irriconoscibile. Nel centro storico le strade sono transennate, i vicoli sommersi da enormi cumuli. Ci si aggira tra sagome bianche immobili e silenziose.

Scuole e università chiudono, così come l’Istituto per la formazione al giornalismo. Ma un reporter, anche se ancora praticante, non può stare a guardare. Per le strade di Urbino, nei giorni più difficili, sotto la bufera e con la neve negli occhi, i ragazzi della Scuola continuano a scrivere. Con una macchina fotografica, un taccuino e una penna, a qualsiasi ora della giornata, dimenticando pranzi e cene, dormendo poco, pochissimo.

I tetti sono ricoperti da blocchi di neve che sembrano poter cadere da un momento all’altro; la gente indica in su, allarmata, e chiede ai vigili di fare presto, perché è troppa, perché fa paura.

Come il ghiaccio che ha invaso di vetro ogni balcone e ogni spazio libero in cui infilarsi, creando stalattiti, belle proprio come quelle delle vicine grotte di Frasassi. Ma molto pericolose. Gli urbinati le chiamano ‘bromboli’, appuntiti e taglienti come denti aguzzi.

Alcune persone si sono rinchiuse in casa per paura di sentirle cadere addosso, e anche il sindaco Corbucci lo consiglia. Altri, più coraggiosi, si sono arrampicati sui tetti cercando di distruggerle con mezzi di fortuna. E’ così che lo stupore dei primi giorni, la bellezza e l’incanto, i giochi a palle di neve, sono diventati timore e sconcerto.

Due studenti della Scuola affiancano la Protezione civile, partita per salvare sessanta cavalli intrappolati sul monte Pietralata. Il buio, il freddo, lo spazzaneve che fatica ad andare avanti e non riesce a liberare la strada. La voglia di vedere e far vedere annienta la stanchezza, quella provata tante volte, dopo ore di cammino cercando di aprirsi una strada nella neve alta fino alla vita.

Altri cercano di scrivere un pezzo il prima possibile, sulle infiltrazioni all’ospedale, sui sacchi di spazzatura nelle strade o sui ragazzi dell’università che aiutano a spalare. Ascoltano le persone, ascoltano storie e sofferenze, le raccontano non era mai successo – ripete la gente in continuazione – una nevicata così non c’era mai stata”. Giorni che passano lenti, con fatica. Dal 6 nevica di meno, una tregua che dura poco più di due giorni. Perché le previsioni parlano chiaro: non è finita.

E infatti la sera del nove febbraio arriva anche il blizzard, il vento gelido che soffia da nord e si abbatte su una città ormai stanca, che scompare sotto tre metri di neve. Per le strade si rincorrono sirene di autoambulanze e vigili del fuoco: Urbino è invasa da forze speciali, dall’esercito, da squadre della protezione civile.

La situazione è troppo difficile, non possono bastare i soli mezzi della città. I militari – arrivati in città il 4 febbraio per intervenire sui cumuli della prima nevicata – rimuovono le montagne di neve dalle zone più critiche, aiutano i cittadini rimasti intrappolati, suonando ai campanelli, uno per uno. Liberano una donna di 102 anni, rimasta isolata in casa per un’intera settimana, con l’ingresso della porta sbarrato. Sola, senza nessuno che potesse portarle da mangiare, con la linea telefonica interrotta. Le sue giornate ad aspettare un aiuto, anche una semplice parola.

Tiziana vive fuori le mura della città. La sua telefonata all’unità di crisi arriva quando in casa non ha più corrente né acqua e la situazione diventa insopportabile. Come lei, una città intera si ritrova impotente, ad affrontare la mancanza di beni fondamentali e a rimpiangere una normale quotidianità. “La notte dormo con tre coperte, tremiamo dal freddo e non possiamo più continuare senza riscaldamento – racconta Tiziana – qualche volta prima di tornare a casa sono andata in un bar a riscaldarmi”.

Cerca una candela Tiziana, per fare un po’ di luce tra le pareti buie di casa. Ma le botteghe e i supermercati sono vuoti, come durante un assedio. La neve a Urbino è anche saccheggio, tra la paura di rimanere senza cibo e la necessità di fare scorte. Due, tre, quattro buste strette nelle mani, alcuni con cassette d’acqua sulle spalle. Un bottino conquistato dopo una lunga fila alle casse.

Nella tempesta ci si arrangia, magari bevendo solo neve, o abbracciandosi al freddo in attesa dei soccorsi, o ancora facendosi otto chilometri. Ma la vita va avanti, e sotto la neve si nasce: Emanuele e Nica diventano un simbolo di rinascita.

I tetti di molte case e degli edifici cedono, si sbriciolano uno dopo l’altro, implacabili. “Qua è tutta un’emergenza”, rispondono sconsolati i vigili del fuoco alle domande dei giornalisti del Ducato, mentre, stanchi, risalgono sulle loro camionette per tornare in caserma dopo una giornata di freddo e continue fatiche. Gli interventi si contano a decine. Ti crolla il tetto di casa, crolla tutto il tuo mondo.

“E’ casa mia”, dice Riccardo con gli occhi piangenti a una ragazza del Ducato arrivata in via Budassi mentre i vigili puntellano le travi che hanno ceduto qualche ora prima sotto il peso della neve. Il suo viso incredulo esprime il senso di smarrimento, la sofferenza di dover andar via da casa, all’improvviso.
“Pericolo, pericolo” ripete il proprietario del Ristorante Cinese ‘Nuovo Sole’ al tentativo di una giornalista dell’Ifg di fotografare oltre i sigilli i resti del tetto crollato. Sui tavoli ricoperti di calcinacci e vetri infranti l’immagine di un altro disastro, il preludio di altre sofferenze.

I CROLLI La chiesa dei Cappuccini / Cinema Ducale / Ex lanificio Carotti / Bocciodromo / Centro operativo misto

Ritorno alla normalità. Le strade rimangono piene di neve per giorni, ma il sole che appare la mattina del 12 febbraio viene accolto come un esercito di liberazione dopo un lungo assedio nemico: le condizioni del tempo sembrano poter migliorare una volta per tutte.

Donne e uomini con divise di diverso colore diventano i padroni indiscussi della città. L’esercito manda rinforzi da diverse regioni del Nord. E il dialetto locale si mischia ad altri che distano centinaia di chilometri tra loro; uomini e donne che sono ovunque, appesi sui tetti o alla guida dei grossi cingolati che portano via la neve.

Un paio di giorni e tutto cambia. I cumuli nei vicoli, nei chiostri e nelle piazze iniziano a scomparire. Le strade vengono completamente pulite.

La Urbino di qualche giorno prima sembra quasi un sogno o forse un incubo, diventa difficile spiegare cosa è stato a chi non c’era, a chi non ha visto. Appaiono di nuovo le forme di una città che era scomparsa. Niente più unità di crisi, sparisce il simbolo dell’emergenza e comincia il lento e costoso avvio della rinascita.

Rimarranno i ricordi, rimarranno le difficoltà e i disagi. Rimarrà la paura di quei giorni. Un evento straordinario da conservare per sempre nella pagine di storia. Un racconto da tramandare di generazione in generazione, magari sfogliando il Ducato, il giornale dell’ Ifg, o navigando tra le pagine del sito, rimasto attivo quasi 24 ore su 24 per tutti i giorni dell’emergenza, diventando il punto di riferimento per la popolazione.


Per la Romagna e per le Marche in molte località sono caduti i record di accumulo nevoso che resistevano dal 1929, se pensiamo che a Cesena in pianura si sono sfiorati i 2 metri di accumulo in quelle 2 settimane...
Buongiorno!!!Azz...qua 0 cm!!!


Infatti in quei giorni le turbine sgombraneve del triveneto, sono intervenute in Romagna e alte Marche per liberare i paesi dell'entroterra collinare e montano isolati e sepolti da metrate di neve.


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Febbraio2012



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MessaggioInviato: Fri Aug 23, 2019 5:55 pm    Oggetto: Rispondi citando

forever2012 ha scritto:
Telecuscino ha scritto:
Non so se mi spiego Very Happy
Che poi il bello é che questa é la fase clou ma il tutto giáinziò una settimana prima dove dalle carte sono evidenti le ipotetiche nevicate che hanno interessato l'Adriatico... Poi questa mazzata!




Chissà come era la situazione a Capracotta (e non solo) in quei giorni..

mi vengono le lacrime agli occhi vedendo queste carte voglio una cosa del genere quest'inverno Very Happy


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Refle 71



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Residenza: S. Angelo in Lizzola (PU)

MessaggioInviato: Fri Aug 23, 2019 6:45 pm    Oggetto: Rispondi citando

Telecuscino ha scritto:
Non so se mi spiego Very Happy
Che poi il bello é che questa é la fase clou ma il tutto giáinziò una settimana prima dove dalle carte sono evidenti le ipotetiche nevicate che hanno interessato l'Adriatico... Poi questa mazzata!


Queste carte lasciano senza parole!!!
Per le nostre zone, se il centro della depressione al suolo fosse stato più ad ovest, sul medio Tirreno, sarebbe stato ancora meglio!!!


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ducaneve
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MessaggioInviato: Fri Aug 23, 2019 8:25 pm    Oggetto: Rispondi citando

forever2012 ha scritto:
Estremo Nordest ha scritto:
forever2012 ha scritto:
ducaneve ha scritto:
L'EMOZIONANTE racconto del '12, scritto dagli studenti della scuola del giornalismo.

URBINO – Il risveglio della città. Il caffè della mattina, la lettura del giornale, le chiacchiere vicino la fontana in piazza, “Che freddo”, dicono in molti, guardando il cielo. Compaiono i primi ombrelli sotto le braccia delle persone, l’aria è gelida e tutto sembra già odorare di bianco. Alla scuola di giornalismo, lo studio radiofonico e la sala di montaggio televisivo sono un via vai di persone. Il giornale radio delle 12:30 è appena andato in onda, mentre si finiscono di montare gli ultimi servizi del magazine tv. Ma fuori dalla finestra fiocchi di neve a forma di stella iniziano a scendere veloci, forte e in diagonale. Gli sguardi diventano sempre più preoccupati, quasi increduli.
E’ l’inizio di una lunga bufera. L’arrivo della neve e il crollo delle temperature dominano le pagine dei quotidiani del primo febbraio. L’allarme c’è. L’abitudine degli urbinati al freddo anche. Ma nessuno immaginava che quello fosse l’inizio di un evento eccezionale, “mai visto”.

Le persone si affrettano, corrono dai figli a scuola, si riparano. Pensano a un posto sicuro dove mettere le proprie auto, lontane dagli alberi e dalle strade troppo ripide; comprano sacchi di sale e riprendono i badili, lasciati in soffitta o nelle cantine dopo la breve nevicata natalizia.

Per giorni e giorni non smette mai di nevicare. La città è irriconoscibile. Nel centro storico le strade sono transennate, i vicoli sommersi da enormi cumuli. Ci si aggira tra sagome bianche immobili e silenziose.

Scuole e università chiudono, così come l’Istituto per la formazione al giornalismo. Ma un reporter, anche se ancora praticante, non può stare a guardare. Per le strade di Urbino, nei giorni più difficili, sotto la bufera e con la neve negli occhi, i ragazzi della Scuola continuano a scrivere. Con una macchina fotografica, un taccuino e una penna, a qualsiasi ora della giornata, dimenticando pranzi e cene, dormendo poco, pochissimo.

I tetti sono ricoperti da blocchi di neve che sembrano poter cadere da un momento all’altro; la gente indica in su, allarmata, e chiede ai vigili di fare presto, perché è troppa, perché fa paura.

Come il ghiaccio che ha invaso di vetro ogni balcone e ogni spazio libero in cui infilarsi, creando stalattiti, belle proprio come quelle delle vicine grotte di Frasassi. Ma molto pericolose. Gli urbinati le chiamano ‘bromboli’, appuntiti e taglienti come denti aguzzi.

Alcune persone si sono rinchiuse in casa per paura di sentirle cadere addosso, e anche il sindaco Corbucci lo consiglia. Altri, più coraggiosi, si sono arrampicati sui tetti cercando di distruggerle con mezzi di fortuna. E’ così che lo stupore dei primi giorni, la bellezza e l’incanto, i giochi a palle di neve, sono diventati timore e sconcerto.

Due studenti della Scuola affiancano la Protezione civile, partita per salvare sessanta cavalli intrappolati sul monte Pietralata. Il buio, il freddo, lo spazzaneve che fatica ad andare avanti e non riesce a liberare la strada. La voglia di vedere e far vedere annienta la stanchezza, quella provata tante volte, dopo ore di cammino cercando di aprirsi una strada nella neve alta fino alla vita.

Altri cercano di scrivere un pezzo il prima possibile, sulle infiltrazioni all’ospedale, sui sacchi di spazzatura nelle strade o sui ragazzi dell’università che aiutano a spalare. Ascoltano le persone, ascoltano storie e sofferenze, le raccontano non era mai successo – ripete la gente in continuazione – una nevicata così non c’era mai stata”. Giorni che passano lenti, con fatica. Dal 6 nevica di meno, una tregua che dura poco più di due giorni. Perché le previsioni parlano chiaro: non è finita.

E infatti la sera del nove febbraio arriva anche il blizzard, il vento gelido che soffia da nord e si abbatte su una città ormai stanca, che scompare sotto tre metri di neve. Per le strade si rincorrono sirene di autoambulanze e vigili del fuoco: Urbino è invasa da forze speciali, dall’esercito, da squadre della protezione civile.

La situazione è troppo difficile, non possono bastare i soli mezzi della città. I militari – arrivati in città il 4 febbraio per intervenire sui cumuli della prima nevicata – rimuovono le montagne di neve dalle zone più critiche, aiutano i cittadini rimasti intrappolati, suonando ai campanelli, uno per uno. Liberano una donna di 102 anni, rimasta isolata in casa per un’intera settimana, con l’ingresso della porta sbarrato. Sola, senza nessuno che potesse portarle da mangiare, con la linea telefonica interrotta. Le sue giornate ad aspettare un aiuto, anche una semplice parola.

Tiziana vive fuori le mura della città. La sua telefonata all’unità di crisi arriva quando in casa non ha più corrente né acqua e la situazione diventa insopportabile. Come lei, una città intera si ritrova impotente, ad affrontare la mancanza di beni fondamentali e a rimpiangere una normale quotidianità. “La notte dormo con tre coperte, tremiamo dal freddo e non possiamo più continuare senza riscaldamento – racconta Tiziana – qualche volta prima di tornare a casa sono andata in un bar a riscaldarmi”.

Cerca una candela Tiziana, per fare un po’ di luce tra le pareti buie di casa. Ma le botteghe e i supermercati sono vuoti, come durante un assedio. La neve a Urbino è anche saccheggio, tra la paura di rimanere senza cibo e la necessità di fare scorte. Due, tre, quattro buste strette nelle mani, alcuni con cassette d’acqua sulle spalle. Un bottino conquistato dopo una lunga fila alle casse.

Nella tempesta ci si arrangia, magari bevendo solo neve, o abbracciandosi al freddo in attesa dei soccorsi, o ancora facendosi otto chilometri. Ma la vita va avanti, e sotto la neve si nasce: Emanuele e Nica diventano un simbolo di rinascita.

I tetti di molte case e degli edifici cedono, si sbriciolano uno dopo l’altro, implacabili. “Qua è tutta un’emergenza”, rispondono sconsolati i vigili del fuoco alle domande dei giornalisti del Ducato, mentre, stanchi, risalgono sulle loro camionette per tornare in caserma dopo una giornata di freddo e continue fatiche. Gli interventi si contano a decine. Ti crolla il tetto di casa, crolla tutto il tuo mondo.

“E’ casa mia”, dice Riccardo con gli occhi piangenti a una ragazza del Ducato arrivata in via Budassi mentre i vigili puntellano le travi che hanno ceduto qualche ora prima sotto il peso della neve. Il suo viso incredulo esprime il senso di smarrimento, la sofferenza di dover andar via da casa, all’improvviso.
“Pericolo, pericolo” ripete il proprietario del Ristorante Cinese ‘Nuovo Sole’ al tentativo di una giornalista dell’Ifg di fotografare oltre i sigilli i resti del tetto crollato. Sui tavoli ricoperti di calcinacci e vetri infranti l’immagine di un altro disastro, il preludio di altre sofferenze.

I CROLLI La chiesa dei Cappuccini / Cinema Ducale / Ex lanificio Carotti / Bocciodromo / Centro operativo misto

Ritorno alla normalità. Le strade rimangono piene di neve per giorni, ma il sole che appare la mattina del 12 febbraio viene accolto come un esercito di liberazione dopo un lungo assedio nemico: le condizioni del tempo sembrano poter migliorare una volta per tutte.

Donne e uomini con divise di diverso colore diventano i padroni indiscussi della città. L’esercito manda rinforzi da diverse regioni del Nord. E il dialetto locale si mischia ad altri che distano centinaia di chilometri tra loro; uomini e donne che sono ovunque, appesi sui tetti o alla guida dei grossi cingolati che portano via la neve.

Un paio di giorni e tutto cambia. I cumuli nei vicoli, nei chiostri e nelle piazze iniziano a scomparire. Le strade vengono completamente pulite.

La Urbino di qualche giorno prima sembra quasi un sogno o forse un incubo, diventa difficile spiegare cosa è stato a chi non c’era, a chi non ha visto. Appaiono di nuovo le forme di una città che era scomparsa. Niente più unità di crisi, sparisce il simbolo dell’emergenza e comincia il lento e costoso avvio della rinascita.

Rimarranno i ricordi, rimarranno le difficoltà e i disagi. Rimarrà la paura di quei giorni. Un evento straordinario da conservare per sempre nella pagine di storia. Un racconto da tramandare di generazione in generazione, magari sfogliando il Ducato, il giornale dell’ Ifg, o navigando tra le pagine del sito, rimasto attivo quasi 24 ore su 24 per tutti i giorni dell’emergenza, diventando il punto di riferimento per la popolazione.


Per la Romagna e per le Marche in molte località sono caduti i record di accumulo nevoso che resistevano dal 1929, se pensiamo che a Cesena in pianura si sono sfiorati i 2 metri di accumulo in quelle 2 settimane...
Buongiorno!!!Azz...qua 0 cm!!!


Infatti in quei giorni le turbine sgombraneve del triveneto, sono intervenute in Romagna e alte Marche per liberare i paesi dell'entroterra collinare e montano isolati e sepolti da metrate di neve.


Mi ricordo molto bene il dato di Cesena e forse anche quello Forlì, che sono zone di pianura, difficile capire il perché di questa cosa, se poi ci spostiamo verso la costa da Rimini a Pesaro hanno visto accumuli inferiori che da Fano ad Ancona, mistero.


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Refle 71



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ducaneve ha scritto:
forever2012 ha scritto:
Estremo Nordest ha scritto:
forever2012 ha scritto:
ducaneve ha scritto:
L'EMOZIONANTE racconto del '12, scritto dagli studenti della scuola del giornalismo.

URBINO – Il risveglio della città. Il caffè della mattina, la lettura del giornale, le chiacchiere vicino la fontana in piazza, “Che freddo”, dicono in molti, guardando il cielo. Compaiono i primi ombrelli sotto le braccia delle persone, l’aria è gelida e tutto sembra già odorare di bianco. Alla scuola di giornalismo, lo studio radiofonico e la sala di montaggio televisivo sono un via vai di persone. Il giornale radio delle 12:30 è appena andato in onda, mentre si finiscono di montare gli ultimi servizi del magazine tv. Ma fuori dalla finestra fiocchi di neve a forma di stella iniziano a scendere veloci, forte e in diagonale. Gli sguardi diventano sempre più preoccupati, quasi increduli.
E’ l’inizio di una lunga bufera. L’arrivo della neve e il crollo delle temperature dominano le pagine dei quotidiani del primo febbraio. L’allarme c’è. L’abitudine degli urbinati al freddo anche. Ma nessuno immaginava che quello fosse l’inizio di un evento eccezionale, “mai visto”.

Le persone si affrettano, corrono dai figli a scuola, si riparano. Pensano a un posto sicuro dove mettere le proprie auto, lontane dagli alberi e dalle strade troppo ripide; comprano sacchi di sale e riprendono i badili, lasciati in soffitta o nelle cantine dopo la breve nevicata natalizia.

Per giorni e giorni non smette mai di nevicare. La città è irriconoscibile. Nel centro storico le strade sono transennate, i vicoli sommersi da enormi cumuli. Ci si aggira tra sagome bianche immobili e silenziose.

Scuole e università chiudono, così come l’Istituto per la formazione al giornalismo. Ma un reporter, anche se ancora praticante, non può stare a guardare. Per le strade di Urbino, nei giorni più difficili, sotto la bufera e con la neve negli occhi, i ragazzi della Scuola continuano a scrivere. Con una macchina fotografica, un taccuino e una penna, a qualsiasi ora della giornata, dimenticando pranzi e cene, dormendo poco, pochissimo.

I tetti sono ricoperti da blocchi di neve che sembrano poter cadere da un momento all’altro; la gente indica in su, allarmata, e chiede ai vigili di fare presto, perché è troppa, perché fa paura.

Come il ghiaccio che ha invaso di vetro ogni balcone e ogni spazio libero in cui infilarsi, creando stalattiti, belle proprio come quelle delle vicine grotte di Frasassi. Ma molto pericolose. Gli urbinati le chiamano ‘bromboli’, appuntiti e taglienti come denti aguzzi.

Alcune persone si sono rinchiuse in casa per paura di sentirle cadere addosso, e anche il sindaco Corbucci lo consiglia. Altri, più coraggiosi, si sono arrampicati sui tetti cercando di distruggerle con mezzi di fortuna. E’ così che lo stupore dei primi giorni, la bellezza e l’incanto, i giochi a palle di neve, sono diventati timore e sconcerto.

Due studenti della Scuola affiancano la Protezione civile, partita per salvare sessanta cavalli intrappolati sul monte Pietralata. Il buio, il freddo, lo spazzaneve che fatica ad andare avanti e non riesce a liberare la strada. La voglia di vedere e far vedere annienta la stanchezza, quella provata tante volte, dopo ore di cammino cercando di aprirsi una strada nella neve alta fino alla vita.

Altri cercano di scrivere un pezzo il prima possibile, sulle infiltrazioni all’ospedale, sui sacchi di spazzatura nelle strade o sui ragazzi dell’università che aiutano a spalare. Ascoltano le persone, ascoltano storie e sofferenze, le raccontano non era mai successo – ripete la gente in continuazione – una nevicata così non c’era mai stata”. Giorni che passano lenti, con fatica. Dal 6 nevica di meno, una tregua che dura poco più di due giorni. Perché le previsioni parlano chiaro: non è finita.

E infatti la sera del nove febbraio arriva anche il blizzard, il vento gelido che soffia da nord e si abbatte su una città ormai stanca, che scompare sotto tre metri di neve. Per le strade si rincorrono sirene di autoambulanze e vigili del fuoco: Urbino è invasa da forze speciali, dall’esercito, da squadre della protezione civile.

La situazione è troppo difficile, non possono bastare i soli mezzi della città. I militari – arrivati in città il 4 febbraio per intervenire sui cumuli della prima nevicata – rimuovono le montagne di neve dalle zone più critiche, aiutano i cittadini rimasti intrappolati, suonando ai campanelli, uno per uno. Liberano una donna di 102 anni, rimasta isolata in casa per un’intera settimana, con l’ingresso della porta sbarrato. Sola, senza nessuno che potesse portarle da mangiare, con la linea telefonica interrotta. Le sue giornate ad aspettare un aiuto, anche una semplice parola.

Tiziana vive fuori le mura della città. La sua telefonata all’unità di crisi arriva quando in casa non ha più corrente né acqua e la situazione diventa insopportabile. Come lei, una città intera si ritrova impotente, ad affrontare la mancanza di beni fondamentali e a rimpiangere una normale quotidianità. “La notte dormo con tre coperte, tremiamo dal freddo e non possiamo più continuare senza riscaldamento – racconta Tiziana – qualche volta prima di tornare a casa sono andata in un bar a riscaldarmi”.

Cerca una candela Tiziana, per fare un po’ di luce tra le pareti buie di casa. Ma le botteghe e i supermercati sono vuoti, come durante un assedio. La neve a Urbino è anche saccheggio, tra la paura di rimanere senza cibo e la necessità di fare scorte. Due, tre, quattro buste strette nelle mani, alcuni con cassette d’acqua sulle spalle. Un bottino conquistato dopo una lunga fila alle casse.

Nella tempesta ci si arrangia, magari bevendo solo neve, o abbracciandosi al freddo in attesa dei soccorsi, o ancora facendosi otto chilometri. Ma la vita va avanti, e sotto la neve si nasce: Emanuele e Nica diventano un simbolo di rinascita.

I tetti di molte case e degli edifici cedono, si sbriciolano uno dopo l’altro, implacabili. “Qua è tutta un’emergenza”, rispondono sconsolati i vigili del fuoco alle domande dei giornalisti del Ducato, mentre, stanchi, risalgono sulle loro camionette per tornare in caserma dopo una giornata di freddo e continue fatiche. Gli interventi si contano a decine. Ti crolla il tetto di casa, crolla tutto il tuo mondo.

“E’ casa mia”, dice Riccardo con gli occhi piangenti a una ragazza del Ducato arrivata in via Budassi mentre i vigili puntellano le travi che hanno ceduto qualche ora prima sotto il peso della neve. Il suo viso incredulo esprime il senso di smarrimento, la sofferenza di dover andar via da casa, all’improvviso.
“Pericolo, pericolo” ripete il proprietario del Ristorante Cinese ‘Nuovo Sole’ al tentativo di una giornalista dell’Ifg di fotografare oltre i sigilli i resti del tetto crollato. Sui tavoli ricoperti di calcinacci e vetri infranti l’immagine di un altro disastro, il preludio di altre sofferenze.

I CROLLI La chiesa dei Cappuccini / Cinema Ducale / Ex lanificio Carotti / Bocciodromo / Centro operativo misto

Ritorno alla normalità. Le strade rimangono piene di neve per giorni, ma il sole che appare la mattina del 12 febbraio viene accolto come un esercito di liberazione dopo un lungo assedio nemico: le condizioni del tempo sembrano poter migliorare una volta per tutte.

Donne e uomini con divise di diverso colore diventano i padroni indiscussi della città. L’esercito manda rinforzi da diverse regioni del Nord. E il dialetto locale si mischia ad altri che distano centinaia di chilometri tra loro; uomini e donne che sono ovunque, appesi sui tetti o alla guida dei grossi cingolati che portano via la neve.

Un paio di giorni e tutto cambia. I cumuli nei vicoli, nei chiostri e nelle piazze iniziano a scomparire. Le strade vengono completamente pulite.

La Urbino di qualche giorno prima sembra quasi un sogno o forse un incubo, diventa difficile spiegare cosa è stato a chi non c’era, a chi non ha visto. Appaiono di nuovo le forme di una città che era scomparsa. Niente più unità di crisi, sparisce il simbolo dell’emergenza e comincia il lento e costoso avvio della rinascita.

Rimarranno i ricordi, rimarranno le difficoltà e i disagi. Rimarrà la paura di quei giorni. Un evento straordinario da conservare per sempre nella pagine di storia. Un racconto da tramandare di generazione in generazione, magari sfogliando il Ducato, il giornale dell’ Ifg, o navigando tra le pagine del sito, rimasto attivo quasi 24 ore su 24 per tutti i giorni dell’emergenza, diventando il punto di riferimento per la popolazione.


Per la Romagna e per le Marche in molte località sono caduti i record di accumulo nevoso che resistevano dal 1929, se pensiamo che a Cesena in pianura si sono sfiorati i 2 metri di accumulo in quelle 2 settimane...
Buongiorno!!!Azz...qua 0 cm!!!


Infatti in quei giorni le turbine sgombraneve del triveneto, sono intervenute in Romagna e alte Marche per liberare i paesi dell'entroterra collinare e montano isolati e sepolti da metrate di neve.


Mi ricordo molto bene il dato di Cesena e forse anche quello Forlì, che sono zone di pianura, difficile capire il perché di questa cosa, se poi ci spostiamo verso la costa da Rimini a Pesaro hanno visto accumuli inferiori che da Fano ad Ancona, mistero.

Secondo me, nel 2012 sulla nostra costa è nevicato molto meno che già a dieci km all' interno, a causa della bora che inibisce le nevicate e le fa spostare a ridosso dei rilievi.
Infatti ,a Ravenna, Rimini, Pesaro, Fano, la bora soffia molto forte.
Già da me, che sto a 300 metri di quota e a 15 km in linea d'aria dal mare, siamo rimasti sepolti, forse non come ad Urbino, ma poco meno


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Estremo Nordest



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MessaggioInviato: Fri Aug 23, 2019 8:49 pm    Oggetto: Rispondi citando

Refle 71 ha scritto:
ducaneve ha scritto:
forever2012 ha scritto:
Estremo Nordest ha scritto:
forever2012 ha scritto:
ducaneve ha scritto:
L'EMOZIONANTE racconto del '12, scritto dagli studenti della scuola del giornalismo.

URBINO – Il risveglio della città. Il caffè della mattina, la lettura del giornale, le chiacchiere vicino la fontana in piazza, “Che freddo”, dicono in molti, guardando il cielo. Compaiono i primi ombrelli sotto le braccia delle persone, l’aria è gelida e tutto sembra già odorare di bianco. Alla scuola di giornalismo, lo studio radiofonico e la sala di montaggio televisivo sono un via vai di persone. Il giornale radio delle 12:30 è appena andato in onda, mentre si finiscono di montare gli ultimi servizi del magazine tv. Ma fuori dalla finestra fiocchi di neve a forma di stella iniziano a scendere veloci, forte e in diagonale. Gli sguardi diventano sempre più preoccupati, quasi increduli.
E’ l’inizio di una lunga bufera. L’arrivo della neve e il crollo delle temperature dominano le pagine dei quotidiani del primo febbraio. L’allarme c’è. L’abitudine degli urbinati al freddo anche. Ma nessuno immaginava che quello fosse l’inizio di un evento eccezionale, “mai visto”.

Le persone si affrettano, corrono dai figli a scuola, si riparano. Pensano a un posto sicuro dove mettere le proprie auto, lontane dagli alberi e dalle strade troppo ripide; comprano sacchi di sale e riprendono i badili, lasciati in soffitta o nelle cantine dopo la breve nevicata natalizia.

Per giorni e giorni non smette mai di nevicare. La città è irriconoscibile. Nel centro storico le strade sono transennate, i vicoli sommersi da enormi cumuli. Ci si aggira tra sagome bianche immobili e silenziose.

Scuole e università chiudono, così come l’Istituto per la formazione al giornalismo. Ma un reporter, anche se ancora praticante, non può stare a guardare. Per le strade di Urbino, nei giorni più difficili, sotto la bufera e con la neve negli occhi, i ragazzi della Scuola continuano a scrivere. Con una macchina fotografica, un taccuino e una penna, a qualsiasi ora della giornata, dimenticando pranzi e cene, dormendo poco, pochissimo.

I tetti sono ricoperti da blocchi di neve che sembrano poter cadere da un momento all’altro; la gente indica in su, allarmata, e chiede ai vigili di fare presto, perché è troppa, perché fa paura.

Come il ghiaccio che ha invaso di vetro ogni balcone e ogni spazio libero in cui infilarsi, creando stalattiti, belle proprio come quelle delle vicine grotte di Frasassi. Ma molto pericolose. Gli urbinati le chiamano ‘bromboli’, appuntiti e taglienti come denti aguzzi.

Alcune persone si sono rinchiuse in casa per paura di sentirle cadere addosso, e anche il sindaco Corbucci lo consiglia. Altri, più coraggiosi, si sono arrampicati sui tetti cercando di distruggerle con mezzi di fortuna. E’ così che lo stupore dei primi giorni, la bellezza e l’incanto, i giochi a palle di neve, sono diventati timore e sconcerto.

Due studenti della Scuola affiancano la Protezione civile, partita per salvare sessanta cavalli intrappolati sul monte Pietralata. Il buio, il freddo, lo spazzaneve che fatica ad andare avanti e non riesce a liberare la strada. La voglia di vedere e far vedere annienta la stanchezza, quella provata tante volte, dopo ore di cammino cercando di aprirsi una strada nella neve alta fino alla vita.

Altri cercano di scrivere un pezzo il prima possibile, sulle infiltrazioni all’ospedale, sui sacchi di spazzatura nelle strade o sui ragazzi dell’università che aiutano a spalare. Ascoltano le persone, ascoltano storie e sofferenze, le raccontano non era mai successo – ripete la gente in continuazione – una nevicata così non c’era mai stata”. Giorni che passano lenti, con fatica. Dal 6 nevica di meno, una tregua che dura poco più di due giorni. Perché le previsioni parlano chiaro: non è finita.

E infatti la sera del nove febbraio arriva anche il blizzard, il vento gelido che soffia da nord e si abbatte su una città ormai stanca, che scompare sotto tre metri di neve. Per le strade si rincorrono sirene di autoambulanze e vigili del fuoco: Urbino è invasa da forze speciali, dall’esercito, da squadre della protezione civile.

La situazione è troppo difficile, non possono bastare i soli mezzi della città. I militari – arrivati in città il 4 febbraio per intervenire sui cumuli della prima nevicata – rimuovono le montagne di neve dalle zone più critiche, aiutano i cittadini rimasti intrappolati, suonando ai campanelli, uno per uno. Liberano una donna di 102 anni, rimasta isolata in casa per un’intera settimana, con l’ingresso della porta sbarrato. Sola, senza nessuno che potesse portarle da mangiare, con la linea telefonica interrotta. Le sue giornate ad aspettare un aiuto, anche una semplice parola.

Tiziana vive fuori le mura della città. La sua telefonata all’unità di crisi arriva quando in casa non ha più corrente né acqua e la situazione diventa insopportabile. Come lei, una città intera si ritrova impotente, ad affrontare la mancanza di beni fondamentali e a rimpiangere una normale quotidianità. “La notte dormo con tre coperte, tremiamo dal freddo e non possiamo più continuare senza riscaldamento – racconta Tiziana – qualche volta prima di tornare a casa sono andata in un bar a riscaldarmi”.

Cerca una candela Tiziana, per fare un po’ di luce tra le pareti buie di casa. Ma le botteghe e i supermercati sono vuoti, come durante un assedio. La neve a Urbino è anche saccheggio, tra la paura di rimanere senza cibo e la necessità di fare scorte. Due, tre, quattro buste strette nelle mani, alcuni con cassette d’acqua sulle spalle. Un bottino conquistato dopo una lunga fila alle casse.

Nella tempesta ci si arrangia, magari bevendo solo neve, o abbracciandosi al freddo in attesa dei soccorsi, o ancora facendosi otto chilometri. Ma la vita va avanti, e sotto la neve si nasce: Emanuele e Nica diventano un simbolo di rinascita.

I tetti di molte case e degli edifici cedono, si sbriciolano uno dopo l’altro, implacabili. “Qua è tutta un’emergenza”, rispondono sconsolati i vigili del fuoco alle domande dei giornalisti del Ducato, mentre, stanchi, risalgono sulle loro camionette per tornare in caserma dopo una giornata di freddo e continue fatiche. Gli interventi si contano a decine. Ti crolla il tetto di casa, crolla tutto il tuo mondo.

“E’ casa mia”, dice Riccardo con gli occhi piangenti a una ragazza del Ducato arrivata in via Budassi mentre i vigili puntellano le travi che hanno ceduto qualche ora prima sotto il peso della neve. Il suo viso incredulo esprime il senso di smarrimento, la sofferenza di dover andar via da casa, all’improvviso.
“Pericolo, pericolo” ripete il proprietario del Ristorante Cinese ‘Nuovo Sole’ al tentativo di una giornalista dell’Ifg di fotografare oltre i sigilli i resti del tetto crollato. Sui tavoli ricoperti di calcinacci e vetri infranti l’immagine di un altro disastro, il preludio di altre sofferenze.

I CROLLI La chiesa dei Cappuccini / Cinema Ducale / Ex lanificio Carotti / Bocciodromo / Centro operativo misto

Ritorno alla normalità. Le strade rimangono piene di neve per giorni, ma il sole che appare la mattina del 12 febbraio viene accolto come un esercito di liberazione dopo un lungo assedio nemico: le condizioni del tempo sembrano poter migliorare una volta per tutte.

Donne e uomini con divise di diverso colore diventano i padroni indiscussi della città. L’esercito manda rinforzi da diverse regioni del Nord. E il dialetto locale si mischia ad altri che distano centinaia di chilometri tra loro; uomini e donne che sono ovunque, appesi sui tetti o alla guida dei grossi cingolati che portano via la neve.

Un paio di giorni e tutto cambia. I cumuli nei vicoli, nei chiostri e nelle piazze iniziano a scomparire. Le strade vengono completamente pulite.

La Urbino di qualche giorno prima sembra quasi un sogno o forse un incubo, diventa difficile spiegare cosa è stato a chi non c’era, a chi non ha visto. Appaiono di nuovo le forme di una città che era scomparsa. Niente più unità di crisi, sparisce il simbolo dell’emergenza e comincia il lento e costoso avvio della rinascita.

Rimarranno i ricordi, rimarranno le difficoltà e i disagi. Rimarrà la paura di quei giorni. Un evento straordinario da conservare per sempre nella pagine di storia. Un racconto da tramandare di generazione in generazione, magari sfogliando il Ducato, il giornale dell’ Ifg, o navigando tra le pagine del sito, rimasto attivo quasi 24 ore su 24 per tutti i giorni dell’emergenza, diventando il punto di riferimento per la popolazione.


Per la Romagna e per le Marche in molte località sono caduti i record di accumulo nevoso che resistevano dal 1929, se pensiamo che a Cesena in pianura si sono sfiorati i 2 metri di accumulo in quelle 2 settimane...
Buongiorno!!!Azz...qua 0 cm!!!


Infatti in quei giorni le turbine sgombraneve del triveneto, sono intervenute in Romagna e alte Marche per liberare i paesi dell'entroterra collinare e montano isolati e sepolti da metrate di neve.


Mi ricordo molto bene il dato di Cesena e forse anche quello Forlì, che sono zone di pianura, difficile capire il perché di questa cosa, se poi ci spostiamo verso la costa da Rimini a Pesaro hanno visto accumuli inferiori che da Fano ad Ancona, mistero.

Secondo me, nel 2012 sulla nostra costa è nevicato molto meno che già a dieci km all' interno, a causa della bora che inibisce le nevicate e le fa spostare a ridosso dei rilievi.
Infatti ,a Ravenna, Rimini, Pesaro, Fano, la bora soffia molto forte.
Già da me, che sto a 300 metri di quota e a 15 km in linea d'aria dal mare, siamo rimasti sepolti, forse non come ad Urbino, ma poco meno
Buonasera! In collina qua raffiche a 150 km/hr! Temperatura -9° per ora di pranzo.


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Stefano1986
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MessaggioInviato: Fri Aug 23, 2019 10:54 pm    Oggetto: Rispondi citando

La prima vera nevicata che ho vissuto in tutto e per tutto e che so collocare nel tempo è quella del 29 dicembre '96.
Premetto che ne ricordo altre avvenute prima, ma non saprei indicare né la quantità né quando siano avvenute (verosimilmente febbraio '91, gennaio '93, ecc...).

Quella del '96 fu spettacolare, perché preceduta da giornate miti (vigilia e natale), che tutto lasciavano presagire tranne quello che sarebbe successo di lì a pochi giorni, anche se in famiglia si vociferava che sarebbe arrivata la neve: il tempo fuori, però, "diceva" tutt'altro.

Si arriva alla giornata di Santo Stefano, in cui si verificarono rovesci nevosi ad intermittenza, senza quindi attecchire; nell'immediato entroterra, invece, si iniziò a formare un sottile manto nevoso. Si andò avanti così, con fiocchi sporadici che caddero a tratti, fino al 29 dicembre.

Fu un risveglio magnifico: erano le 7 del mattino quella domenica, quando appena svegliato vidi che stava nevicando molto intensamente e c'erano già diversi cm a terra. Mio padre era già in piedi (anche lui amante della neve) e fece un'impronta con la ciabatta sulla neve depositatasi in balcone: entro pochi minuti, l'orma venne ricoperta dalla neve che continuava a cadere incessantemente. Si andò avanti tutta la giornata, fin verso le 20. Mi svegliai anche la notte, per controllare se continuasse a nevicare, ma ormai era tutto finito: il cielo era stellato, ma a terra c'era tantissima neve. Ricordo le stalattiti sui tetti delle case e la neve che rimase a terra completamente ghiacciata per alcuni giorni.

Per fortuna si è trattato solo di un arrivederci, in quanto nel corso degli anni di nevicate a Porto San Giorgio ce ne sono state tante altre, su tutte gennaio 2005, febbraio 2012 e febbraio 2018.


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forever2012



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MessaggioInviato: Fri Aug 23, 2019 11:12 pm    Oggetto: Rispondi citando

Refle 71 ha scritto:
ducaneve ha scritto:
forever2012 ha scritto:
Estremo Nordest ha scritto:
forever2012 ha scritto:
ducaneve ha scritto:
L'EMOZIONANTE racconto del '12, scritto dagli studenti della scuola del giornalismo.

URBINO – Il risveglio della città. Il caffè della mattina, la lettura del giornale, le chiacchiere vicino la fontana in piazza, “Che freddo”, dicono in molti, guardando il cielo. Compaiono i primi ombrelli sotto le braccia delle persone, l’aria è gelida e tutto sembra già odorare di bianco. Alla scuola di giornalismo, lo studio radiofonico e la sala di montaggio televisivo sono un via vai di persone. Il giornale radio delle 12:30 è appena andato in onda, mentre si finiscono di montare gli ultimi servizi del magazine tv. Ma fuori dalla finestra fiocchi di neve a forma di stella iniziano a scendere veloci, forte e in diagonale. Gli sguardi diventano sempre più preoccupati, quasi increduli.
E’ l’inizio di una lunga bufera. L’arrivo della neve e il crollo delle temperature dominano le pagine dei quotidiani del primo febbraio. L’allarme c’è. L’abitudine degli urbinati al freddo anche. Ma nessuno immaginava che quello fosse l’inizio di un evento eccezionale, “mai visto”.

Le persone si affrettano, corrono dai figli a scuola, si riparano. Pensano a un posto sicuro dove mettere le proprie auto, lontane dagli alberi e dalle strade troppo ripide; comprano sacchi di sale e riprendono i badili, lasciati in soffitta o nelle cantine dopo la breve nevicata natalizia.

Per giorni e giorni non smette mai di nevicare. La città è irriconoscibile. Nel centro storico le strade sono transennate, i vicoli sommersi da enormi cumuli. Ci si aggira tra sagome bianche immobili e silenziose.

Scuole e università chiudono, così come l’Istituto per la formazione al giornalismo. Ma un reporter, anche se ancora praticante, non può stare a guardare. Per le strade di Urbino, nei giorni più difficili, sotto la bufera e con la neve negli occhi, i ragazzi della Scuola continuano a scrivere. Con una macchina fotografica, un taccuino e una penna, a qualsiasi ora della giornata, dimenticando pranzi e cene, dormendo poco, pochissimo.

I tetti sono ricoperti da blocchi di neve che sembrano poter cadere da un momento all’altro; la gente indica in su, allarmata, e chiede ai vigili di fare presto, perché è troppa, perché fa paura.

Come il ghiaccio che ha invaso di vetro ogni balcone e ogni spazio libero in cui infilarsi, creando stalattiti, belle proprio come quelle delle vicine grotte di Frasassi. Ma molto pericolose. Gli urbinati le chiamano ‘bromboli’, appuntiti e taglienti come denti aguzzi.

Alcune persone si sono rinchiuse in casa per paura di sentirle cadere addosso, e anche il sindaco Corbucci lo consiglia. Altri, più coraggiosi, si sono arrampicati sui tetti cercando di distruggerle con mezzi di fortuna. E’ così che lo stupore dei primi giorni, la bellezza e l’incanto, i giochi a palle di neve, sono diventati timore e sconcerto.

Due studenti della Scuola affiancano la Protezione civile, partita per salvare sessanta cavalli intrappolati sul monte Pietralata. Il buio, il freddo, lo spazzaneve che fatica ad andare avanti e non riesce a liberare la strada. La voglia di vedere e far vedere annienta la stanchezza, quella provata tante volte, dopo ore di cammino cercando di aprirsi una strada nella neve alta fino alla vita.

Altri cercano di scrivere un pezzo il prima possibile, sulle infiltrazioni all’ospedale, sui sacchi di spazzatura nelle strade o sui ragazzi dell’università che aiutano a spalare. Ascoltano le persone, ascoltano storie e sofferenze, le raccontano non era mai successo – ripete la gente in continuazione – una nevicata così non c’era mai stata”. Giorni che passano lenti, con fatica. Dal 6 nevica di meno, una tregua che dura poco più di due giorni. Perché le previsioni parlano chiaro: non è finita.

E infatti la sera del nove febbraio arriva anche il blizzard, il vento gelido che soffia da nord e si abbatte su una città ormai stanca, che scompare sotto tre metri di neve. Per le strade si rincorrono sirene di autoambulanze e vigili del fuoco: Urbino è invasa da forze speciali, dall’esercito, da squadre della protezione civile.

La situazione è troppo difficile, non possono bastare i soli mezzi della città. I militari – arrivati in città il 4 febbraio per intervenire sui cumuli della prima nevicata – rimuovono le montagne di neve dalle zone più critiche, aiutano i cittadini rimasti intrappolati, suonando ai campanelli, uno per uno. Liberano una donna di 102 anni, rimasta isolata in casa per un’intera settimana, con l’ingresso della porta sbarrato. Sola, senza nessuno che potesse portarle da mangiare, con la linea telefonica interrotta. Le sue giornate ad aspettare un aiuto, anche una semplice parola.

Tiziana vive fuori le mura della città. La sua telefonata all’unità di crisi arriva quando in casa non ha più corrente né acqua e la situazione diventa insopportabile. Come lei, una città intera si ritrova impotente, ad affrontare la mancanza di beni fondamentali e a rimpiangere una normale quotidianità. “La notte dormo con tre coperte, tremiamo dal freddo e non possiamo più continuare senza riscaldamento – racconta Tiziana – qualche volta prima di tornare a casa sono andata in un bar a riscaldarmi”.

Cerca una candela Tiziana, per fare un po’ di luce tra le pareti buie di casa. Ma le botteghe e i supermercati sono vuoti, come durante un assedio. La neve a Urbino è anche saccheggio, tra la paura di rimanere senza cibo e la necessità di fare scorte. Due, tre, quattro buste strette nelle mani, alcuni con cassette d’acqua sulle spalle. Un bottino conquistato dopo una lunga fila alle casse.

Nella tempesta ci si arrangia, magari bevendo solo neve, o abbracciandosi al freddo in attesa dei soccorsi, o ancora facendosi otto chilometri. Ma la vita va avanti, e sotto la neve si nasce: Emanuele e Nica diventano un simbolo di rinascita.

I tetti di molte case e degli edifici cedono, si sbriciolano uno dopo l’altro, implacabili. “Qua è tutta un’emergenza”, rispondono sconsolati i vigili del fuoco alle domande dei giornalisti del Ducato, mentre, stanchi, risalgono sulle loro camionette per tornare in caserma dopo una giornata di freddo e continue fatiche. Gli interventi si contano a decine. Ti crolla il tetto di casa, crolla tutto il tuo mondo.

“E’ casa mia”, dice Riccardo con gli occhi piangenti a una ragazza del Ducato arrivata in via Budassi mentre i vigili puntellano le travi che hanno ceduto qualche ora prima sotto il peso della neve. Il suo viso incredulo esprime il senso di smarrimento, la sofferenza di dover andar via da casa, all’improvviso.
“Pericolo, pericolo” ripete il proprietario del Ristorante Cinese ‘Nuovo Sole’ al tentativo di una giornalista dell’Ifg di fotografare oltre i sigilli i resti del tetto crollato. Sui tavoli ricoperti di calcinacci e vetri infranti l’immagine di un altro disastro, il preludio di altre sofferenze.

I CROLLI La chiesa dei Cappuccini / Cinema Ducale / Ex lanificio Carotti / Bocciodromo / Centro operativo misto

Ritorno alla normalità. Le strade rimangono piene di neve per giorni, ma il sole che appare la mattina del 12 febbraio viene accolto come un esercito di liberazione dopo un lungo assedio nemico: le condizioni del tempo sembrano poter migliorare una volta per tutte.

Donne e uomini con divise di diverso colore diventano i padroni indiscussi della città. L’esercito manda rinforzi da diverse regioni del Nord. E il dialetto locale si mischia ad altri che distano centinaia di chilometri tra loro; uomini e donne che sono ovunque, appesi sui tetti o alla guida dei grossi cingolati che portano via la neve.

Un paio di giorni e tutto cambia. I cumuli nei vicoli, nei chiostri e nelle piazze iniziano a scomparire. Le strade vengono completamente pulite.

La Urbino di qualche giorno prima sembra quasi un sogno o forse un incubo, diventa difficile spiegare cosa è stato a chi non c’era, a chi non ha visto. Appaiono di nuovo le forme di una città che era scomparsa. Niente più unità di crisi, sparisce il simbolo dell’emergenza e comincia il lento e costoso avvio della rinascita.

Rimarranno i ricordi, rimarranno le difficoltà e i disagi. Rimarrà la paura di quei giorni. Un evento straordinario da conservare per sempre nella pagine di storia. Un racconto da tramandare di generazione in generazione, magari sfogliando il Ducato, il giornale dell’ Ifg, o navigando tra le pagine del sito, rimasto attivo quasi 24 ore su 24 per tutti i giorni dell’emergenza, diventando il punto di riferimento per la popolazione.


Per la Romagna e per le Marche in molte località sono caduti i record di accumulo nevoso che resistevano dal 1929, se pensiamo che a Cesena in pianura si sono sfiorati i 2 metri di accumulo in quelle 2 settimane...
Buongiorno!!!Azz...qua 0 cm!!!


Infatti in quei giorni le turbine sgombraneve del triveneto, sono intervenute in Romagna e alte Marche per liberare i paesi dell'entroterra collinare e montano isolati e sepolti da metrate di neve.


Mi ricordo molto bene il dato di Cesena e forse anche quello Forlì, che sono zone di pianura, difficile capire il perché di questa cosa, se poi ci spostiamo verso la costa da Rimini a Pesaro hanno visto accumuli inferiori che da Fano ad Ancona, mistero.

Secondo me, nel 2012 sulla nostra costa è nevicato molto meno che già a dieci km all' interno, a causa della bora che inibisce le nevicate e le fa spostare a ridosso dei rilievi.
Infatti ,a Ravenna, Rimini, Pesaro, Fano, la bora soffia molto forte.
Già da me, che sto a 300 metri di quota e a 15 km in linea d'aria dal mare, siamo rimasti sepolti, forse non come ad Urbino, ma poco meno


Io abito in pianura tra Cesena e Rimini, a 12 kilometri da Cesena ricordo che all'inizio delle nevicate tra fine gennaio e il primo febbraio, mentre a Cesena e verso Forlì nevicava fitto dalla notte qui fino al pomeriggio è piovuto prima che la colonna d'aria si sistemasse definitivamente, infatti io rispetto a Cesena Forli ho avuto un accumulo di poco superiore al metro.


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forever2012



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MessaggioInviato: Fri Aug 23, 2019 11:19 pm    Oggetto: Rispondi citando

Refle 71 ha scritto:
ducaneve ha scritto:
forever2012 ha scritto:
Estremo Nordest ha scritto:
forever2012 ha scritto:
ducaneve ha scritto:
L'EMOZIONANTE racconto del '12, scritto dagli studenti della scuola del giornalismo.

URBINO – Il risveglio della città. Il caffè della mattina, la lettura del giornale, le chiacchiere vicino la fontana in piazza, “Che freddo”, dicono in molti, guardando il cielo. Compaiono i primi ombrelli sotto le braccia delle persone, l’aria è gelida e tutto sembra già odorare di bianco. Alla scuola di giornalismo, lo studio radiofonico e la sala di montaggio televisivo sono un via vai di persone. Il giornale radio delle 12:30 è appena andato in onda, mentre si finiscono di montare gli ultimi servizi del magazine tv. Ma fuori dalla finestra fiocchi di neve a forma di stella iniziano a scendere veloci, forte e in diagonale. Gli sguardi diventano sempre più preoccupati, quasi increduli.
E’ l’inizio di una lunga bufera. L’arrivo della neve e il crollo delle temperature dominano le pagine dei quotidiani del primo febbraio. L’allarme c’è. L’abitudine degli urbinati al freddo anche. Ma nessuno immaginava che quello fosse l’inizio di un evento eccezionale, “mai visto”.

Le persone si affrettano, corrono dai figli a scuola, si riparano. Pensano a un posto sicuro dove mettere le proprie auto, lontane dagli alberi e dalle strade troppo ripide; comprano sacchi di sale e riprendono i badili, lasciati in soffitta o nelle cantine dopo la breve nevicata natalizia.

Per giorni e giorni non smette mai di nevicare. La città è irriconoscibile. Nel centro storico le strade sono transennate, i vicoli sommersi da enormi cumuli. Ci si aggira tra sagome bianche immobili e silenziose.

Scuole e università chiudono, così come l’Istituto per la formazione al giornalismo. Ma un reporter, anche se ancora praticante, non può stare a guardare. Per le strade di Urbino, nei giorni più difficili, sotto la bufera e con la neve negli occhi, i ragazzi della Scuola continuano a scrivere. Con una macchina fotografica, un taccuino e una penna, a qualsiasi ora della giornata, dimenticando pranzi e cene, dormendo poco, pochissimo.

I tetti sono ricoperti da blocchi di neve che sembrano poter cadere da un momento all’altro; la gente indica in su, allarmata, e chiede ai vigili di fare presto, perché è troppa, perché fa paura.

Come il ghiaccio che ha invaso di vetro ogni balcone e ogni spazio libero in cui infilarsi, creando stalattiti, belle proprio come quelle delle vicine grotte di Frasassi. Ma molto pericolose. Gli urbinati le chiamano ‘bromboli’, appuntiti e taglienti come denti aguzzi.

Alcune persone si sono rinchiuse in casa per paura di sentirle cadere addosso, e anche il sindaco Corbucci lo consiglia. Altri, più coraggiosi, si sono arrampicati sui tetti cercando di distruggerle con mezzi di fortuna. E’ così che lo stupore dei primi giorni, la bellezza e l’incanto, i giochi a palle di neve, sono diventati timore e sconcerto.

Due studenti della Scuola affiancano la Protezione civile, partita per salvare sessanta cavalli intrappolati sul monte Pietralata. Il buio, il freddo, lo spazzaneve che fatica ad andare avanti e non riesce a liberare la strada. La voglia di vedere e far vedere annienta la stanchezza, quella provata tante volte, dopo ore di cammino cercando di aprirsi una strada nella neve alta fino alla vita.

Altri cercano di scrivere un pezzo il prima possibile, sulle infiltrazioni all’ospedale, sui sacchi di spazzatura nelle strade o sui ragazzi dell’università che aiutano a spalare. Ascoltano le persone, ascoltano storie e sofferenze, le raccontano non era mai successo – ripete la gente in continuazione – una nevicata così non c’era mai stata”. Giorni che passano lenti, con fatica. Dal 6 nevica di meno, una tregua che dura poco più di due giorni. Perché le previsioni parlano chiaro: non è finita.

E infatti la sera del nove febbraio arriva anche il blizzard, il vento gelido che soffia da nord e si abbatte su una città ormai stanca, che scompare sotto tre metri di neve. Per le strade si rincorrono sirene di autoambulanze e vigili del fuoco: Urbino è invasa da forze speciali, dall’esercito, da squadre della protezione civile.

La situazione è troppo difficile, non possono bastare i soli mezzi della città. I militari – arrivati in città il 4 febbraio per intervenire sui cumuli della prima nevicata – rimuovono le montagne di neve dalle zone più critiche, aiutano i cittadini rimasti intrappolati, suonando ai campanelli, uno per uno. Liberano una donna di 102 anni, rimasta isolata in casa per un’intera settimana, con l’ingresso della porta sbarrato. Sola, senza nessuno che potesse portarle da mangiare, con la linea telefonica interrotta. Le sue giornate ad aspettare un aiuto, anche una semplice parola.

Tiziana vive fuori le mura della città. La sua telefonata all’unità di crisi arriva quando in casa non ha più corrente né acqua e la situazione diventa insopportabile. Come lei, una città intera si ritrova impotente, ad affrontare la mancanza di beni fondamentali e a rimpiangere una normale quotidianità. “La notte dormo con tre coperte, tremiamo dal freddo e non possiamo più continuare senza riscaldamento – racconta Tiziana – qualche volta prima di tornare a casa sono andata in un bar a riscaldarmi”.

Cerca una candela Tiziana, per fare un po’ di luce tra le pareti buie di casa. Ma le botteghe e i supermercati sono vuoti, come durante un assedio. La neve a Urbino è anche saccheggio, tra la paura di rimanere senza cibo e la necessità di fare scorte. Due, tre, quattro buste strette nelle mani, alcuni con cassette d’acqua sulle spalle. Un bottino conquistato dopo una lunga fila alle casse.

Nella tempesta ci si arrangia, magari bevendo solo neve, o abbracciandosi al freddo in attesa dei soccorsi, o ancora facendosi otto chilometri. Ma la vita va avanti, e sotto la neve si nasce: Emanuele e Nica diventano un simbolo di rinascita.

I tetti di molte case e degli edifici cedono, si sbriciolano uno dopo l’altro, implacabili. “Qua è tutta un’emergenza”, rispondono sconsolati i vigili del fuoco alle domande dei giornalisti del Ducato, mentre, stanchi, risalgono sulle loro camionette per tornare in caserma dopo una giornata di freddo e continue fatiche. Gli interventi si contano a decine. Ti crolla il tetto di casa, crolla tutto il tuo mondo.

“E’ casa mia”, dice Riccardo con gli occhi piangenti a una ragazza del Ducato arrivata in via Budassi mentre i vigili puntellano le travi che hanno ceduto qualche ora prima sotto il peso della neve. Il suo viso incredulo esprime il senso di smarrimento, la sofferenza di dover andar via da casa, all’improvviso.
“Pericolo, pericolo” ripete il proprietario del Ristorante Cinese ‘Nuovo Sole’ al tentativo di una giornalista dell’Ifg di fotografare oltre i sigilli i resti del tetto crollato. Sui tavoli ricoperti di calcinacci e vetri infranti l’immagine di un altro disastro, il preludio di altre sofferenze.

I CROLLI La chiesa dei Cappuccini / Cinema Ducale / Ex lanificio Carotti / Bocciodromo / Centro operativo misto

Ritorno alla normalità. Le strade rimangono piene di neve per giorni, ma il sole che appare la mattina del 12 febbraio viene accolto come un esercito di liberazione dopo un lungo assedio nemico: le condizioni del tempo sembrano poter migliorare una volta per tutte.

Donne e uomini con divise di diverso colore diventano i padroni indiscussi della città. L’esercito manda rinforzi da diverse regioni del Nord. E il dialetto locale si mischia ad altri che distano centinaia di chilometri tra loro; uomini e donne che sono ovunque, appesi sui tetti o alla guida dei grossi cingolati che portano via la neve.

Un paio di giorni e tutto cambia. I cumuli nei vicoli, nei chiostri e nelle piazze iniziano a scomparire. Le strade vengono completamente pulite.

La Urbino di qualche giorno prima sembra quasi un sogno o forse un incubo, diventa difficile spiegare cosa è stato a chi non c’era, a chi non ha visto. Appaiono di nuovo le forme di una città che era scomparsa. Niente più unità di crisi, sparisce il simbolo dell’emergenza e comincia il lento e costoso avvio della rinascita.

Rimarranno i ricordi, rimarranno le difficoltà e i disagi. Rimarrà la paura di quei giorni. Un evento straordinario da conservare per sempre nella pagine di storia. Un racconto da tramandare di generazione in generazione, magari sfogliando il Ducato, il giornale dell’ Ifg, o navigando tra le pagine del sito, rimasto attivo quasi 24 ore su 24 per tutti i giorni dell’emergenza, diventando il punto di riferimento per la popolazione.


Per la Romagna e per le Marche in molte località sono caduti i record di accumulo nevoso che resistevano dal 1929, se pensiamo che a Cesena in pianura si sono sfiorati i 2 metri di accumulo in quelle 2 settimane...
Buongiorno!!!Azz...qua 0 cm!!!


Infatti in quei giorni le turbine sgombraneve del triveneto, sono intervenute in Romagna e alte Marche per liberare i paesi dell'entroterra collinare e montano isolati e sepolti da metrate di neve.


Mi ricordo molto bene il dato di Cesena e forse anche quello Forlì, che sono zone di pianura, difficile capire il perché di questa cosa, se poi ci spostiamo verso la costa da Rimini a Pesaro hanno visto accumuli inferiori che da Fano ad Ancona, mistero.

Secondo me, nel 2012 sulla nostra costa è nevicato molto meno che già a dieci km all' interno, a causa della bora che inibisce le nevicate e le fa spostare a ridosso dei rilievi.
Infatti ,a Ravenna, Rimini, Pesaro, Fano, la bora soffia molto forte.
Già da me, che sto a 300 metri di quota e a 15 km in linea d'aria dal mare, siamo rimasti sepolti, forse non come ad Urbino, ma poco meno


C'è da dire comunque che in quell'evento una volta sistematasi la colonna d'aria almeno qua in Romagna, nevicava senza problemi anche sul mare con vento di bora forte, questo sta a significare che in quota erano entrate termiche veramente gelide e che l'estrazione dell'aria era prettamente continentale.


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Refle 71



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MessaggioInviato: Sat Aug 24, 2019 6:47 am    Oggetto: Rispondi citando

Ciao, per la grande nevicata del primo febbraio hai ragione tu ,Forever 2012, infatti mentre da noi veniva giù il mondo, sulla costa pioveva.
La colonna d'aria non era a posto anche a causa della bora.
Per le nevicate successive, la bora ha influito sull'intensità delle nevicate sulla costa.
Insomma, per le nostre zone costiere, la bora è la bestia nera!!!


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Diamond_Sea



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MessaggioInviato: Sat Aug 24, 2019 7:32 am    Oggetto: Rispondi citando

La nevicata a cui sono più legato affettivamente è quella del Gennaio 93. Se ne parla poco poiché colpi essenzialmente Marche meridionali, Abruzzo e meridione in generale, specie Puglia e Calabria. Per la mia zona è stata la più grande nevicata che io ricordi dopo il 2012. Una prima spolverata la sera del 1 Gennaio, poi neve moderata per tutto il pomeriggio del 2 con leggero accumulo. Apoteosi dalla sera del 2 fino alla mattina del 3 con bufere incessanti a temperature sottozero con scaccianeve e visibiltà ridotta. Il mattino del 3 c'erano almeno 30 cm di neve al livello del mare con accumuli eolici superiori e stalattiti enormi. Facevo il secondo superiore e le scuole rimasero chiuse fino al 10 Gennaio. Fù incredibile poi la persistenza dalle neve al suolo grazie al successivo arrivo di un robusto anticiclone che unitamente alle giornate brevi e alle continue gelate notturne garantite dall'effetto albedo resero la neve come marmo e resistette fino a metà mese. A fine Gennaio nonostante la persistenza di un robusto Anticilone resistevano ancora cumuli nelle zone in ombra.


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Estremo Nordest



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MessaggioInviato: Sat Aug 24, 2019 8:38 am    Oggetto: Rispondi citando

forever2012 ha scritto:
Refle 71 ha scritto:
ducaneve ha scritto:
forever2012 ha scritto:
Estremo Nordest ha scritto:
forever2012 ha scritto:
ducaneve ha scritto:
L'EMOZIONANTE racconto del '12, scritto dagli studenti della scuola del giornalismo.

URBINO – Il risveglio della città. Il caffè della mattina, la lettura del giornale, le chiacchiere vicino la fontana in piazza, “Che freddo”, dicono in molti, guardando il cielo. Compaiono i primi ombrelli sotto le braccia delle persone, l’aria è gelida e tutto sembra già odorare di bianco. Alla scuola di giornalismo, lo studio radiofonico e la sala di montaggio televisivo sono un via vai di persone. Il giornale radio delle 12:30 è appena andato in onda, mentre si finiscono di montare gli ultimi servizi del magazine tv. Ma fuori dalla finestra fiocchi di neve a forma di stella iniziano a scendere veloci, forte e in diagonale. Gli sguardi diventano sempre più preoccupati, quasi increduli.
E’ l’inizio di una lunga bufera. L’arrivo della neve e il crollo delle temperature dominano le pagine dei quotidiani del primo febbraio. L’allarme c’è. L’abitudine degli urbinati al freddo anche. Ma nessuno immaginava che quello fosse l’inizio di un evento eccezionale, “mai visto”.

Le persone si affrettano, corrono dai figli a scuola, si riparano. Pensano a un posto sicuro dove mettere le proprie auto, lontane dagli alberi e dalle strade troppo ripide; comprano sacchi di sale e riprendono i badili, lasciati in soffitta o nelle cantine dopo la breve nevicata natalizia.

Per giorni e giorni non smette mai di nevicare. La città è irriconoscibile. Nel centro storico le strade sono transennate, i vicoli sommersi da enormi cumuli. Ci si aggira tra sagome bianche immobili e silenziose.

Scuole e università chiudono, così come l’Istituto per la formazione al giornalismo. Ma un reporter, anche se ancora praticante, non può stare a guardare. Per le strade di Urbino, nei giorni più difficili, sotto la bufera e con la neve negli occhi, i ragazzi della Scuola continuano a scrivere. Con una macchina fotografica, un taccuino e una penna, a qualsiasi ora della giornata, dimenticando pranzi e cene, dormendo poco, pochissimo.

I tetti sono ricoperti da blocchi di neve che sembrano poter cadere da un momento all’altro; la gente indica in su, allarmata, e chiede ai vigili di fare presto, perché è troppa, perché fa paura.

Come il ghiaccio che ha invaso di vetro ogni balcone e ogni spazio libero in cui infilarsi, creando stalattiti, belle proprio come quelle delle vicine grotte di Frasassi. Ma molto pericolose. Gli urbinati le chiamano ‘bromboli’, appuntiti e taglienti come denti aguzzi.

Alcune persone si sono rinchiuse in casa per paura di sentirle cadere addosso, e anche il sindaco Corbucci lo consiglia. Altri, più coraggiosi, si sono arrampicati sui tetti cercando di distruggerle con mezzi di fortuna. E’ così che lo stupore dei primi giorni, la bellezza e l’incanto, i giochi a palle di neve, sono diventati timore e sconcerto.

Due studenti della Scuola affiancano la Protezione civile, partita per salvare sessanta cavalli intrappolati sul monte Pietralata. Il buio, il freddo, lo spazzaneve che fatica ad andare avanti e non riesce a liberare la strada. La voglia di vedere e far vedere annienta la stanchezza, quella provata tante volte, dopo ore di cammino cercando di aprirsi una strada nella neve alta fino alla vita.

Altri cercano di scrivere un pezzo il prima possibile, sulle infiltrazioni all’ospedale, sui sacchi di spazzatura nelle strade o sui ragazzi dell’università che aiutano a spalare. Ascoltano le persone, ascoltano storie e sofferenze, le raccontano non era mai successo – ripete la gente in continuazione – una nevicata così non c’era mai stata”. Giorni che passano lenti, con fatica. Dal 6 nevica di meno, una tregua che dura poco più di due giorni. Perché le previsioni parlano chiaro: non è finita.

E infatti la sera del nove febbraio arriva anche il blizzard, il vento gelido che soffia da nord e si abbatte su una città ormai stanca, che scompare sotto tre metri di neve. Per le strade si rincorrono sirene di autoambulanze e vigili del fuoco: Urbino è invasa da forze speciali, dall’esercito, da squadre della protezione civile.

La situazione è troppo difficile, non possono bastare i soli mezzi della città. I militari – arrivati in città il 4 febbraio per intervenire sui cumuli della prima nevicata – rimuovono le montagne di neve dalle zone più critiche, aiutano i cittadini rimasti intrappolati, suonando ai campanelli, uno per uno. Liberano una donna di 102 anni, rimasta isolata in casa per un’intera settimana, con l’ingresso della porta sbarrato. Sola, senza nessuno che potesse portarle da mangiare, con la linea telefonica interrotta. Le sue giornate ad aspettare un aiuto, anche una semplice parola.

Tiziana vive fuori le mura della città. La sua telefonata all’unità di crisi arriva quando in casa non ha più corrente né acqua e la situazione diventa insopportabile. Come lei, una città intera si ritrova impotente, ad affrontare la mancanza di beni fondamentali e a rimpiangere una normale quotidianità. “La notte dormo con tre coperte, tremiamo dal freddo e non possiamo più continuare senza riscaldamento – racconta Tiziana – qualche volta prima di tornare a casa sono andata in un bar a riscaldarmi”.

Cerca una candela Tiziana, per fare un po’ di luce tra le pareti buie di casa. Ma le botteghe e i supermercati sono vuoti, come durante un assedio. La neve a Urbino è anche saccheggio, tra la paura di rimanere senza cibo e la necessità di fare scorte. Due, tre, quattro buste strette nelle mani, alcuni con cassette d’acqua sulle spalle. Un bottino conquistato dopo una lunga fila alle casse.

Nella tempesta ci si arrangia, magari bevendo solo neve, o abbracciandosi al freddo in attesa dei soccorsi, o ancora facendosi otto chilometri. Ma la vita va avanti, e sotto la neve si nasce: Emanuele e Nica diventano un simbolo di rinascita.

I tetti di molte case e degli edifici cedono, si sbriciolano uno dopo l’altro, implacabili. “Qua è tutta un’emergenza”, rispondono sconsolati i vigili del fuoco alle domande dei giornalisti del Ducato, mentre, stanchi, risalgono sulle loro camionette per tornare in caserma dopo una giornata di freddo e continue fatiche. Gli interventi si contano a decine. Ti crolla il tetto di casa, crolla tutto il tuo mondo.

“E’ casa mia”, dice Riccardo con gli occhi piangenti a una ragazza del Ducato arrivata in via Budassi mentre i vigili puntellano le travi che hanno ceduto qualche ora prima sotto il peso della neve. Il suo viso incredulo esprime il senso di smarrimento, la sofferenza di dover andar via da casa, all’improvviso.
“Pericolo, pericolo” ripete il proprietario del Ristorante Cinese ‘Nuovo Sole’ al tentativo di una giornalista dell’Ifg di fotografare oltre i sigilli i resti del tetto crollato. Sui tavoli ricoperti di calcinacci e vetri infranti l’immagine di un altro disastro, il preludio di altre sofferenze.

I CROLLI La chiesa dei Cappuccini / Cinema Ducale / Ex lanificio Carotti / Bocciodromo / Centro operativo misto

Ritorno alla normalità. Le strade rimangono piene di neve per giorni, ma il sole che appare la mattina del 12 febbraio viene accolto come un esercito di liberazione dopo un lungo assedio nemico: le condizioni del tempo sembrano poter migliorare una volta per tutte.

Donne e uomini con divise di diverso colore diventano i padroni indiscussi della città. L’esercito manda rinforzi da diverse regioni del Nord. E il dialetto locale si mischia ad altri che distano centinaia di chilometri tra loro; uomini e donne che sono ovunque, appesi sui tetti o alla guida dei grossi cingolati che portano via la neve.

Un paio di giorni e tutto cambia. I cumuli nei vicoli, nei chiostri e nelle piazze iniziano a scomparire. Le strade vengono completamente pulite.

La Urbino di qualche giorno prima sembra quasi un sogno o forse un incubo, diventa difficile spiegare cosa è stato a chi non c’era, a chi non ha visto. Appaiono di nuovo le forme di una città che era scomparsa. Niente più unità di crisi, sparisce il simbolo dell’emergenza e comincia il lento e costoso avvio della rinascita.

Rimarranno i ricordi, rimarranno le difficoltà e i disagi. Rimarrà la paura di quei giorni. Un evento straordinario da conservare per sempre nella pagine di storia. Un racconto da tramandare di generazione in generazione, magari sfogliando il Ducato, il giornale dell’ Ifg, o navigando tra le pagine del sito, rimasto attivo quasi 24 ore su 24 per tutti i giorni dell’emergenza, diventando il punto di riferimento per la popolazione.


Per la Romagna e per le Marche in molte località sono caduti i record di accumulo nevoso che resistevano dal 1929, se pensiamo che a Cesena in pianura si sono sfiorati i 2 metri di accumulo in quelle 2 settimane...
Buongiorno!!!Azz...qua 0 cm!!!


Infatti in quei giorni le turbine sgombraneve del triveneto, sono intervenute in Romagna e alte Marche per liberare i paesi dell'entroterra collinare e montano isolati e sepolti da metrate di neve.


Mi ricordo molto bene il dato di Cesena e forse anche quello Forlì, che sono zone di pianura, difficile capire il perché di questa cosa, se poi ci spostiamo verso la costa da Rimini a Pesaro hanno visto accumuli inferiori che da Fano ad Ancona, mistero.

Secondo me, nel 2012 sulla nostra costa è nevicato molto meno che già a dieci km all' interno, a causa della bora che inibisce le nevicate e le fa spostare a ridosso dei rilievi.
Infatti ,a Ravenna, Rimini, Pesaro, Fano, la bora soffia molto forte.
Già da me, che sto a 300 metri di quota e a 15 km in linea d'aria dal mare, siamo rimasti sepolti, forse non come ad Urbino, ma poco meno


C'è da dire comunque che in quell'evento una volta sistematasi la colonna d'aria almeno qua in Romagna, nevicava senza problemi anche sul mare con vento di bora forte, questo sta a significare che in quota erano entrate termiche veramente gelide e che l'estrazione dell'aria era prettamente continentale.
Buongiorno!la bora e un vento locale(definizione)! Forse nelle marche potrebbe prendere questo nome, nelle altre zone piu coretto e vento da Nord est. Wink


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Telecuscino
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MessaggioInviato: Sat Aug 24, 2019 9:07 am    Oggetto: Rispondi citando

Refle 71 ha scritto:
Ciao, per la grande nevicata del primo febbraio hai ragione tu ,Forever 2012, infatti mentre da noi veniva giù il mondo, sulla costa pioveva.
La colonna d'aria non era a posto anche a causa della bora.
Per le nevicate successive, la bora ha influito sull'intensità delle nevicate sulla costa.
Insomma, per le nostre zone costiere, la bora è la bestia nera!!!

Si qua piovve durante il primo peggioramento! (Sennò almeno altri 30 cm. (25-30 km dal mare/200-300m).
Mi ricordo che una mattina piovve incessantemente poi pausa da metá mattinata del 2 Febbraio.
Dalle 16/17 del pomeriggio del 2 Febbraio inziò a nevicare subito finissimo!
Però non compose sull'asfalto fino alle 10 di sera quando probabilmente si abbassarono le temperature e l'asfalto capitolò con una decina di cm la mattina presto.
Il 3 nevicó tutto il giorno senza interruzione (quanto la amo questa cosa, tutto compatto e vento da NO).
La notte tra il 3 e 4 prima apoteosi con buferona che prese il posto della nevicata moderata e continua.
Mattina del 4? Spettacolo!
Nevicò anche tutto quel dì.
Il 5 mi pare pure nevicasse e poi ci fu la "pausa" con momenti anche soleggiati in un contesto nuvoloso e bellissimi tramonti dal 6 al 9 Febbraio con poche nevicatine.
Poi iniziò il secondo atto con apice nella bufera più forte che abbia mai visto (neanche in montagna da noi o sulle Alpi ne ho vista una del genere.
Blizzard fortissima, neve dentro agli occhi, marciapiedi con passaggi spalati ridotti al lumicino.
Accumuli eolici superiori al metro ma neve vera e propria 60 cm.
Evento, avendo 13 anni, vissuto a pieno, sempre fuori porta 12h al giorno con sveglia alle 7 (però mi alzavo sempre alle 6:30 alla fine, scalpitante) e tornavo a casa alle 19:30/20:00.
Emozioni indicibili stalattiti enormi, cascate di stalattiti, cumuli eolici enormi, slittate infinite, primi amori Very Happy e neve sempre presente nel contesto.
Bello bello!


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leo55



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MessaggioInviato: Sat Aug 24, 2019 9:12 am    Oggetto: Rispondi citando

Telecuscino ha scritto:
Refle 71 ha scritto:
Ciao, per la grande nevicata del primo febbraio hai ragione tu ,Forever 2012, infatti mentre da noi veniva giù il mondo, sulla costa pioveva.
La colonna d'aria non era a posto anche a causa della bora.
Per le nevicate successive, la bora ha influito sull'intensità delle nevicate sulla costa.
Insomma, per le nostre zone costiere, la bora è la bestia nera!!!

Si qua piovve durante il primo peggioramento! (Sennò almeno altri 30 cm. (25-30 km dal mare/200-300m).
Mi ricordo che una mattina piovve incessantemente poi pausa da metá mattinata del 2 Febbraio.
Dalle 16/17 del pomeriggio del 2 Febbraio inziò a nevicare subito finissimo!
Però non compose sull'asfalto fino alle 10 di sera quando probabilmente si abbassarono le temperature e l'asfalto capitolò con una decina di cm la mattina presto.
Il 3 nevicó tutto il giorno senza interruzione (quanto la amo questa cosa, tutto compatto e vento da NO).
La notte tra il 3 e 4 prima apoteosi con buferona che prese il posto della nevicata moderata e continua.
Mattina del 4? Spettacolo!
Nevicò anche tutto quel dì.
Il 5 mi pare pure nevicasse e poi ci fu la "pausa" con momenti anche soleggiati in un contesto nuvoloso e bellissimi tramonti dal 6 al 9 Febbraio con poche nevicatine.
Poi iniziò il secondo atto con apice nella bufera più forte che abbia mai visto (neanche in montagna da noi o sulle Alpi ne ho vista una del genere.
Blizzard fortissima, neve dentro agli occhi, marciapiedi con passaggi spalati ridotti al lumicino.
Accumuli eolici superiori al metro ma neve vera e propria 60 cm.
Evento, avendo 13 anni, vissuto a pieno, sempre fuori porta 12h al giorno con sveglia alle 7 (però mi alzavo sempre alle 6:30 alla fine, scalpitante) e tornavo a casa alle 19:30/20:00.
Emozioni indicibili stalattiti enormi, cascate di stalattiti, cumuli eolici enormi, slittate infinite, primi amori Very Happy e neve sempre presente nel contesto.
Bello bello!
...la neve fa brutti scherzi Very Happy Anche io come te quando nevica ho voglia di stare a guardare ogni fiocco che cade dolcemente.Che emozioni indescrivibili.Speriamo di rivivere queste emozioni nell'inverno 2019-2020


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